Paradiso

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Jan Brueghel il Giovane, Paradiso (1620 ca.), olio su tavola; Berlino (Germania), Gemäldegalerie

La parola paradiso si riferisce alla vita eterna beata dei defunti che godono della visione del volto di Dio.

È un termine usato prevalentemente nella tradizione cristiana, ma non è esclusivo del cristianesimo.

Provenienza

Il termine deriva dal sanscrito paradesha o "paese supremo", più tardi occidentalizzato in pairidaeza (iranico) che è un composto di pairi- (attorno) e -diz (creare), paràdeisos (greco), "pardes" (ebraico), "partez" (armeno) (giardino) e paradisus (latino), da cui derivò in italiano paradiso.

Fonti come Senofonte usavano questo termine per indicare il famoso giardino "paradiso" imperiale persiano, simbolo visibile della capacità ordinatrice (cosmetica) del sovrano, contrapposta al resto del mondo (caotico) che sfuggiva al suo dominio. Si trattava di zone di altopiano e di agricoltura pluviale recintate, con vegetazione lussureggiante, in netto contrasto con i terreni circostanti semi-aridi e abbandonati a se stessi, che si diffusero sotto i primi imperatori achemenidi e da cui trasse origine la leggenda dell'Eden.[1] Le tre principali derivazioni occidentali del termine (ebraico pardès, persiano pairidaēza e greco paràdeisos), contengono infatti la stessa idea fondamentale di un parco o giardino.

Nella Bibbia

Antico Testamento

La parola paràdeisos è usata nella Bibbia dei LXX per indicare il giardino dell'Eden.

La certezza della vita eterna beata si è manifestata solo negli ultimi libri dell'Antico Testamento. Precedentemente si considerava che i morti scendessero al "regno dei morti" o sheol, "luogo delle ombre", senza gioia.

Nei libri dei Maccabei si esprime la certezza della risurrezione dei morti e della vita eterna. La retribuzione sarà secondo le opere di ciascuno.

Nuovo Testamento

Gesù ha presupposto molto chiaramente l'insegnamento sul paradiso in varie parabole e discorsi:

Il termine appare anche in 2Cor 12,4: L'apostolo Paolo afferma di essere stato rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.

Ap 2,7 usa la parola in un riferimento all'Eden, che chiama Paradiso: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica

Il Catechismo della Chiesa Cattolica tratta del Paradiso nella prima parte, riguardante il Credo, in corrispondenza dell'articolo "Credo la vita eterna", ai nn. 1023-1029[3]:

« Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono "così come egli è" (1Gv 3,2), "a faccia a faccia" (1Cor 13,12). »
(n. 1023)

La vita eterna beata è "comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati" (n. 1024), è "pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà" (n. 1026).

La visione di Dio non è attingibile per vie naturali, perché Dio è trascendente: essa avviene nel Paradiso perché "egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità", e tale visione è detta visione beatifica (n. 1028).

Note
  1. Cfr. Mario Liverani, Agricoltura e irrigazione nell'Antico Oriente, in Storia della economia mondiale, a cura di Valerio Castronovo, Laterza - Il Sole 24 Ore, 2009, vol. I, p. 57.
  2. L'espressione andrebbe meglio tradotta come "delinquente/malfattore pentito".
  3. http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p123a12_it.htm
Voci correlate
Collegamenti esterni

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