Sant'Ermenegildo

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Sant'Ermenegildo
Laico
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Santo
Martire

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Francisco Herrera il Giovane, Trionfo di Sant'Ermenegildo, 1654), Madrid, Museo del Prado
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Età alla morte circa 21 anni
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° vescovo di Roma
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Fine del
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Extra Anni di pontificato
Nomine
Cardinali creazioni
Proclamazioni
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Iter verso la canonizzazione

Venerato da Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa
Venerabile il [[]]
Beatificazione [[]]
Canonizzazione 1585, da Sisto V
Ricorrenza 13 aprile
Altre ricorrenze 1 gennaio e il 1 novembre da quella ortodossa
Santuario principale
Attributi Palma
Devozioni particolari {{{devozioni}}}
Patrono di Spagna
Collegamenti esterni
Scheda su santiebeati.it
Tutti-i-santi.jpgNel Martirologio Romano, 13 aprile, n. 4:
« A Tarragona in Spagna, sant'Ermenegildo, martire, che, figlio di Leovigildo re dei Visigoti seguace dell'eresia ariana, si convertì alla fede cattolica per opera del vescovo san Leandro; rinchiuso in carcere per essersi ribellato alla volontà del padre rifiutandosi di ricevere la comunione da un vescovo ariano nel giorno della solennità di Pasqua, per ordine del padre stesso morì sotto un colpo di scure. »
Sant'Ermenegildo (dal gotico Ermen Gild, "dono del dio Irmin", in spagnolo e portoghese Hermenegildo, in catalano Ermenegild; Toledo o Medina del Campo, 564 ca.; † Tarragona, 13 aprile 585) è stato un principe e martire germanico. Fu un principe dei Visigoti. Dapprima duca di Toledo (o di Narbona), divenne poi governatore della provincia della Betica. Artefice della conversione della sua nazione al cattolicesimo, fu martirizzato per volontà del padre, aderente all'eresia ariana.

Origine

Ermenegildo era il figlio primogenito del re dei visigoti Leovigildo e della sua prima consorte, Teodosia, la figlia del governatore bizantino della provincia Cartaginese. Suo fratello Recaredo I fu pure re dei Visigoti.

Biografia

Nel 573, il padre, alla morte del re dei Visigoti, suo fratello Liuva I, succedendogli sul trono nominò i propri figli, Ermenegildo e Recaredo duchi di Toledo e Narbona (non si conosce l'esatta distribuzione delle cariche), perché controllassero le province del regno mentre lui, Leovigildo, era impegnato nella guerra contro i distretti bizantini del nord al confine col regno degli Svevi.

Nel 579 sposò la principessa Ingunda, figlia del Re dei Franchi di Austrasia, il merovingio Sigeberto I, e di Brunilde (o Brunechilde, che al momento delle nozze (566) aveva abbracciato il cattolicesimo), figlia del re dei visigoti, Atanagildo, fratello maggiore di Leovigildo e di Gosvinda (o Goisvinta), figlia di Amalarico.
Essendo stato cresciuto nel credo ariano la conversione di Ermenegildo ebbe inizio dopo il matrimonio con Ingunda, fervente cattolica.

Cercando di convertire la nipote e nuora ai precetti di Ario, Goisvinta, vedova di Atanagildo, fratello di Leovigildo e madre di Brunechilde, sposa del re di Austrasia Sigeberto I, da poco moglie di Leogivildo, quindi matrigna di Ermenegildo, e fervente ariana, pose in essere una forte pressione (secondo le cronache del tempo dopo la dolcezza usò le minacce e poi la violenza) su Ingunda, senza tuttavia riuscire a fare abbandonare a quest'ultima la propria fede; la situazione portò Ingunda a lamentarsi sia coi cattolici di Spagna e di Settimania sia coi Franchi e la sua famiglia di origine. Leovigildo per evitare che le cose peggiorassero, per allontanare Ingunda da Gosvinda nominò (580) Ermenegildo governatore di una provincia di frontiera, la Betica.

Dopo il trasferimento a Siviglia, fu Ermenegildo a trovarsi in un ambiente cattolico e sotto l'influenza di Ingunda e quella di San Leandro di Siviglia, che Ermenegildo aveva conosciuto dopo essere stato nominato governatore della Betica, fu proprio Ermenegildo ad essere convertito al Credo niceno. La notizia creò fermento nella Betica, diverse città si ribellarono e proclamarono re Ermenegildo, che accettò (l'alto clero condannò la rivolta come testimoniarono San Gregorio di Tours, Giovanni di Biclar ed San Isidoro di Siviglia, che definirono Ermenegildo un usurpatore). Una volta venuto a conoscenza di quello che era successo, preoccupato sia per gli effetti politici che tale conversione poteva comportare, sia per gli stretti rapporti intrattenuti da Ermenegildo con i bizantini stanziati nel sud della penisola iberica e gli Svevi nel nord (Galizia), Leogivildo cercò attraverso lusinghe e minacce di far tornare il figlio alla fede ariana, ma senza alcun esito.

Allora sempre nel 580 convocò a Toledo un sinodo di vescovi ariani, che sancì che per la conversione all'arianesimo non fosse necessario un secondo battesimo, ma sarebbe bastato l'imposizione delle mani; ma solo una piccola parte di cattolici aderì all'invito del concilio e ad eccezione di pochi nobili, il clero cattolico, eccetto il vescovo Vincenzo di Saragozza, non si convertì, neppure con le persecuzioni che portarono all'abolizione dei privilegi della chiesa cattolica, alla confisca dei beni ed alla messa al bando di nobili ed ecclesiastici ed infine all'uccisione di altri nobili ed ecclesiastici (secondo l'Historia di Isidoro di Siviglia riuscì a convertire solo qualche prete e qualche laico).

Nel frattempo Ermenegildo aveva rafforzato la sua posizione, ottenendo il favore di alcune importanti città, come Merida e Caceres.

Nel 581 Leovigildo fu impegnato contro i Baschi della Biscaglia. Terminata questa campagna impiegò buona parte del 582 a organizzare un potente esercito per poter effettuare una energica azione contro il figlio ribelle. Quando fu pronto si mise in marcia e conquistò Caceres e Merida, costringendo le truppe di Ermenegildo al Guadalquivir in difesa di Siviglia. Prima di attaccare questa città, Leovigildo nel 583 corruppe, con 30.000 soldi d'oro, le truppe bizantine, che avrebbero dovuto appoggiare Ermenegildo che subì una pesante sconfitta davanti a Siviglia, che fu messa sotto assedio e Leovigildo andò incontro al re dei Suebi Miro, che veniva in aiuto ad Ermenegildo, sconfiggendolo e costringendolo a rientrare nei suoi domini. Ermenegildo, che aveva lasciato Siviglia per cercare aiuto inutilmente dai Bizantini, nel 584, si rifugiò in un santuario, a Cordoba. Leovigildo, non volendo violare la sacralità dell'edificio, inviò il fratello di Ermenegildo, Recaredo, ad offrire la pace, che fu accettata. Solo allora la città di Siviglia, dopo quasi due anni di assedio, si arrese.

Ermenigildo fu arrestato e dopo essersi prostrato ai piedi del padre, fu esiliato a Valenzia. Poco dopo, per una ragione rimasta ignota, fu trasferito a Tarragona, affidato al duca Sigeberto, che avrebbe dovuto sorvegliarlo attentamente per impedirgli la fuga, che avrebbe portato ad una nuova guerra civile. Ingunda, che fino ad allora era sempre rimasta al suo fianco, chiese ed ottenne asilo dall'imperatore bizantino, Maurizio ma morì, a Cartagine, durante il tragitto dalla penisola iberica a Costantinopoli, mentre il figlioletto Atanagildo, avuto da Ermenegildo arrivò sano e salvo alla meta. Il vescovo Leandro, invece, fu costretto a riparare in Mauritania.

Durante la sua prigionia Ermenegildo si sottopose a flagellazioni e mortificazioni, pregando Dio di liberarlo dai propri patimenti. Durante la Pasqua del 585 fu inviato presso di lui un vescovo ariano, nel vano tentativo di barattare la sua conversione con la salvezza della sua vita; al suo rifiuto, Leovigildo ordinò allora l'esecuzione del figlio, che fu decapitato il 13 aprile 585. come riportano i Dialoghi di papa Gregorio Magno. Altre fonti invece accusano il duca Sigeberto di una sua iniziativa (Giovanni di Biclar, vescovo di Gerona scrisse «Ermenegildo venne ucciso a Tarragona da Sigeberto»); infatti il fratello di Ermenegildo, Recaredo, appena salito al potere lo farà giustiziare.

Discendenti[1]

Ermenegilldo da Ingunda ebbe un figlio:

  • Atanagildo, che visse alla corte di Costantinopoli, sotto la protezione di Maurizio I di Bisanzio, che gli diede in moglie una sua nipote, da cui ebbe un figlio, Ardabasto, che, tornato nella penisola iberica, generò il futuro re dei visigoti Ervige.
Note
  1. (EN) Dinastie dei Visigoti
Bibliografia
  • Rafael Altamira, "La Spagna sotto i Visigoti", in Storia del mondo medievale, vol. I, 1999, pp. 743-779
  • L.M. Hartmann e W.H. Hutton, "L’Italia e l’Africa imperiali: amministrazione. Gregorio Magno", in Storia del mondo medievale, vol. I, 1999, pp. 810-853
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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