YHWH

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
(Reindirizzamento da JHWH)
Evoluzione del tetragramma in fenicio, aramaico ed ebraico: tutte e tre le scritte sono da leggere da destra a sinistra

YHWH (יהוה) è il nome maggiormente usato per indicare Dio nell'Antico Testamento ebraico (Tanakh). Viene anche indicato come "tetragramma" biblico o sacro, dal greco τέτρα, tétra ("quattro") e γράμματον, grámmaton ("scrittura, lettera"), essendo composto dalle quattro lettere ebraiche yod, he, waw, he.

Già dall'epoca pre-cristiana, durante la lettura delle scritture e nella liturgia del tempio di Gerusalemme, il nome veniva pronunciato "Adonài", Signore, in scrupoloso ossequio al comandamento "non pronunciare il nome di Dio invano" (Es 20,7; Dt 5,11). Solo in occasioni speciali era pronunciato dal sommo sacerdote, nel Giorno del Kippur, e dai sacerdoti, durante speciali benedizioni. In epoca contemporanea gli ebrei lo leggono talvolta hashèm, "il nome". Diffusa è anche la resa con "Eterno".

Dato che nella lingua ebraica non si scrivono le vocali, il tetragramma biblico è costituito unicamente da consonanti; ma poiché esso non viene mai pronunciato, non è certo quale sia la corretta pronuncia del nome sacro. La quasi totalità degli studiosi contemporanei concorda nell'ipotesi che la corretta pronuncia fosse "yahwèh" (יַהְוֶה), come attestata nell'antichità dagli scrittori greci cristiani Epifanio di Salamina e Teodoreto di Cirro (i quali riportano le grafie omofone Ἰαβε e Ἰαβαι), e in epoca moderna ricostruita da Wilhelm Gesenius nel 1840. L'opzione "yeowah", donde l'italiano "Geova", deriva dall'acritica traslitterazione del testo masoretico יְהֹוָה che vocalizza le quattro consonanti con le vocali del termine אֲדֹנָי Adonài, per indicare la lettura in tal senso.

Nella Bibbia ebraica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Nomi di Dio nell'ebraismo.

Nella Bibbia ebraica, il tetragramma YHWH è il nome più usato per indicare Dio e corrisponde al suo nome proprio (Es 3,15). Altri nomi sono אדני (Adonài, "Signore"), אל (El, "Dio"), אלהים (Elohìm, plurale maiestatico di "Dio"), più altri epiteti come Onnipotente, Eterno, delle schiere o degli eserciti...

Circa le sole consonanti (l'originale testo ebraico era solo consonantico, le vocali furono aggiunte in seguito, v. dopo), compare con tre grafie:

  1. יהוה (YHWH), nella sua forma piena;
  2. יהו (YHW), nella sua forma abbreviata propria in particolare dei nomi teoforici, p.es. ישעיהו (Isaia), ירמיהו (Geremia);
  3. יה (YH), nella sua forma abbreviata presente p.es. nella parola הללויה (Alleluia), "lodate (imperativo) YH".

Si notano talvolta discordanze tra le fonti circa l'effettivo numero di ricorrenze, solitamente dovute a diversi criteri di inclusione delle varie forme. Una ricerca col software Bible Windows (1999) restituisce 3001 occorrenze alla ricerca di יהוה nei 39 libri del testo masoretico. La Jewish Encyclopedia (1906) riporta 5410 occorrenze, verosimilmente includendo i nomi teoforici.[1]

Nella traduzione greca della bibbia ebraica, la Settanta, il tetragramma è stato tradotto con Kύριος, "Signore", che viene usato anche per rendere l'ebraico אדני, "Signore".

JHWH o YHWH

Indipendentemente dalla vexata quaestio della corretta vocalizzazione e dunque dell'effettiva pronuncia (v. dopo), si nota una certa confusione sulla traslitterazione delle consonanti del tetragramma. In passato era largamente attestata la forma "JHWH". In latino, che ha rappresentato per secoli la lingua culturale e sacra, la lettera ebraica י (yod, dal suono equivalente alla nostra "i") era comunemente resa con la lettera J, dove aveva un valore semivocalico. In epoca contemporanea, per decenni la ricerca storica ed esegetica è stata capeggiata da studiosi tedeschi, che rendono, come avviene in latino, la yod con la J, in maniera corretta dato il suono "i" di entrambe le lettere.

Tuttavia, in inglese e in molte lingue neolatine, la lettera J ha un valore consonantico simile alla "g" dolce, non adeguato alla yod ebraica, e si tende pertanto a usare la lettera Y.

Divieto di pronuncia

Nell'antichità la pronuncia del nome di Dio, reso dai testi ebraici col tetragramma consonantico YHWH, doveva essere comunemente nota al popolo ebraico. La pronuncia del nome divino avveniva in particolare in alcune solenni e ieratiche circostanze all'interno del tempio di Gerusalemme, "il luogo dove Dio ha scelto di far abitare il suo nome" (Dt 12,5.11.21; 14,23.24 ecc.). Il sommo sacerdote, durante la liturgia del Giorno del Kippur, lo pronunciava di fronte a tutto il popolo complessivamente dieci volte.[2] Veniva pronunciato anche dai sacerdoti nel tempio, durante la recita della benedizione descritta da Nm 6,23-27, come esplicitamente prescritto dalla benedizione stessa. Fuori dal tempio la pronuncia del nome era sostituita da un eufemismo.[3]

Tuttavia, nella rigorosa osservanza del comandamento "non pronunciare il nome di Dio invano" (Es 20,7; Dt 5,11), prevalse il divieto di non pronunciarlo in alcun modo, eccetto che in questi contesti liturgici. Non è chiaro quando tale divieto divenne prassi comune. Forse particolarmente rilevante fu l'esperienza dell'esilio di Babilonia, nel VI secolo a.C., dove il popolo ebraico conviveva con genti pagane, che non erano giudicate degne di conoscere il nome divino.[4]

Come sopra indicato, il fatto che nei testi della Settanta, la cui traduzione ebbe inizio nel III secolo a.C., il tetragramma venga reso con "Signore", indica verosimilmente che a quell'epoca la comune pronuncia del nome fosse Adonài, Signore. Con la distruzione del tempio nel 70 vennero meno le circostanze ufficiali della pronuncia. Il ricordo della corretta pronuncia però deve essere perdurato anche in seguito, probabilmente fino a tutto il primo millennio.[5]

Filone (m. c.a 50 d.C.) scrive che il nome divino "può essere detto e ascoltato nel tempio solo da chi ha le orecchie e la lingua pure, e da nessun altro e in nessun altro luogo"[6] Attorno al 93-94 d.C. Giuseppe Flavio scrive che non gli è permesso parlare del nome di Dio,[7] che doveva sicuramente conoscere in quanto sacerdote. Altre testimonianze rabbiniche dell'epoca cristiana ribadiscono il divieto della pronuncia "invano".

Sebbene la conoscenza del nome fosse riservata ai soli ebrei, anche tra i pagani il "segreto" fu conosciuto. In alcuni testi rabbinici di epoca cristiana sono presenti maledizioni contro i non-ebrei che conoscevano il nome di Dio,[8] e infatti alcuni passi di scrittori cristiani ce ne hanno tramandato la pronuncia (v. dopo).

Vocalizzazione masoretica

I masoreti, studiosi ebrei attivi tra il VII-XI secolo in Palestina e a Babilonia, hanno curato l'edizione della bibbia ebraica così come la conosciamo (testo masoretico). Oltre al lavoro di raccolta dei testi, hanno elaborato un sistema di vocalizzazione che ne facilitava la lettura: fino ad allora infatti i testi biblici contenevano solo le consonanti. Quanto al tetragramma, sebbene (verosimilmente) ne conoscessero l'effettiva vocalizzazione e pronuncia, lo hanno vocalizzato in maniera tale da suggerirne la lettura alternativa (cosiddetto qerè, "letto", contrapposto al ketìv, "scritto").[9] Due sono le forme principali di vocalizzazione della forma piena del nome:

  • yehowàh
יְהֹוָה (yehowàh), con le vocali di אֲדֹנָי (adonài), quando il nome compare da solo (p.es. Gen 3,14). La "a" breve iniziale di adonài ( ֲ hataf patah) diventa una "e" breve ( ְ shwa semplice) per regole proprie della fonetica ebraica (lo shwa composto, nella fattispecie l'hataf patah, tendenzialmente non compare con consonanti non gutturali, nella fattispecie la י yod).[10]
Quando però il nome di Dio è prefisso a una particella come ב ו ל ם (p.es. ליהוה "per YHWH"), la vocalizzazione di questa torna ad essere "a" לַיהוָה layhwah (p.es. Gen 4,3): le particelle preposte infatti assumono (tendenzialmente) la vocale della consonante seguente, e in tal modo il hataf patah ( ֲ ) origina il patah ( ַ ). Se la vocalizzazione della yod del nome di Dio fosse stata un vero e proprio shwa ci si aspetterebbe una "i" ( ִ hireq) sotto la particella prefissa.[11]
Sempre in base alla fonetica ebraica, la variante יְהוָה (yehwàh, p.es. Gdc 16,28 prima occorrenza), senza la vocale "o" ( ֹ holam) sulla consonante H (ה he), appare come una variante foneticamente ininfluente, dato il valore quasi vocalico (mater lectionis) in "o" della ו (waw) successiva.[12]
  • yehowìh
יֱהֹוִה (yehowìh), con le vocali di אֱלֹהִים (elohìm), quando il nome è preceduto da אֲדֹנָי (adonài), per evitare la ripetizione adonài adonài (p.es. Gdc 16,28 seconda occorrenza), ottenendo in lettura adonài elohìm. Per la vocale iniziale ci si aspetterebbe, sempre data la natura non gutturale della yod, uno shwa semplice ( ְ ) invece dello shwa composto hatef segol ( ֱ ), che hanno comunque entrambi il valore fonetico di "e" breve. In effetti la forma con shwa semplice iniziale (יְהֹוִה yehowìh) compare p.es. in 1Re 2,26: in questo caso pertanto si nota una certa fluttuazione nei criteri vocalici dei masoreti, cosicché non è possibile dare regole precise per questo fenomeno, data anche l'eterogeneità dei vari manoscritti a riguardo.[13] Sempre per la natura semi-vocalica della ו (waw) si riscontrano varianti (foneticamente ininfluenti) di entrambe le forme (con shwa composto e con shwa semplice) prive della vocale "o" ( ֹ holam) sulla consonante H (ה he), v. p.es. rispettivamente יֱהוִה (yehwìh) in Gen 15,2 e יְהוִה (yehwìh) in Ez 24,24.

Leggendo pertanto la bibbia ebraica sic et simpliciter, una persona inesperta che si trova di fronte al nome di Dio è portata a pronunciare yehowàh (o yehowìh), lezione mista prodotta dalle consonanti proprie del nome e dalle vocali di adonài (o elohìm). È il classico errore degli ebraicisti alle prime armi, che è però addotto a verità di fede dai Testimoni di Geova, fedeli a modo loro al principio del sola scriptura.

In definitiva, sulla base del solo testo masoretico e, in generale, delle fonti ebraiche, non è possibile capire quale fosse la corretta vocalizzazione e pronuncia del tetragramma. Occorre consultare gli autori non ebrei antichi che l'hanno riportata, attirandosi per questo le maledizioni dei rabbini (v. sopra).

La pronuncia nelle fonti storiche

Sono diversi gli autori non ebrei che ci hanno tramandato il ricordo di come fosse pronunciato il tetragramma nella loro epoca.

Queste varie pronunce corrispondono verosimilmente alle tre forme del tetragramma, più all'epiteto divino "io sono":

  1. יהוה (YHWH): Ἰαβέ (iabe); Ἰαβαι (iabai). Nel greco classico il dittongo αι aveva valore fonetico di "e";
  2. יהו (YHW): Ἰαῶ (iao); Ἰαοὺ (iaù); Ἰαο (iao); Ἰευώ (ieuo); Iaho. Il suono "o"/"u" finale deriva dalla mater lectionis ו waw;
  3. יה (YH): Ἰα (ia);
  4. אהיה (eie, "io sono", v. Es 3,14): Ἀϊά (aia).

Quanto alle forma piena del tetragramma, secondo la Jewish Encyclopedia la pronuncia iabe propria dei samaritani "rende indubbiamente la pronuncia attuale" dell'epoca antica.[24] Anche secondo la Catholic Encyclopedia "la pronuncia samaritana iabe probabilmente approssima più da vicino il suono reale del nome divino. Gli altri scrittori antichi trasmettono abbreviazioni o corruzioni del nome sacro".[25]

Il tetragramma nei secoli

Signore

Per molti secoli della storia della cristianità occidentale, dove la lingua sacra e culturale per eccellenza era il latino, non sembra essere stata particolarmente prioritaria la ricostruzione dell'effettiva pronuncia del tetragramma. Quando si voleva citare Dio, oltre ai vari epiteti veterotestamentari, si ricorreva comunemente al termine "Signore", attestato sia nella Vulgata che nella LXX (Dominus, Kύριος), ricalcando la consueta pronuncia ebraica adonài.

Nella chiesa latina il greco Kyrios è rimasto nella forma litanica "Kyrie Eleison" a ricordo della tradizionale liturgia greca che era in uso anche nella chiesa latina. L'unica volta in cui si utilizza un termine ebraico per "Signore" (non il tetragramma) è, una volta all'anno, in una delle sette antifone maggiori dell'Avvento "O Adonai" nel testo latino, mentre nel testo liturgico italiano è reso con "O Signore".

Geova

Estratto da Pugio Fidei di Raimondo Martí Pugio Fidei del 1270 dC.
Il nome di Dio nella chiesa Cattolica di St. Martinskirche, Olten, Svizzera, 1521.

Il primo tentativo di ricostruzione sembra risalire al domenicano spagnolo Raimondo Martí (m. c.a 1285), che nella sua Pugio Fidei del 1270 lo rende "Jehova". Si tratta della traslitterazione in caratteri latini della forma vocalizzata maggiormente ricorrente nel testo masoretico (v. sopra). Lo studioso non ha fatto altro che consultare la bibbia ebraica e trascrivere la forma mista che vi trovava scritto, tralasciando l'effettiva pronuncia (qerè) in adonài e non considerando le altri fonti storiche relative alla corretta pronuncia. Questo errore diverrà comune tra studiosi e biblisti occidentali e la lettura "Jehovah"/"Geova" sarà predominante per secoli. Si notano nelle singole rese diverse varianti, foneticamente ininfluenti: J/I/G (la J latina ha variamente assunto nelle lingue moderne un suono "i" o "gi"); V/W; H finale presente o assente (la he finale in ebraico è muta).

Una banale argomentazione che si può opporre a coloro che affermano che il nome di Dio è Geova "perché nella bibbia ebraica è scritto così" è che, sulla base dello stesso principio, occorre affermare che il nome è Geovi, seguendo l'altra forma vocalica presente nel Testo Masoretico (v. sopra). Non sempre però questo riscontro, facilmente verificabile avendo un minimo di conoscenza della lingua ebraica, sortisce qualche effetto nell'interlocutore se ha alle spalle una lunga storia di indottrinamento.

Yahwèh

Bisognerà attendere il XIX secolo per trovare un'analisi filologicamente critica volta a ricostruire la corretta pronuncia. Nel 1840 lo studioso tedesco Wilhelm Gesenius (1786-1842), tenendo conto delle fonti storiche e rifiutando la tradizionale interpretazione "Jehova", sostiene che la pronuncia corretta fosse יַהְוֶה (Yahwèh).[26] Per il rigore metodologico e per la fondatezza su basi storiche, l'ipotesi di Gesenius è oggi quella largamente predominante tra gli studiosi, cristiani ed ebrei. In particolare la Jewish Encyclopedia, che in ossequio all'ineffabilità non riporta la forma ricostruita con le vocali di Gesenius, afferma comunque che la lezione "iabe" dei samaritani riportata da diverse fonti "rende indubbiamente la pronuncia attuale" (v. sopra).

Pronunciamento magisteriale

Il magistero cattolico non si è mai direttamente e autorevolmente pronunciato circa la correttezza dell'effettiva pronuncia del tetragramma. La questione appare, de facto, inutile, dato che le traduzioni della bibbia cattoliche (e dunque i testi liturgici) nelle varie lingue traducono il nome di Dio col termine "Signore" o equivalenti, proseguendo la consuetudine dell'ebraismo, della LXX, del NT e della Vulgata. La corretta dizione "Yahwèh", quando viene riportata, è presente nell'apparato critico (introduzioni e note) delle versioni, oltre che negli studi esegetici.

Per ribadire questa millenaria tradizione, e con un occhio di riguardo alla sensibilità degli Ebrei, la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti ha promulgato, il 29 giugno 2008, la "Lettera alle Conferenze episcopali sul Nome di Dio" (online) nella quale impone che:

« 1) Nelle celebrazioni liturgiche, nei canti e nelle preghiere, il nome di Dio nella forma del tetragramma YHWH non deve essere né usato né pronunciato.

2) Per la traduzione dei testi biblici in lingua moderna, destinata all'uso liturgico della Chiesa, dev'essere seguito quanto già prescritto nel n. 41 della Istruzione Liturgiam authenticam, cioè che il tetragramma divino venga reso col suo equivalente Adonai/Kyrios: "Lord", "Signore", "Seigneur", "Herr", "Señor", etc.

3) Traducendo, in contesto liturgico, testi in cui siano presenti, uno dopo l'altro, sia il termine ebraico 'Adonai' che il tetragramma YHWH, il primo deve essere tradotto con 'Signore' e il secondo con 'Dio', similmente a quanto avviene nella traduzione greca dei Settanta e nella traduzione latina della Vulgata. »

Etimologia e significato

Nella sua forma consonantica יהוה il tetragramma è simile alla forma verbale יִהְיֶה (yhyèh), terza persona singolare imperfetto del verbo essere הוה =) היה), che può essere reso con "è, era, sarà" (diversamente dall'italiano dove ha un valore temporale passato, il tempo imperfetto ebraico indica un'azione non ultimata, indipendentemente dall'effettivo contesto temporale passato, presente o futuro).

Il nome ha verosimilmente un'origine preisraelitica, dato che in altre antiche religioni politeiste semite sono presenti divinità con nome simile che richiamano parimenti la radice del verbo essere. Ci sono molti significati, non mutualmente escludibili, che possono essere eisegeticamente dati al nome che sottolineano variamente la natura ontologica, provvidenziale, creatrice di Dio:

  • colui che è creatore, ossia colui che dà l’essere a tutte le cose;
  • colui che è sempre, cioè colui che mai smetterà di essere;
  • colui che è da se stesso, cioè non ha avuto bisogno di un altro essere per essere;
  • colui che esiste in opposizione agli dèi che non sono (Is 41,24);
  • colui il cui nome è impronunciabile perché non si potrebbe spiegare totalmente il mistero;
  • colui che è agente, cioè cammina al nostro fianco, sta unito al suo popolo (p.es. Es 3,12).

L'accostamento del nome di Dio al verbo essere è presente nello stesso testo masoretico: in Es 3,14 Dio, che presentando Se stesso non può usare che la prima persona, si definisce "אהיה אשר אהיה", eiè ashèr eiè, ossia:

  • in senso letterale, Io sono ciò che Io sono, Io sono Chi Io sono o Io sono Colui che sono;
  • in senso semplice, Io sono Chi Egli È o Io sono Colui che È;
  • in senso teologico, Io sono l'esistente,[27] e
  • in senso ipotetico a valore causativo, Io sono Colui che fa essere o Io sono Colui che porta all'esistenza.

Quando Dio parla di Se stesso senza presentarsi lo fa anche con la terza persona usando il tetragramma come al versetto successivo (3,15).

Note
  1. Jewish Encyclopedia (1906), voce "Tetragrammaton " (online): "Il Tetragramma compare 5.410 volte nella bibbia, suddiviso nei libri seguenti: Genesi 153 , Esodo 364, Levitico 285, Numeri 387, Deuteronomio 230 (totale nella Torah 1.419); Giosuè 170, Giudici 158, Samuele 423, Re 467, Isaia 367, Geremia 555, Ezechiele 211, profeti minori 345 (totale nei profeti 2.696); Salmi 645, Proverbi 87, Giobbe 31, Rut 16, lamentazioni 32, Daniele 7, Esdra Neemia 31, Cronache 446 (totale negli Agiografa 1.295)". Questo computo non sembra includere le volte in cui YH compare come suffisso di un termine, come in Ct 8,6 שלהבתיה "fiamma di YH".
  2. Tosef., Yoma, ii. 2; Yoma 39b.
  3. Mishnah, Sotah 7:6.
  4. Dalman, Der Gattesname Adonaj und Seine, Geschichte, Berlin, 1889.
  5. Blau, Das Altjüdische Zauberwesen, Strasburg, 1898.
  6. Filone, De Vita Mosis 2.23.114.
  7. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 2,12,4 oppure 2,276 (online.
  8. Sanh. x. 1; Tosef., Sanh. xii. 9; Sifre Zuṭa, in Yalḳ., Gen. 711; 'Ab. Zarah 18a; Midr. Teh. al salmo 91.
  9. Joüon, P; Muraoka, T. (2008). A Grammar of Biblical Hebrew. Roma: PIB, 65-66.
  10. Joüon, P; Muraoka, T. (2008). A Grammar of Biblical Hebrew. Roma: PIB, 50.
  11. Joüon, P; Muraoka, T. (2008). A Grammar of Biblical Hebrew. Roma: PIB, 310.
  12. Joüon, P; Muraoka, T. (2008). A Grammar of Biblical Hebrew. Roma: PIB, 44.
  13. Joüon, P; Muraoka, T. (2008). A Grammar of Biblical Hebrew. Roma: PIB, 50.
  14. Diodoro Siculo, Histor. I, 94
  15. Ireneo, Contro le eresie 1,4,1 (PG 7,481).
  16. Ireneo, Contro le eresie 2,35,3 (PG 7,840).
  17. Clemente Alessandrino, Stromata V,6 (PG 9,60).
  18. Origene, Commento a Giovanni 2,1 (PG 14,105).
  19. Citato da Eusebio, Preparazione evangelica 1,9 (PG 21,72).
  20. Epifanio di Salamina, Panarion 1,3,40,5 (PG 41,685, online).
  21. Girolamo, Lettera 25 a Marcella (PL 22,429).
  22. Teodoreto, Ex. quaest. 15 (PG 80,244 online); Haeret. Fab. 5,3 (PG 83,460 online).
  23. Pseudo Girolamo, Breviarium in Psalmos (PL 26,828).
  24. Tetragrammaton su Jewish Encyclopedia.
  25. Jehovah (Yahweh) su Catholic Encyclopedia.
  26. Wilhelm Gesenius (1840). Thesaurus philologicus criticus linguae hebraeae et chaldaeae Veteris Testamenti, vol. 2, 575-580 (online).
  27. È questo il senso che hanno compreso gli estensori della versione alesandrina della Bibbia quando hanno tradotto Es 3,14: Egô eimi o ôn.
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.