Anatema

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La copertina di un'edizione di studio del 1789 del Concilio di Trento (1545-1563)

Il termine anatema[1] si riferisce, nell'Antico Testamento, alla distruzione completa (חרם, ḥērem) dei nemici di guerra. Nel Nuovo Testamento, invece, ha un significato simile a maledizione, e nella stessa linea la Chiesa ha usato correntemente per secoli l'espressione latina anathema sit ("sia anatema") nei confronti degli eretici.

Il termine è oggi talvolta popolarmente associato all'immagine di una Chiesa chiusa e repressiva, più orientata alla condanna del vizio che alla promozione della virtù; e a partire dal XX secolo, effettivamente, gli anatemi si fanno rari nei pronunciamenti ecclesiali e pontifici.

Etimologia

Il vocabolo deriva dal termine greco ἀνάθημα, anáthema (o ἀνάθεμα, anáthema), composto da ἀνά, aná, "sopra", e da τίθημι, títhemi, "posare", per cui il significato letterale è "collocato in alto", "sospeso"[2].

Nella Bibbia

Nell'Antico Testamento

Nei libri dell'Antico Testamento che abbiamo solo in greco il termine ἀνάθημα, anáthema appare in 2Mac 9,16, Gdt 16,19, ed indica un oggetto consacrato alla divinità, appeso alle pareti o alle colonne del Tempio, una specie di ex-voto; con lo stesso significato compare nei classici greci profani e in Lc 21,5[2].

Nei LXX, invece, il termine traduce l'ebraico חרם, ḥērem. La radice semitica da cui la parola proviene significa "mettere a parte", "interdire all'uso profano". L'uso che ne fanno i libri della Bibbia designa essenzialmente una consacrazione a Dio. Spesso nelle versioni italiane il termine è reso con "sterminio".

Nei testi più antichi l'usanza dell'anatema-ḥērem, che Israele condivide con i suoi vicini, come i Moabiti, non è il semplice massacro del nemico vinto, ma una delle regole religiose della guerra santa. Al fine di ottenere la vittoria, Israele, che conduce le guerre di YHWH, vota il bottino all'anatema, cioè rinuncia a goderne i profitti e si impegna per voto a consacrarlo a YHWH (Nm 21,2-3; Gs 6). Questa consacrazione implica la totale distruzione del bottino, esseri viventi e oggetti materiali; la sua mancata esecuzione viene castigata (1Sam 15), così come la sua sacrilega violazione, che provoca la sconfitta (Gs 7).

Nella realtà, la sua applicazione sembra essere stata piuttosto rara; la maggior parte delle città cananee non sono state distrutte ma occupate da Israele (Gs 24,13; Gdc 1,27-35): così Gezer (Gs 16,10; 1Re 9,16) e Gerusalemme (Gd 1,21; 2Sam 5,6-7). Alcune città, come Gabaon (Gs 9) e Sichem (Gen 34), hanno persino concluso delle alleanze con Israele.

Gli storici deuteronomici sapevano che al momento della conquista l'anatema non era stato applicato (Gdc 3,1-6; 1Re 9,21). Ne hanno tuttavia formulato la legge generale per reagire contro la seduzione esercitata dalla religione cananea su Israele, e per riaffermare la santità del popolo eletto (Dt 7,1-6). Di qui una presentazione rigidamente sistematica della storia della conquista: si è trasferita nel passato una reazione religiosa la cui posta in gioco era la sovranità esclusiva di YHWH sulla terra santa e i suoi abitanti.

L'evoluzione del termine ḥērem sembra aver comportato la dissociazione dei suoi due elementi:

Nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento non si tratta più di intraprendere una guerra santa, né di votare dei nemici all'anatema. Il termine sussiste per significare la maledizione[3].

In bocca ai Giudei, nelle formule di giuramento (Mc 14,71 e par.; At 23,12) designa la maledizione che si rivolge a se stessi nel caso si fosse spergiuri.

In San Paolo

In Paolo l'anatema è una formula di maledizione che esprime il giudizio di Dio sugli infedeli (Gal 1,8-9; 1Cor 16,22). È impossibile che un cristiano la pronunci contro Gesù (1Cor 12,3).

Quando l'apostolo afferma che desidererebbe ricadesse su di lui l'anatema se, con questo mezzo, i suoi fratelli secondo la carne potessero ottenere la salvezza, precisa che per lui questo significherebbe essere separato da Cristo (Rm 9,3). Questa formula paradossale definisce così la maledizione per eccellenza.

Nella vita della Chiesa

I primi secoli

Sin dal I secolo nelle sinagoghe giudaiche si leggevano preghiere in cui si anatematizzavano i cristiani[4]; sembra che ciò abbia ispirato l'uso ecclesiale.

Nel linguaggio della Chiesa di fatto la parola anatema ebbe un senso analogo a quello che aveva nel Nuovo Testamento: separazione dal Cristo e conseguentemente scomunica o separazione dalla sua Chiesa.[5] Sin dai primi secoli i concili presero l'abitudine di colpire con l'anatema i cristiani colpevoli di gravi delitti; la prima attestazione che abbiamo in tal senso è nel Concilio di Elvira (306 ca.).

Successivamente il termine è diventato di uso comune per la condanna degli eretici. Quando i canoni dei concili colpiscono di anatema una dottrina, anatematizzando coloro che la sostengono, significa che essa è eretica; di qui il termine anatematismo, che indica una decisione conciliare riguardante la fede. Il Sinodo di Gangra (c. 340) pronuncia un anatema contro il manicheismo, usando quella che diventerà la formula fissa: εἴ τις..., ἀνάϑεμα ἔστω, eí tis..., anáthema ésto (si quis...., anathema sit); San Cirillo di Alessandria emette dodici celebri anatematismi contro Nestorio nel 431, ed essi vengono accettati dal Concilio di Efeso.

Anatema e scomunica

A partire dal V secolo la portata dell'anatema viene precisata: esso ha un peso maggiore che la stessa scomunica, tanto che si parla di "scomunica maggiore", che è intesa come totale separazione dalla società dei fedeli. La scomunica minore separava invece solamente dai Sacramenti.[6]

L'anatema è quindi identico in quanto agli effetti alla scomunica maggiore, e come tale lo considera il Codice Piano Benedettino nel can. 2257: ivi esso è distinto dalla scomunica maggiore solo in quanto viene inflitto con un cerimoniale più solenne.

Uso medioevale

Molti concili e bolle papali del Medioevo contengono formule di anatema accompagnate da lunghe e minuziose maledizioni temporali e spirituali, con citazioni frequenti di passi del Salmo 109[7]. Una delle frasi che ricorre spesso è: habeat partem cum Iuda traditore ("abbia parte con Giuda il traditore") oppure, come in alcune bolle di papi: cum Iuda traditore in ignem aeternum concremandum deficiat, "muoia bruciando con Giuda il traditore nel fuoco eterno".[4]

Le formule di abiura per gli eretici penitenti contengono regolarmente anatemi contro tutte le eresie in generale, e in particolare contro l'eresia o errore dell'abiurante. Una formula tipica, poi riprodotta in molti rituali di abiura, è quella per uso dei convertiti dall'eresia pauliciana[8].

In alcune iscrizioni funerarie cristiane si trovano non di rado, insieme alla minaccia di multe pecuniarie contro i violatori del sepolcro (ciò è comune nelle iscrizioni funerarie pagane), anche l'inflizione di anatemi, cioè di maledizioni[9].

Anche in iscrizioni poste su edifici pubblici e privati si trovano formule di anatema contro i distruttori. In alcune iscrizioni greche di questo tipo i violatori sono minacciati d'incorrere nell'"anatema dei 318 Padri", cioè in quello del Concilio di Nicea[10].

In molti documenti di carattere legale, come testamenti, donazioni e simili, specialmente fatti a istituzioni sacre, sono anatematizzati spesso con l'anatema di Giuda coloro che osassero contravvenire alle disposizioni dell'atto. Anatemi simili si trovano anche alla fine di manoscritti (specialmente siriaci e manoscritti liturgici), sia contro i copisti infedeli, sia, e più spesso, contro i ladri di essi.

I tempi recenti

A partire dal XX secolo il termine è andato in disuso nell'uso ecclesiale. Il nuovo Codice di Diritto Canonico abrogò tutte le pene non esplicitamente riprese nello stesso (can. 6,3), tra le quali quindi l'anatema. Tuttavia un documento della Commissione Teologica Internazionale del 1990 su L'interpretazione dei dogmi afferma che "la funzione apostolica di colpire con l'anatema fa parte, anche oggi, dei diritti del Magistero della Chiesa; e l'esercitarlo può diventare un obbligo per esso"[11].

L'anatema è attestato anche nella storia della Chiesa Ortodossa.

Note
  1. Il termine italiano si pronuncia in maniera piana, cioè con l'accento tonico sulla "e", mentre in greco e in latino la parola è sdrucciola, cioè con l'accento tonico sulla terz'ultima sillaba.
  2. 2,0 2,1 Bonaventura Mariani (1948) 1159.
  3. Abbiamo già osservato sopra che in Lc 21,5 ἀνάθημα, anáthema è usata per le offerte votive nel tempio di Gerusalemme.
  4. 4,0 4,1 Giorgio La Piana (1929).
  5. * (1948) 1160.
  6. Secondo papa Giovanni VIII (878) la scomunica separa a fraterna societate ("dalla società fraterna"), e l'anatema ab ipso corpore Christi ("dallo stesso Corpo di Cristo"). Nel Decretum Gratiani del XII secolo (C. XXIII, causa XI, q. III) si dice che la scomunica esclude dai Sacramenti, mentre l'anatema è esclusione totale dalla società dei fedeli. Cfr. Giorgio La Piana (1929).
  7. Edmond Martène, De antiquis ecclesiae ritibus, Anversa 1746, vol. II, p. 910 segg.
  8. PG, CVI, col. 1333 segg., online.
  9. Corpus Inscriptionum Graecarum, IV, 9303.
  10. Corpus Inscriptionum Graecarum, IV, 8704.
  11. http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1989_interpretazione-dogmi_it.html
Bibliografia
Voci correlate
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 15 settembre 2013 da Don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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