Concilio Lateranense V

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Concilio Lateranense V
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Concili ecumenici della Chiesa cattolica
Data 1512-1517
Convocato da Papa Giulio II
Presieduto da Papa Giulio II,
Papa Leone X
Partecipanti ca. 430 vescovi
Argomenti in discussione opera dottrinale e riforma ecclesiastica
Documenti e pronunciamenti i decreti furono pubblicati come bolle papali
Gruppi scismatici
Concilio precedente Concilio di Basilea, Ferrara e Firenze
Concilio successivo Concilio di Trento
Storia del Cristianesimo
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Nota di disambigua - Se stai cercando altri concili con lo stesso nome, vedi Concilio Lateranense.

Il Concilio Lateranense V è il XVIII Concilio Ecumenico della Chiesa cattolica, celebrato a Roma, nella basilica di San Giovanni in Laterano, dal 3 maggio 1512 al 16 marzo 1517.

Il contesto storico

L'inizio del XVI secolo, nella Storia del cristianesimo, è caratterizzato da una forte decadenza del prestigio e dell'autorità del papato, mentre dalla base si muove un movimento che invoca e vuole la riforma in capite et membris.

Il movimento della base, che oggi gli storici rivalutano come una vera e propria riforma cattolica, precedente o parallela a quella protestante, si manifesta attraverso varie iniziative:

  • la nascita e lo sviluppo di associazioni di laici, che si muovono nell'ambito delle opere caritative o nella diffusione della pietà eucaristica: per esempio la Compagnia del Divino Amore, fondata a Genova da Ettore Vernazza alla fine del Quattrocento, che da il via ad iniziative simili in tutta Italia;
  • la riforma degli antichi ordini religiosi; tra il Quattrocento e il Cinquecento si moltiplicano i conventi di stretta osservanza tra i benedettini, i francescani, i carmelitani, i domenicani, gli agostiniani in molti Paesi europei; in alcuni casi dai rami vecchi si sviluppano nuovi ordini: per esempio i Cappuccini e i Carmelitani scalzi;
  • la nascita di nuovi ordini religiosi, per motivi del tutto indipendenti dalla riforma luterana: così i Gesuiti, gli Oratoriani, i Camilliani, i Teatini;
  • molti vescovi, nelle loro diocesi, promuovono una vera e propria azione riformatrice, attraverso i sinodi diocesani, la predicazione, la formazione del clero (così il vescovo di Bressanone, Nicolò da Cusa); oppure in Spagna, l'azione congiunta di Corona ed Episcopato, porta a scelte coraggiose per l'epoca, come l'obbligo della residenza per Vescovi e preti, la limitazione di privilegi ed esenzioni, la nomina di vescovi attenti più alla cura delle anime che al proprio prestigio personale.

Questi tentativi di rinnovamento della Chiesa trovano però il loro punto debole nella Curia romana e nei Papi:

« Manca una vera coscienza delle necessità della Chiesa, prevale il timore che le richieste avanzate da molti ecclesiastici portino a una nuova affermazione della teoria conciliare (..) I Papi di questo periodo mostrano in genere una personalità assai forte, indomita energia, sagacia amministrativa, grande mecenatismo (..) ma si mostrano debolissimi nell'affrontare la riforma della Chiesa: il loro interesse è rivolto altrove. »
(G. Martina, La Chiesa nell'età della riforma, Brescia 1988, pp. 149 e 151)

Giulio II (1503-1513) convocò il Concilio Lateranense V non per rispondere all'invocazione di riforma che saliva dalla base, ma per svuotare di ogni importanza l'iniziativa del re francese Luigi XII, in guerra contro il papato, che aveva aperto a Pisa nel 1511 un'assemblea di vescovi con la pretesa di essere un concilio ecumenico. Così il Papa fu costretto per necessità a convocare un concilio che rivaleggiasse con quello pisano (cui parteciparono 6 cardinali, 24 vescovi, alcuni abati, giuristi e teologi, per lo più tutti francesi), appoggiato dallo stesso imperatore Massimiliano.

I programmi di riforma

Il concilio fu aperto il 3 maggio 1512 sotto Giulio II e si concluse il 16 marzo 1517 sotto Leone X.

Nel discorso di apertura, il Superiore generale degli Agostiniani, Egidio da Viterbo, criticò la politica del papa e sottolineò l'urgente necessità di una riforma: ma sui contenuti di tale riforma il prelato si mostrò vago, non riuscendo sempre nell'intento di tenere separate considerazioni politiche e religiose.

Molto più elaborati furono invece i programmi di riforma sottoposti al concilio dall'episcopato spagnolo e da due religiosi camaldolesi italiani:

  • l'episcopato spagnolo, riunito a Burgos nel dicembre 1511 per preparare il concilio, adottò un programma che mise al primo posto la riforma della Curia di Roma, con l'eliminazione di ogni forma di simonia nell'elezione del pontefice, una maggior cura nella scelta dei cardinali, la riunione quinquennale di un concilio; fu proposta anche la soppressione di tutte le dispense papali, in particolare quelle che riguardavano l'obbligo di residenza per i vescovi, quelle che toccavano i voti religiosi e quelle che permettevano l'ordinazione di soggetti incapaci o indegni;
  • i sacerdoti italiani Tommaso Giustiniani e Vincenzo Quercini nel 1513 redassero un Libellus ad Leonem X, con il quale sottoposero al nuovo papa un programma di riforma concreto ed audace: era necessario purificare il pontificato dalla politica; porre fine al fiscalismo curiale; restaurare gli studi ecclesiastici di Sacra Scrittura (da tradurre in volgare), dei Padri della Chiesa e del Diritto canonico che permettessero di conseguenza una migliore predicazione; porre un freno al dilagare della superstizione fra clero e laici, superstizione fatta di libri di divinazione e di magia, di culto di santi ma fasulli guaritori, di riti di fecondità; riformare il vertice della Chiesa, ossia Papato e Curia, con una scelta migliore delle persone, con una cura maggiore nella formazione alla vita sacerdotale; riformare tutti gli ordini religiosi con l'osservanza più stretta delle regole; convocare regolarmente concili generali, sinodi provinciali e diocesani, i capitoli degli ordini religiosi.

A detta di Hubert Jedin, questo programma fu "il più ampio e radicale di tutti i programmi di riforma dell'era conciliare", ma restò, nella sostanza, completamente inosservato. Così come rimasero inattese le osservazioni che, nel dicembre 1516, fece, al discorso di apertura della XI sessione, il nipote di Pico della Mirandola, Gian Francesco: il popolo non fa che imitare il clero, i quali sono, per esso, fonte di scandalo e di corruzione: essi danno esempio di lussuria, avarizia, superstizione; bisogna perciò prima di tutto lottare contro l'ignoranza dei preti, immergerli nella Sacra Scrittura, sottometterli all'autorità dei loro vescovi e del papa.

Il quinto concilio lateranense convocò all'incirca 430 vescovi, di cui più di un terzo non italiani; ad esso finirono per partecipare anche i padri del conciliabolo di Pisa. Esso tenne 12 solenni sessioni: le prime cinque sessioni (sotto Giulio II) affrontarono soprattutto la lotta contro l'eresia e lo scisma; le altre sessioni (sotto Leone X) affrontarono questioni dottrinali e disciplinari. Tutte le decisioni conciliari furono pubblicate sotto forma di bolle pontificie, e non di decreto a sé stante.

L'opera del Concilio

L'opera dottrinale

Si possono sottolineare due bolle di carattere dottrinale:

  • la Apostolici Regiminis (19 dicembre 1513): contro le teorie di Piero Pomponazzi dell'Università di Padova sull'impossibilità di dimostrare l'immortalità dell'anima, che al limite può essere solo un'affermazione di fede, il concilio respinge questo cieco fideismo, afferma che l'immortalità dell'anima è una verità anche filosofica, e che la filosofia non può essere autonoma dalla verità rivelata;
  • la Inter Sollicitudines (4 maggio 1515): a proposito dell'invenzione della stampa, i padri conciliari, da un lato riconoscono che questa invenzione è un dono di Dio che apre alla diffusione della cultura, ma dall'altro denunciano anche i pericoli che ne possono derivare per la fede e la morale; è così decisa e stabilita la censura dei libri e della stampa, sotto l'autorità del papa, dei vescovi e degli inquisitori.

La riforma della curia e del clero

Era questo il punto su cui i vari programmi di riforma avevano maggiormente insistito. Il concilio affrontò questa riforma e prese delle decisioni, ma esse

« (..) erano poche e insufficienti, restarono per lo più sulla carta per la mancanza di una sincera convinzione e di una energica volontà da parte dei pontefici. Quando si trattava di rinunziare a sicuri cespiti finanziari, i timidi propositi di riforma svanivano subito. »
(G. Martina, op. cit., p. 150)

Le più importanti disposizioni assunte dal concilio:

  • riguardo ai cardinali, si ricorda che devono condurre una vita esemplare, che devono guardarsi dagli abusi del nepotismo, e viene emanato un testo per regolarne le tariffe e la fiscalità;
  • riguardo al clero in generale, il concilio innalza l'età minima per l'ordinazione episcopale (30 anni) e per la nomina degli abati (22!!); proibisce la commenda (con molte eccezioni) e il cumulo dei benefici (ammesso però "per motivi gravi ed urgenti");
  • limita le esenzioni, su pressione dei vescovi, per i canonici (bolla Regimini Universalis Ecclesiae del 4 maggio 1515) e per i religiosi, che sottomette all'autorità dei vescovi (bolla Dum Intra Mentis del 19 dicembre 1516).

Queste misure di riforma verranno smentite già durante il concilio. Mentre venivano lette le bolle di riforma in sessioni solenni, il papa concedeva al principe Alberto di Brandeburgo i benefici di tre diocesi, a condizione di pagare a Roma una forte tassa, il cui importo doveva essere raccolto con la predicazione delle indulgenze. Inoltre, i padri conciliari furono chiamati ad approvare il concordato di Bologna stabilito tra il papato e il regno di Francia (19 dicembre 1516): in esso si stabiliva l'abrogazione della Prammatica Sanzione di Bourges, carta del Gallicanesimo, ma insieme si cedeva al re francese il diritto di designare i vescovi e gli abati, cosa che di fatto riapriva la porta alla maggior parte degli abusi che il concilio stesso pretendeva di abolire.

Disposizioni per il popolo cristiano

Vari decreti conciliari riguardano il popolo cristiano. Furono condannati con termini rigorosi e duri i bestemmiatori; fu affermata la legittimità dei Monti di Pietà, che non cadono nella condanna dell'usura (bolla Inter Multiplices del 4 maggio 1515). Importante fu la bolla Supremae Majestatis del 19 dicembre 1516 sulla predicazione dei preti: essi devono essere approvati dal vescovo locale; devono insegnare la dottrina della Chiesa, basata sulla Sacra Scrittura e sui santi dottori; sono condannati tutti i pseudo-profeti, coloro che "agitano terrori e minacce, annunciano gran numero di mali come imminenti", e i riformatori troppo ardenti, che osano criticare la gerarchia ed il clero.

Giudizi sul Concilio

« Non è facile fare un bilancio equo del quinto concilio del Laterano. L'entrata in scena di Lutero, sette mesi e mezzo dopo la sua chiusura, e la formidabile accelerazione del processo riformatore che ne è derivato rendono irrisorie le misure che il concilio aveva previsto, se solo fossero state applicate. Invece i decreti del Lateranense V saranno soffocati dall'indifferenza del papa (..) e dalla cattiva volontà della curia, poco desiderosa di modificare le proprie abitudini (..) L'acquisizione più durevole di questo concilio è quella di aver detto la parola fine alle teorie conciliariste, riconoscendo la superiorità del papa. »
(M. Venard, Il Concilio Lateranense V e il Tridentino, in Storia dei Concili Ecumenici, a cura di G. Alberigo, Brescia 1990, p. 328)

Fonti e Bibliografia

  • (EN) Edward H. Landon, A Manual of Councils of the Holy Catholic Church, John Grant, Edimburgo 1909, vol. 1, p. 333-38, online
  • Conciliorum Oecumenicorum Decreta, ed. G. Alberigo, Bologna 1973, pp. 593-655
  • G. Martina, La chiesa nell’età della riforma, Morcelliana, Brescia 1988, pp. 146-151
  • M. Venard, Il Concilio Lateranense V e il Tridentino, in Storia dei Concili Ecumenici, a cura di G. Alberigo, Queriniana, Brescia 1990, pp. 321-368
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