Esilio di Babilonia

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Mappa della deportazione degli Ebrei verso Babilonia.

Con esilio di Babilonia si intende la deportazione a opera dei Babilonesi di alcune migliaia di quadri dirigenti del popolo ebraico (funzionari, sacerdoti, nobili, artigiani) verso i dintorni della capitale, avvenuta tra il 597 - 538 a.C.

L'esilio ha avuto inizio con la conquista di Gerusalemme e del regno di Giuda da parte dei Babilonesi nel 597, quando ebbe luogo una prima deportazione seguita da altre due nel 587 e 582-581. Ebbe termine nel 538 quando Ciro re dei Persiani, dopo aver conquistato Babilonia (539), permise a tutte le popolazioni dell'impero (Ebrei inclusi) di tornare liberamente ai propri luoghi di origine.

Fonti storiche

I testi biblici rappresentano la fonte più diretta circa l'esilio.

Altre testimonianze archeologiche confermano indirettamente i resoconti bilici. Il cosiddetto cilindro di Ciro contiene un decreto del monarca persiano che permette il ritorno delle popolazioni esiliate dai babilonesi nelle loro terre di origine. Altri rinvenimenti attorno a Babilonia testimoniano la presenza di nomi ebraici, attribuibili ai deportati o ai loro discendenti che scelsero di non ritornare in Giudea.

Deportazioni

Nel 597 a.C. il re babilonese Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme e il regno di Giuda, durante la reggenza di Ioiachin (2Re 24,10-13). Come da prassi antica, in particolare propria del precedente impero assiro, furono deportati i notabili del paese (famiglia regale, quadri statali, militari, religiosi ed economici) per facilitarne l'asservimento e sradicarne l'identità nazionale. La maggior parte del popolo con basse qualificazioni fu lasciato indenne. Secondo 2Re 24,14 le persone deportate sono state 10.000 (dei quali 7.000 militari e 1.000 artigiani), cifra indubbiamente arrotondata e relativamente elevata per il piccolo regno di Giuda. Secondo il più modesto e preciso (e dunque più credibile) resoconto di Geremia (52,28) la deportazione ha riguardato 3.023 persone.[1] I babilonesi insediarono come re Mattania, zio di Ioiachin, rinominato Sedecia.

Nel 587 il re Sedecia si ribellò ai babilonesi, probabilmente nel contesto di una coalizione più ampia (Edom, Moab, Ammoniti, Tiro e Sidone, cf. Ger 27,3). Gerusalemme venne nuovamente conquistata, il tempio di Gerusalemme cessò il suo servizio, le mura vennero demolite ed ebbe fine la dinastia davidica e il regno di Giuda (2Re 24,20-25,10). Ci fu una seconda deportazione di 832 persone (Ger 52,29, mentre il parallelo 2Re 25,11 non riferisce cifre). Lo sconforto causato dalla conquista e distruzione del tempio sono descritte nel Libro delle Lamentazioni e nei Sal 74[73] e Sal 79[78]. I babilonesi insediarono a Gerusalemme come governatore il non davidico Godolia. Dopo pochi mesi, in un colpo di stato, il davidico Ismaele figlio di Netania fece uccidere il governatore, aspirando al potere (2Re 25,25-26). La paura di una vendetta babilonese portò a una fuga dei cospiratori verso l'Egitto alla quale fu costretto, verosimilmente controvoglia, anche il profeta Geremia (Ger 41,16-43,7).

Nel 582-581 si è avuta una terza deportazione in circostanze non precisabili (non è citata da 2Re) ma verosimile conseguenza di un'altra rivolta. Lo scarno passo di Ger 52,30 riferisce di 745 deportati. Lo stesso passo riporta la somma delle persone coinvolte nelle tre deportazioni, cioè 4.600.

Diversamente da quanto accaduto per la deportazione assira delle tribù del regno del nord, quando furono deportate in Israele altre popolazioni, per la Giudea non vi fu una deportazione in loco di stranieri.

Vita nell'esilio

I testi dell'AT non forniscono espliciti resoconti sulla vita dei deportati, come anche le fonti babilonesi pervenuteci. È plausibile che siano stati impiegati per corvees edilizie ed agricole. Alcuni indizi possono essere reperiti da vari passi biblici.

La destinazione finale dei deportati è desumibile da alcuni passi biblici che riportano i nomi di alcune località: Tel-Melach, Tel-Carsa, Cherub-Addan, Immer (Esd 2,59; Nee 7,61), Casifià (Esd 8,17), Tel-Abìb (Ez 3,15). Non è possibile localizzare con certezza i toponimi citati ma sono usualmente identificati nella zona sud-est di Babilonia. Ad ogni modo gli esuli poterono vivere uniti dalla comune identità nazionale e religiosa.

Tra i deportati va contato anche il profeta Ezechiele (1,1) e l'ignoto autore della seconda parte del libro di Isaia (Deutero Isaia, capp. 40-55). Questi, unitamente all'intervento del lontano Geremia, hanno esortato i giudei deportati a insediarsi attivamente nei territori (cf. in particolare Ger 29,4-7). Allo stesso tempo sono ricorrenti le esortazioni a mantenere viva la fede in Dio, con la promessa profetica di un futuro ritorno in patria (Ez 11,17; 20,41; 34,12; Is 43,19; 49,25; 51,11; 52,9; Ger 29,4).

La possibilità del ritorno si attuò nel 538, prima dei 70 anni profetizzati da Geremia, quando Ciro re dei Persiani conquistò Babilonia e permise a tutti i deportati di tornare alle loro terre di origine. Nelle fonti bibliche sono riportati i testi di due decreti attribuiti a Ciro e rivolti esplicitamente agli Ebrei, in Esd 1,1-3 e in Esd 6,3-5. Il secondo brano, in aramaico (lingua ufficiale dell'impero persiano), ha maggiori possibilità di essere autentico, mentre il primo in ebraico può essere una sua riformulazione libera.

Il permesso di rientro citato da Esd è implicitamente confermato dal testo del cilindro di Ciro,[2] dove il re persiano afferma: "Raccolsi insieme i popoli e li riportai ai loro insediamenti [...], li riportai incolumi alle loro celle [templari], ai santuari che li rendono felici".

Importanza per l'Ebraismo

Il trauma della cattura di Gerusalemme e della distruzione del tempio, con le conseguenti deportazioni, deve aver spinto gli Ebrei a un profondo ripensamento della propria religiosità.

Per quanto non esistano espliciti indizi in tal senso, durante il periodo dell'esilio è solitamente collocata la prima stesura dei testi biblici sulla basi di tradizioni precedenti, orali o scritte, che terminò nei primi decenni del ritorno a Gerusalemme in concomitanza con la ricostruzione del secondo tempio. All'influenza della cultura babilonese sperimentata durante l'esilio possono essere ricondotti gli episodi della torre di Babele, il racconto della creazione in sette giorni, e istituti come il riposo sabbatico e il giubileo.

Sempre all'esilio può essere ricondotta la nascita del culto della sinagoga, centrato sulla lettura dei testi sacri e non più sul sacrificio cruento che era compiuto nel tempio di Gerusalemme.

Note
  1. Rendtorff (pp. 75-76), evidenziando come in Ger 52,28 la deportazione è posta al 7° anno di regno di Nabucodònosor, mentre da 2Re 24,12 è posta all'8° anno, lascia aperta la possibilità di due distinti deportazioni.
  2. Traduzione inglese dal sito del British Musem, online.
Bibliografia
  • Rolf Rendtorff, Introduzione all'Antico Testamento, Claudiana, Torino 1990, pp. 75-85.
  • C.D. Stoll, "Esilio", in Nuovo Dizionario enciclopedico illustrato della Bibbia, Piemme, Casale Monferrato 1997, pp. 342-343.
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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