Giustizia (Bibbia)

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Corrado Giaquinto, Giustizia e Pace, 1760-62, Madrid, Museo del Prado

Il concetto biblico di giustizia è determinato a partire dal rapporto con Dio. Sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento si ritiene, senza contestazioni, che vi siano uomini giusti i quali compiono la volontà divina nel timore di Dio e nell'amore verso il prossimo.

Indice

Nell'Antico Testamento

Termini ebraici

In ebraico "giustizia" viene espresso con i termini sedheq, sedhaqa ed anche mispat. Il termine "giustizia" li rende tutti, ma in modo parziale e non del tutto appropriato, perché l'italiano non dispone delle sfumature di linguaggio dell'ebraico. Il significato spazia tra "normatività", fedeltà della comunità, conformità all'ordine, rettitudine, e anche capacità di vittoria. L'intera gamma semantica lascia emergere che il fondamento del termine rimanda ad un concetto di relazione: la giustizia si attua tra Dio e il popolo eletto o il singolo uomo, e tra gli uomini nelle loro dinamiche relazionali.

Il concetto di giustizia è fondamentale nell'Antico Testamento.

La giustizia di YHWH

Tutta la storia di Israele è rivelazione della Giustizia di Dio. L'amministrazione della giustizia spetta a YHWH, e il suo esercizio deve rispettare la sua intenzione. Ne consegue che l'ingiustizia sociale è anche ingiustizia religiosa.

YHWH è giusto e non commette ingiustizie come fanno gli uomini, poiché mantiene gli impegni dell'alleanza, e mostra quotidianamente la propria rettitudine. Egli evita di perdere i giusti insieme ai peccatori, e dimostra grazia, giudizio e giustizia (Ger 9,23), specialmente verso gli oppressi (Sal 102[101],6).Amos, Sofonia (3,5), Geremia, e, soprattutto, Osea, sottolineano come la giustizia sia una caratteristica della natura divina. YHWH non tollera infatti iniquità.

Geremia conia l'espressione "YHWH è la nostra giustizia" (23,6).

La giustizia di Dio si manifesta verso Israele, ma abbraccia tutti i popoli ed anche gli animali (Sal 9,5-9; 35[34],7; 70[69],19). Inoltre dura eternamente ed è operante ovunque e in tutti i tempi.

Giustizia retributiva

La sua giustizia nel giudizio e nella retribuzione si mostra come giustizia punitiva, che salva i buoni e annienta i peccatori con fuoco e zolfo (Lam 1,18).

Nel giudizio YHWH mostra la sua santità attraverso la giustizia, che distrugge tutti i peccatori fino a lasciare quelli purificati, ai quali è concesso il ritorno (Is 5,16; 10,22).

Dalla giustizia di YHWH il popolo attende l'attuazione del principio di retribuzione: al giusto tutto andrà bene, egli godrà il frutto delle proprie opere; l'empio invece avrà male, gli sarà reso quello che hanno fatto le sue mani (Is 3,10).

Il fatto che YHWH sia giusto non toglie che i buoni possano attraversare prove difficili: Geremia e Giobbe evidenziano come il buono ha sempre da soffrire, mentre gli empi godono indisturbati benessere e felicità (Ger 12,1; Gb 9,20; 23,13-17). Geremia attende da YHWH l'aiuto, mentre Giobbe si rassegna, pensando che la conoscenza umana è insufficiente a capire il piano e la misura divina. I dubbi sulla giustizia divina sono infondati, ma le sofferenze, le prove e anche il martirio dei buoni rimangono.

Giustizia e grazia

Nell'Antico Testamento giustizia e grazia non sono concetti antitetici, come nel linguaggio moderno, ma sono due aspetti della medesima azione divina, indicata nel termine sedhaqa. YHWH esercita grazia e misericordia a favore di moltissimi, ma non lascia impuniti il peccato e la colpa (Es 20,5-10; 34,6-10). La giustizia di Dio, infatti, elargisce ricompensa e condanna, porta a uno salvezza, ad un altro morte.

I Salmi rappresentano il testo in cui questo concetto è meglio espresso. Il fedele aspetta da Dio aiuto e salvezza (Sal 35[34],11), perché sa che YHWH è giusto e misericordioso (Sal 30[29],2; 4,2).

Nei Salmi troviamo rappresentazioni poetiche dei concetti di giustizia-fedeltà e grazia-salvezza, dove esse appaiono come sostegni del trono divino (Sal 39[38],11; 96[95],2; 84[83],11; 88[87],15).

La giustizia del popolo

L'ideale del giusto israelita è presentato nel Salmi, in Giobbe e nei Proverbi.

Il popolo esercita la giustizia quando non trascura i doveri verso Dio (Is 58,2), ed il singolo individuo quando conduce una vita perfetta sotto ogni aspetto (Sal 15[14],2; Is 56,1-5).

Accanto alla fedeltà religiosa, all'onestà civile e alla lealtà in generale, l'israelita giusto esercita una assiduità alla pratica della fede, un rispetto della Legge sotto ogni aspetto, un retto comportamento nell'amministrazione della giustizia.

L'israelita giusto dimostra un concreto ed autentico senso sociale (Es 23,6; Lev 19,32-37; Ger 22,3-15; Pr 22,22; Tb 4,14). La giustizia è quindi anche manifestazione di saggezza pratica che diventa opera meritoria e dà diritto al pubblico riconoscimento da parte di Dio. L'israelita che mostra di avere questa perfezione personale, che è sinonimo di giustizia, viene ascoltato nelle sue preghiere: YHWH esaudisce le sue richieste (Sal 129[128],3; 142[141],2) perché la sua giustizia viene addotta come fondamento della preghiera d'implorazione, di aiuto e salvezza. Non è auto-giustificazione, dalla quale la legge mette in guardia (Dt 9,4-6), ma auto-qualificazione.

In tarda epoca biblica viene messo un particolare accento sulla dimostrazione pratica della pietà: la giustizia è posta sullo stesso piano delle elemosine e di analoghe opere di bene a favore del prossimo. Ad esse viene attribuita una forza che salva e purifica (Dn 4,24; Qo 3,30; Tb 1,3; 12,8).

Giustizia e politica

YHWH dona la giustizia al suo consacrato, il re. Da Dio egli riceve l'arte di governare saggiamente, e la deve esercitare specialmente come protettore e avvocato dei poveri (2Sam 15,2).

Il re deve rendere quotidianamente giustizia ai suoi sudditi, e da uomo fedele a Dio, mantenere l'ordine da lui stabilito (2Sam 23,3). La giustizia è tra gli attributi essenziali del re: nel suo regno dominano giudizio e saggezza. Sion è città fondata nella giustizia, e non vi può albergare l'iniquità nei confronti di Dio e degli uomini (Is 1,26; 11,3-5; 32,1-20). La giustizia si concretizza in un'amministrazione ordinata, coscienziosa, imparziale (Am 5,24; Is 1,17; Ger 22,3).

I profeti si lamentano che non ci sia giustizia nella vita politica, soprattutto nei tribunali (Is 1,21-23), dove al posto della sedhaqa, "giustizia", domina la seaqa, "iniquità" (Is 5,7). Così può accadere che il giusto venga dichiarato colpevole, ed il colpevole giusto (Pr 17,7;Is 5,23) perché il retto ordinamento è stato sovvertito.

Giusti e ingiusti

L'antitesi giusto-ingiusto viene a volte resa con quella di israelita-non israelita. Questa non è necessariamente e sempre un'equivalenza di principio. Ci sono infatti anche tra i non israeliti uomini giusti, come del resto è vero che non tutti gli israeliti sono giusti: essi stessi, o gran parte di essi, vengono spesso indicati come empi.

Di fronte alla giustizia di Dio nessun israelita è giusto; tuttavia tra gli uomini esistono diversi gradi di colpa, così un uomo può essere più giusto, perché meno carico di colpe di un altro. L'israelita pio si sente giusto di fronte al peccatore pubblico, che pure vive nella felicità e si fa beffe della bontà dell'infelice (Ger 12,1-5).

Giustizia e diritto

Il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele poggia sulla giustizia che si configura come un diritto e un dovere: il diritto di YHWH è il dovere del popolo e dei suoi membri. Il termine che esprime questo concetto è mispat, "diritto", che equivale quasi a religione (Ger 5,4-7; Is 58,2) che si deve conoscere ed esercitare. Questo semitismo è attestato nel Nuovo Testamento: "adempiere ogni giustizia" (Mt 3,15) significa osservare tutti i doveri stabiliti da Dio.

Nel Nuovo Testamento

In armonia con il linguaggio veterotestamentario, anche nel Nuovo Testamento il termine indica la rettitudine etico-religiosa dell'uomo, nel senso di disponibilità a fare propria la volontà di Dio.

In Mt 21,32 e 2Pt 2,21 la via della giustizia è la via vissuta secondo i precetti di Dio, e giusto è perciò colui che ne osserva i comandamenti.

L'aggettivo "giusto" viene usato in riferimento a Gesù, ma non solo (Mt 13,17; 23,25.29; Lc 1,6; 2,25; 2Pt 2,7). Il significato pieno di questo termine diventa chiaro quando è unito ad altri aggettivi di ordine etico-religioso, come ad esempio "santo" (At 3,14), "timorato di Dio" (Lc 2,25;At 10,22), "nobile" (Lc 23,50). La stessa cosa vale per il sostantivo giustizia. La formula servire Dio in santità e giustizia (Lc 1,75) indica l'obbedienza piena e totale alla sua volontà.

Poiché vi è giustizia quando l'uomo agisce in accordo al volere di Dio, si può parlare di "praticare la giustizia" (Mt 6,11; At 10,35; 22,11) e di "adempiere ogni giustizia" (Mt 3,5). A questo significato rimanda anche la beatitudine della fame e sete della giustizia (Mt 5,6).

L'uso del termine giustizia nel Nuovo Testamento fa emergere due caratteristiche:

  • La giustizia che Cristo esige deve superare quella degli scribi e dei farisei (Mt 5,20). In opposizione al legalismo della concezione farisaica della Legge, Cristo pone l'accento sull'intenzione quale momento essenziale di ogni azione morale (Mt 6,1); la giustizia richiesta da Gesù supera le esigenze del giudaismo e porta a perfezione le formulazioni che troviamo nell'Antico Testamento (Mt 5,21-48).
  • La giustizia è essenzialmente dono di Dio, e nello specifico, è un atto di Dio, al pari del suo Regno, insieme al quale viene nominata (Mt 6,33). Come contenuto e come bene salvifico del Regno, la giustizia si trova anche nelle Beatitudini, dove viene espresso chiaramente il suo carattere di grazia.

In San Paolo

Piero Pollaiolo  · La Giustizia (1469-1470)  · Galleria degli Uffizi  · Firenze

La giustizia di Dio

Paolo utilizza l'espressione "giustizia di Dio" in Rm 1,17; 3,5.21.22.25.26; 10,3 e in 2Cor 5,21. Questa espressione costituisce il tema specifico della Lettera ai Romani, e se non si assume ciò rimarrebbe senza spiegazione l'uso tanto ricorrente nel testo. Nella lunga pericope di Rm 3,21-28 Paolo spiega la dottrina salvifica utilizzando proprio l'espressione "giustizia di Dio".

Fin dall'antichità emergono due letture dell'espressione, che la interpretano come un attributo di Dio stesso, ovvero come un attributo dell'uomo. Le due letture non sono da intendersi come mutuamente escludentesi, ma in senso inclusivo: si compenetrano e si completano.

La giustizia di Dio va intesa infatti come attributo non statico, ma dinamico, cioè come azione di Dio che include necessariamente e immediatamente il rapporto con il soggetto umano. In tal modo, l'effetto di questa azione si riversa su un essere, l'uomo, che è rinnovato dall'agire di Dio. Ecco allora che Paolo considera da una parte l'azione divina e dall'altra il risultato di questa azione che è la giustizia che Dio ha dato all'uomo.

La duplice considerazione del concetto di giustizia divina risulta chiaramente da Rm 3,26. Questa pericope può essere considerata l'autentica definizione del concetto paolino di giustizia. L'apostolo scrive che Dio mostra la sua giustizia e che:

« Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù»

La giustizia di Dio ha il senso di elargire all'uomo giustizia e, in questo significato, la giustizia dell'uomo è la giustizia stessa di Dio. È dunque un'azione che procede da Dio e salva l'uomo.

La giustizia di Dio si manifesta per la fede, nella fede; essa diventa operante a causa della fede:

« (Nel Vangelo) si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede (cfr. Ab 2,4). »

In Rm 3,5 c'è un confronto tra la giustizia divina e l'iniquità dell'uomo. Dio agisce nella storia dei popoli come nella vita delle singole persone; l'azione salvifica di Dio si manifesta anche nella storia e nella persona di Gesù Cristo. Così a tutti coloro che credono in Cristo è partecipata la giustizia divina, a motivo della fede.

In 2Cor Paolo si sofferma a meditare sul sacrificio di Cristo, e giunge ad affermare:

« Colui che non conosceva peccato si è fatto per noi peccato, affinché noi diventassimo in Lui giustizia di Dio. » (5,21)

L'idea sottesa alla pericope è chiara: secondo il piano di Dio, l'espiazione che Cristo ha compiuto per l'uomo ha per fine che chi crede in Lui riceve la giustizia, che da Lui è operata, e che deriva da Dio. In altre parole l'uomo viene giustificato da Cristo per la fede.

Analogo concetto viene espresso da Paolo in 1Cor:

« Cristo è stato fatto da Dio per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» (1,30)

La pericope si interpreta nel senso che, per, o in, Cristo, sono state date all'uomo da Dio sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. La giustizia è ancora una volta dono di Dio[1]. Per Paolo la giustizia di Dio è la sua giustizia salvifica, cioè la sua bontà che salva, la sua grazia, la sua misericordia: il suo amore.

Ancora, per Paolo dire "la giustizia di Dio si è manifestata" significa dire che la grazia di Dio e la sua bontà che salva, sono divenuti realtà in Cristo.

Paolo utilizza un terminologia che già si trovava nell'Antico Testamento, specialmente nei Profeti e nei Salmi. Nei binomi "grazia e giustizia", "salvezza e grazia", "bontà e giustizia", le parole sono collegate in modo tale da indicare l'azione di Dio che reca salvezza, misericordia, aiuto.

Giustizia e alleanza

Dio ha stipulato un patto con Israele; mantenerlo significa aiutare Israele in ogni suo bisogno. La giustizia di Dio si manifesta dunque nell'osservare la sua Alleanza e nel presentarsi come salvezza di Israele.

Successivamente con la spiritualizzazione del concetto di Alleanza, si insiste sul fatto che l'azione salvifica di Dio è vista manifestarsi nella sua misericordia e nella sua Grazia (Sal 142[141],1; 68[67],28).

Anche Paolo accoglie il concetto di grazia di Dio in questo senso spiritualizzato: nei suoi scritti la giustizia divina è sempre espressa come fedeltà al patto.

In Rm 3,3 si parla in modo esplicito della fedeltà di Dio e dell'infedeltà degli uomini. La giustizia di Dio consiste dunque per Paolo nella fedeltà di Dio alle sue promesse[2]

Giustizia e Giustificazione

Sono due concetti intimamente connessi nel pensiero dell'Apostolo. La rettitudine dell'uomo è infatti giustizia che nasce dall'atto della giustificazione. Conseguire la giustizia o essere giustificati identificano per Paolo la stessa realtà ( si confrontino Rm 5,1 con Rm 9,30 e ancora Gal 2,16 con Gal 2,21). La definizione di ciò che Paolo intende per giustizia dipende fondamentalmente da cosa egli intende per giustificazione.

Dalle lettere emergono elementi essenziali per la comprensione piena del concetto di giustizia. Poiché nell'espressione "giustizia di Dio" considera la giustizia tanto come attributo di Dio tanto come attributo umano, questo termine non può essere inteso puramente nel significato di giudizio esterno di Dio sull'uomo. Il concetto, dunque, rende anche un suo modo di essere o di agire e al tempo stesso, l'essere e l'agire dell'uomo.

Ciò risulta confermato dal fatto che per Paolo giustizia e peccato sono due concetti opposti.

Nella pericope 2Cor 6,14 chiede infatti: "Che cosa ha da fare la giustizia con il peccato? "

Nel passo Rm 6,12-23 peccato e giustizia si trovano personificati come due forze e due possibilità fondamentali della vita umana, tra le quali il cristiano deve decidersi.

Poiché il concetto di peccato appartiene alla categoria morale (in Rm 6,19 è sostituito infatti dalle due espressioni impurità e iniquità anche il concetto di giustizia deve appartenere alla stessa categoria.

Quindi essere libero dal peccato ed essere sottomesso alla giustizia sono due aspetti della medesima realtà.

Giustizia significa, dunque, per Paolo libertà interiore dal peccato.

Il carattere morale del concetto di giustizia è presente in Gal 3,21: " Se infatti fosse stata data una legge che potesse vivificare, la giustizia verrebbe veramente dalla legge".

La legge dell'AT è quindi "legge di giustizia" (Rm 9,31), cioè rappresenta il contenuto della giustizia ma non lo può comunicare, per il fatto di essere pura lettera. Alla legge veterotestamentaria manca proprio la forza di "vivificare l'uomo" cioè di farlo capace di azioni morali. Questa forza spetta allo Spirito (2Cor 3,6; Rm 8,4-6).

Per portare una controprova che la legge dell'AT non è in antitesi con le promesse divine, il cui fine è la giustizia, Paolo pone il caso irreale:" se la legge potesse vivificare, la giustizia verrebbe realmente dalla legge" (con ciò, indirettamente, Paolo fa riferimento al fatto che la giustificazione consiste nella possibilità fondamentale di agire rettamente e nell'integrità morale. La stesso concetto lo esprime con il fatto che giustizia e santità sono nominate insieme e poste in relazione. "Cristo è divenuto per noi giustizia e santità (1Cor 1,30). I cristiani devono offrire le loro membra alla santità come schiavi di giustizia Rm 6,19.

E ancora, l'Uomo nuovo è creato in "vera giustizia e santità" (Ef 4,24).Poiché la giustizia secondo la sua essenza è riferita all'azione morale,anche questa viene indicata da Paolo come giustizia. L'apostolo parla infatti di:

Nelle varie espressioni è difficile determinare con certezza se il termine giustizia esprima il bene fondamentale della salvezza o la vita attiva morale.

Ma proprio questa difficoltà rende chiaro quanto il concetto di giustizia abbia per Paolo una forte componente etica. Il carattere assolutamente gratuito della giustizia risulta dall'espressione "dono della giustizia" (Rm 5,17) e dall'altra in cui dice che la "Grazia regna mediante la giustizia" (Rm 5,21) ed infine "Dio imputa agli uomini giustizia" Rm 4,6.

"Il verbo imputare è da intendersi come il termine hasad dell'AT, cioè come "porre in conto", "accreditare".

Come dono e grazia di Dio, la giustizia divina si oppone alla giustizia dell'uomo o alla giustizia della legge che l'uomo, in conformità con i precetti divini vuole creare da sé. ( (Rm 9,31).

Tale giustizia è infatti possibile solo in senso relativo e Paolo può dire che, rispetto ad essa, è stato irreprensibile nel tempo in cui osservava la legge. Afferma anche che l'uomo, il quale ha a che fare soltanto con la legge, non l'adempie e non la potrà mai adempiere, perché sarà sempre l'opposto del giusto, cioè un peccatore. ( (Rm 2,1-3,19; (Rm 7,6-26).

Secondo la visione di Paolo la legge dell'AT, nel pensiero di Dio, non aveva il fine di rendere partecipe l'uomo della giustizia bensì, conducendolo al peccato, doveva rendere visibile la necessità e la pura gratuità della giustizia portate da Cristo (Rm 5,20-25;Gal 3,19-22). Se Israele, che soggiaceva alla legge della giustizia, non l'ha raggiunta, mentre i pagani che non se ne preoccupavano, l'hanno ricevuta (Rm 9,30) ne risulta evidente l'assoluta gratuità.

L'unico fondamento di ogni giustizia è Cristo. Egli può, infatti, essere chiamato "nostra giustizia" (1Cor 1,30).

Paolo va oltre nella sua riflessione e afferma che "in Cristo siamo diventati giustizia" 2Cor 5,21).

L'unico mezzo per cui l'uomo partecipa della giustizia è la "fede in Cristo". Con tale espressione Paolo indica l'adesione di tutto l'essere alla rivelazione della salvezza in Cristo. L'apostolo parla perciò di "giustizia della Fede" (Rm 1,17; Rm 3,22; Rm 4,11-13; Rm 9,30; Rm 10,6;Fil 3,9) La fede sta radicalmente in antitesi con ogni vanagloria (Rm 3,27), cioè, con la concezione che intende la giustizia come frutto delle proprie opere, e quindi come merito.

In Paolo fede e grazia sono due realtà legate in modo sostanziale e inseparabile, e vengono nominate indifferentemente come fondamento della giustizia.

Infatti, poiché la giustizia è giustizia di grazia, è anche giustizia di fede. In Rm 4,16 l'apostolo esprime questo concetto in modo più esplicito: la promessa e la giustizia si fondano sulla fede affinché essa sia data come grazia.

Abbandonare la via della fede significa rigettare la grazia di Dio (Gal 2,21) o cadere dalla grazia (Gal 5,4).

La fede è dunque, per Paolo, presupposto e mezzo della giustizia divina e non è concepita come pura e semplice fiducia. Essa, infatti, implica l'adesione alle istanze morali del Vangelo e quindi la giustizia, ancora una volta, rappresenta essenzialmente una realtà morale.

Nella Lettera di Giacomo

Il tema della giustizia e della giustificazione è affrontato nel brano Gc 2,14-26. Nel testo emerge un'apparente contraddizione formale con le affermazioni di San Paolo. Infatti, mentre questi aveva detto:

"nessun uomo è giustificato dalle opere della legge " (Rm 3,20;Gal 2,16) oppure:

"l'uomo viene reso giusto dalla fede indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28)

Giacomo afferma invece in Gc 2,24:

"vedete che l'uomo è giustificato dalle opere e non dalla sola fede"

L'impressione del contrasto aumenta per il fatto che Paolo e Giacomo si rifanno entrambi al passo in cui si racconta di Abramo (Gen 15,6), giungendo però ad esiti diversi. Paolo utilizza il riferimento scritturistico di Abramo a sostegno della tesi che vuole la giustificazione ottenuta dalla fede senza le opere della legge. Giacomo invece, la utilizza per affermare una concezione della giustificazione che poggia sulle opere.

Lutero, lottando contro la giustizia delle opere, in favore di una visione diversa, ha chiaramente negato la canonicità della lettera di Giacomo,mentre oggi, l' esegesi protestante, pur mantenendo ancora riserve sul testo, non si esprime più in termini di opposizione insuperabile tra gli insegnamenti dei due apostoli.

L'apparente contrasto viene superato applicando un'analisi del testo che non li pone in dipendenza l'uno dall'altro. In altre parole Giacomo non può essere interpretato a partire da Paolo. Inoltre, le due serie di affermazioni hanno punti di partenza e di arrivo del tutto diversi, ed anche i concetti fondamentali di giustificazione,fede ed opere hanno contenuti differenti.

Paolo infatti parla da teologo e nella disputa con il giudaismo vuole offrire un'esposizione dottrinale della via che conduce alla salvezza; a Giacomo interessa soltanto la pratica della vita cristiana, cioè la realizzazione della legge morale di Cristo, la cui norma principale e la cui perfezione stanno nel comandamento dell'amore verso il prossimo (Gc 2,8).

Mentre per Paolo la giustificazione è la realtà fondamentale che eleva l'uomo peccatore allo stato di giustizia, in Giacomo la giustizia indica la vita morale di colui che è già stato giustificato.

Le opere che Paolo respinge quali fondamento della giustificazione sono quelle della legge veterotestamentaria, le quali venivano considerate una prestazione con cui l'uomo si meritava la giustificazione. Le opere di cui parla Giacomo, invece, sono le opere buone dell'amore al prossimo (Gc 2,8-16), e della pietà (Gc 1,27;Gc 2,22) nelle quali è impegnato il cristiano, cioè l'uomo che Polo ritiene già giustificato.

In ultima considerazione, Paolo con l'espressione "fede giustificante" intende la donazione di tutto l'uomo a Dio. Intende cioè anche l'accettazione delle esigenze morali del vangelo e la fede che agisce nell'uomo giustificato attraverso l' amore (Gal 5,6).

Al contrario, la fede che Giacomo oppone alle opere è qualcosa di puramente teorico, l'accettazione puramente intellettuale di una dottrina che non influenza la vita pratica; una fede, insomma, morta, (Gc 2,17.26), paragonabile a quella infruttuosa degli spiriti cattivi (Gc 2,19)

Note
  1. L'espressione "giustizia di Dio" è stata interpretata in modo diverso dalle varie confessioni cristiane. Lutero ha posto l'accento sull'aspetto di giustizia vendicativa, cioè punitiva. In risposta a questa simile lettura, Denifle (Die abendlandischen Schriftausleger bis Luther uber Iustitia Dei und Iustificatio, Manz, 1905) ha dimostrato come nessun commentatore della Bibbia prima di Lutero abbia mai considerato in questo senso stretto la giustizia di Dio.
  2. Ciò che Paolo intende è espresso in maniera molto densa anche da san Giovanni: "Dio è fedele e giusto poiché rimette i nostri peccati e ci purifica sa ogni iniquità" (1Gv 1,9).
Bibliografia
Voci correlate

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