Iefte

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Giovanni Antonio Pellegrini, Ritorno di Iefte - Londra, Collezione Mahon

Iefte o Jephta (dall'ebraico יפתח, Yiftach / Yiptha) è un personaggio dell'Antico Testamento. Fu giudice di Israele (Gdc 10,17-12,7) per un periodo di sei anni (Gdc 12,7). Apparteneva alla Tribù di Manasse.

Il personaggio

Iefte, come già Abimelech (Gdc 9,1-6), era semi-israelita, essendo nato in Galaad da padre israelita e madre cananea (8,31). A causa di ciò gli israeliti puri scacciarono il semi-israelita Iefte. Egli diventò quindi un avventuriero nomade che viveva con la sua banda ai margini del deserto e della città. Tob (11,3) è nella regione intermedia, tra colline a valli, del Galaad nord-orientale[1].

In occasione di una guerra contro gli Ammoniti, gli anziani di Galaad chiesero ad Iefte di combattere con loro, ed egli domandò come contropartita di diventare il loro capo.

Il voto

È significativa la vicenda di Iefte e della figlia (Gdc 11,29-40). Durante la guerra, Iefte chiese a YHWH la vittoria, e fece voto di offrirgli in olocausto la prima persona che gli fosse venuta incontro al suo ritorno (Gdc 11,30-31). La vittima sarebbe stata la figlia, che chiese di trascorrere due mesi sulle montagne per piangere la sua verginità con le compagne. Trascorso il tempo la fanciulla fece ritorno a casa e il padre la sacrificò.

La lettura di tale episodio può far sorgere interrogativi inquietanti nel lettore che non avesse chiaro il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento[2], dal momento che l'insegnamento di Cristo toglie all'uomo qualsiasi potere sulla vita di un altro uomo con il rifiuto radicale della violenza (cfr. Mt 5,21-22); in tale ottica risulta incomprensibile il voto di Iefte.

In realtà l'episodio va letto all'interno della condiscendenza divina, che rivelò gradualmente la sua volontà, una volontà di vita e mai di morte. Il voto di Iefte e il sacrificio della figlia di lui attendono quindi il perfezionamento della legge di Dio, che sarà pieno solo nella rivelazione di Gesù.

Critica letteraria

Per i libri del Deuteronomio e dei Giudici si teorizza una storia letteraria, e si distinguono due versioni successive di essi. Le versioni vengono fatte risalire a due redattori successivi, chiamati rispettivamente deutoronomico e deuteronomistico, e le versioni approntante da essi vengono chiamate deuteronomica e deuteronomistica.

All'interno di tale teoria si ritiene[3] che il primo redattore (deuteronomico) del Libro dei Giudici abbia omesso, pur avendoli disponibili nella sua fonte, i versetti 11,1-10.11a.29a.20-40; 12,1-6:

Il v. 11,3b avrebbe quindi chiuso la narrazione con un commento tipicamente deuteronomico.

Doppioni come 10,17a e 11,4, 10,18b e 11,9, 11,11b e 11,30-34 fanno pensare che il redattore successivo reinserì le sezioni tralasciate senza rimuovere a sua volta i più antichi riassunti che le avevano sostituite.

Note
  1. Gdc 9,4; 1Sam 22,1-2.
  2. Una reazione simile può essere suscitata dal Sacrificio di Isacco da parte di Abramo (Gen 22,1-19.
  3. John Dominic Crossan, Giudici, in Grande Commentario Biblico, p. 205.
  4. Cfr. 10,18b e 11,9
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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