Origini del cristianesimo

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Il cristianesimo nasce sul tronco del tardo giudaismo (Spätjudentum), come religione storicamente fondata che ha avuto origine con la predicazione da parte di Gesù di Nazaret nella Palestina greco-romana, intorno all'anno 30 della nostra epoca (d.C.), preceduta, qualche anno prima, dalla predicazione di Giovanni il Battista.[1] Poiché le radici del cristianesimo affondano nel giudaismo, sovente di parla di giudeo-cristianesimo per riferirsi alla fusione di elementi giudaici con elementi cristiani. Il giudaismo inerisce alla religione del popolo ebraico dopo la distruzione del Primo Tempio di Gerusalemme e la cattività babilonese (~ 586 a.C.), e di esso interessano, in particolare, due eventi del cosiddetto giudaismo tardivo: l'ellenizzazione della Palestina, che, con Antioco IV Epifane (~ 175-164 a.C.), mirò ad introdurre nei territori palestinesi la tradizione ellenica attraverso la paideia (o educazione) greca, e l'occupazione della Palestina da parte dei romani per opera di Pompeo, che la ridusse a provincia romana (~ 65 a.C.).[2]

Il mondo giudaico non aveva, tuttavia, un'unità territoriale in quanto ai giudei della Palestina dovevano aggiungersi tutti quelli che, a causa della diaspora, stanziavano in colonie variamente collocate in Medio Oriente, soprattutto in Mesopotamia, Siria ed Egitto. Tutto ciò fece sì che la cultura giudaica fosse influenzata da diverse istanze storico-geografiche, in particolare dalle culture ellenistica e romana, rendendola quanto mai variegata e ricca culturalmente, come testimoniano le scritture giudaiche del periodo. Ma dal punto di vista prettamente religioso, il giudaismo si incardinava essenzialmente nella professione di fede nell'unità di Dio e nell'elezione di Israele, il cui popolo della promessa viveva secondo la legge mosaica e le tradizioni dei Padri (Rm 2,17; Gal 1,14).[2]

Anche se il cristianesimo si distinse dal giudaismo fondamentalmente per aver riconosciuto in Gesù di Nazaret il Messia promesso, nondimeno, per aver pure sostituito al tempo dell'attesa (messianica) quello della realizzazione e del compimento escatologico delle speranze messianiche giudaiche, secondo alcune delle prime fonti neotestamentarie esso poteva altresì considerarsi alla stregua di una prosecuzione del giudaismo, accogliendo fra le sue Sacre Scritture la Bibbia giudaica (Tanàkh), ovverosia la Tōrāh scritta, ricevuta da Mosè, che l'Antico Testamento[3] ammetterà canonicamente e che costituirà per le prime generazioni cristiane la prova che Gesù è proprio quel Messia ivi promesso ed atteso. Da qui scaturì poi il Nuovo Testamento che tuttavia verrà canonicamente accettato fra le Sacre Scritture solo a partire dalla seconda metà del II secolo d.C., e non da tutte le comunità cristiane.[2]

Un momento decisivo fu quando il messaggio di Gesù travalicò i confini del giudaismo palestinese per arrivare a lambire i territori dell'ellenismo, dove sorsero le prime comunità greco-romane formate in parte da ebrei cristiani del mondo ellenistico, in parte da cristiani di provenienza pagana. La fede cristiana entrava, così, in un nuovo mondo spirituale, adeguandosi dal punto di vista linguistico nonché aprendosi alle aspettative ed alle problematiche delle genti. Il cristianesimo ellenistico accettava l'Antico Testamento come Sacra Scrittura, ma non poteva ignorare, al contempo, la notevole tradizione storico-filosofica propria del luogo, donde scaturì, di necessità, quel carattere di sincretismo tipico del cristianesimo ellenistico.[4]

Cristianesimo primitivo ed etica cristiana

Questo confronto con diverse tradizioni religiose e varie formazioni filosofiche, non impedì tuttavia il delinearsi, internamente al cristianesimo primitivo, di una concezione fondamentalmente unitaria, nuova e originale dell'esistenza umana, che prendeva le mosse dalla precedente concezione cristiana dell'esistenza secondo la tradizione paolina e giovannea, ma che si distanziava nettamente da quella della tradizione greca. Infatti, quest'ultima riteneva che cardine dell'esistenza umana fosse la ragione, il logos, mentre per il cristianesimo primitivo l'essenza della natura umana era la volontà, da parte dell'uomo, di ricercare il bene e di rifuggire dal male; una volontà che, a differenza di quanto riteneva il pensiero greco, non sottostava ai dettami della ragione, né da questa veniva guidata, ma sgorgava spontaneamente dal «cuore».[5]

Anche se un'esplicita riflessione sull'origine della conoscenza – da parte dell'uomo – del bene e del male non è presente nel cristianesimo primitivo, il Nuovo Testamento tuttavia concepisce chiaramente la volontà umana come una tendenza innata non soggetta al logos, alla ragione, ma che già sa operare con azioni «buone» o «cattive». Prescindendo dalla questione se, di fatto, esistano dei cuori veramente “buoni”, per il cristianesimo delle origini l'uomo non è padrone della propria volontà, nel senso che possa subordinarla al pensiero razionale: l'uomo è la sua volontà.[5]

Se la volontà cade nel peccato ed è preda del male, per il Nuovo Testamento l'uomo non riuscirà a distanziarsi dalla propria volontà e quindi a ritrarla indietro dalla via del male. Per San Paolo, «io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto» (Rm 7,15-25), iniziando così a discutere della distinzione fra il volere e il fare dell'uomo; precisamente, per San Paolo, la volontà che aspira al bene, intesa come quell'intenzionalità fondamentale sottostante ogni volere che anima la vita intesa come «bene», non coincide affatto con il volere effettivo dell'uomo, cioè quest'intenzione di base non può realizzarsi nell'agire umano. Da qui, l'impotenza della volontà, in quanto ciò che essa effettivamente vuole non può attuarsi con l'azione dell'uomo.[5]

Questa esplicita concezione neotestamentaria dell'uomo, tuttavia, ha le sue radici nella tradizione giudaico-anticotestamentaria dell'uomo che, come già detto, non vede nella ragione la vera natura umana, nonché è estranea al dualismo del pensiero greco fra spirito e materia così come alla sua concezione di educazione e di etica in quanto ben lontana da una interpretazione razionalistica del bene e del male. L'etica cristiana, dunque, ha sue proprie radici che la rendono alquanto distinta da quella della tradizione greca. Infatti, se per i greci la liberazione dal male si può conseguire con l'educazione e la formazione indirizzata verso il bene, per i cristiani invece, soprattutto secondo la tradizione neotestamentaria, l'uomo è radicalmente preda del male e non riesce a perseguire il bene poiché, a tal riguardo, la sua volontà è impotente.[5]

Se per la tradizione giudaico-veterotestamentaria l'uomo può tuttavia compiere del bene attraverso le «buone opere», ma sempre nel rispetto della Legge, della Tōrāh, ciò non è – invece – possibile per la tradizione neotestamentaria in quanto, proprio nello sforzo dell'uomo di ottenere giustizia e grazia divina attraverso le opere, gloriandosi così innanzi a Dio, si annida il peccato originale; e nella presunzione di poter vivere – grazie alla «sapienza» di cui l'uomo si vanta possedere – per forza propria, per autoaffermazione, acquistando valore agli occhi di Dio, si deve scorgere l'origine prima di ogni altro male. Questa superbia, questo presunto privilegio, dell'uomo naturale è peccato, ribellione contro Dio, giacché con essa l'uomo nega di non poter vivere che della grazia divina.[5]


« Chi dunque ti dà questo privilegio? Che cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto? »


Il riconoscere questo dinanzi a sé stessi nonché abbandonarsi completamente alla grazia divina, è appunto «credere»; e questo è anche ciò contro cui si dibatte l'uomo naturale che brama l'autoaffermazione e l'autocompiacimento, motivo per cui il messaggio evangelico, spezzando il suo orgoglio, è per lui “scandalo” e “follia” (1Cor 1,23).[5][6]

Note
  1. Giorgio Jossa (2006), Cap. I.
  2. 2,0 2,1 2,2 Luigi Cirillo, “Il problema del giudeo-cristianesimo”, in: Jean Daniélou (1980), pp. VII-LXV.
  3. La cui prima redazione, che richiese un tempo alquanto lungo, può ritenersi completata intorno al IV-III secolo a.C., con gli ultimi libri composti verso il I secolo d.C., periodo dopo il quale va riferito l'inizio del Nuovo Testamento la cui stesura sarà completata nell'arco di tempo II-IV secolo d.C.; cfr. Alberto Giudice e Giancarlo Rinaldi (2014), Cap. I, § 1.3.
  4. Rudolf Bultmann (1964), Parte V, Cap. 1.
  5. 5,0 5,1 5,2 5,3 5,4 5,5 Rudolf Bultmann (1964), Parte V, Cap. 2.
  6. Si veda pure Don Marco De Franceschi, Gesù, scandalo e follia, Edizioni della Cooperativa Comunicare, Pesaro, 1998.
Bibliografia
  • Romano Penna (a cura di), Le origini del cristianesimo. Una guida, III edizione, Carocci editore, Roma, 2018.
  • Romano Penna, Le prime comunità cristiane. Persone, tempi, luoghi, forme, credenze, Carocci editore, Roma, 2011.
  • Giorgio Jossa, Il cristianesimo antico. Dalle origini al concilio di Nicea, Carocci editore, Roma, 2006.
  • Enrico Novelli, La nascita del cristianesimo, Società editrice il Mulino, Bologna, 2014.
  • Giovanno Filoramo, Marcello Massenzio, Massimo Raveri, Paolo Scarpi, Manuale di storia delle religioni, Editori Laterza, Bari-Roma, 2007.
  • Rudolf Bultmann, Il cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche, Garzanti, Milano, 1964.
  • Jean Daniélou, La teologia del giudeo-cristianesimo, EDB-Centro editoriale dehoniano, Bologna, 1980.
  • Charles Freeman, Il cristianesimo primitivo. Una nuova storia, Einaudi, Torino, 2010.
  • Alberto Giudice, Giancarlo Rinaldi (a cura di), Fonti documentarie per la storia del cristianesimo antico, Carocci editore, Roma, 2014.
  • Vernon J. Bourke, Storia dell'etica. Esposizione generale della storia dell'etica dai primi pensatori greci ad oggi, A. Armando Editore, Roma, 1972.
  • Jan Rohls, Storia dell'etica, Società editrice il Mulino, Bologna, 1995.

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