Utente:Don Paolo Benvenuto/Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis

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PAOLO DEZZA S.I., PER L’AGGIORNAMENTO DELLA FORMAZIONE SACERDOTALE

La crisi nel sacerdozio, espressione di una più vasta e profonda crisi che travaglia la Chiesa crisi di fede, nell’esaltazione dei valori naturali e nello scadimento di quelli soprannaturali -, ha la sua naturale ripercussione nella formazione sacerdotale. Infatti le nuove correnti di pensiero, le trasformazioni di mentalità e di strutture, le quali spesso mettono “in causa i valori tradizionali, soprattutto tra i giovani, che, non poche volte impazienti, diventano magari ribelli per lo scontento”, come notava la Costituzione Gaudium et spes (n. 7), si riflettono con rapidità anche negli alunni dei seminari, provocando crisi tanto più pericolose in quanto li aspiranti al sacerdozio di oggi saranno li elementi portanti dellga Chiesa di domani. Perciò, il problema deña formazione sacerdotale, aggravato dal diminuito numero delle vocazioni, dal senso di inquietùdine diffuso in molti seminari, dall’incertezza degli stessi responsabili della formazione nella scelta dei mezzi più adatti a risolvere situazioni che diventano di giorno in giorno più difficili, ha richiamato in questi anni la particolare attenzione dei Pastori della Chiesa e, in modo speciale, della Santa Sede.

Già il Concilio Vaticano Il, consapevole della “importanza somma della formazione sacerdotale”, perché “l’auspicato rinnova» mento di tutta la Chiesa in gran parte dipende dal ministero sacerdotale” (Optatam totius, Proemio), aveva tracciato le linee fondamentali per una rinnovata formazione del clero, affidando alle Conferenze Episcopali delle singole nazioni il compito di redigere una Ratio o “Regolamento di formazione sacerdotale”, adattato alle diverse esigenze dei luoghi e dei tempi. A tale scopo, la S. Congregazione per l’Educazione Cattolica negli anni che immediatamente seguirono il Concilio non mancò di sollecitare le Conferenze Episcopali al compimento di tale importante e urgente lavoro.

Non deve fare meraviglia che esso procedesse a rilento, quando si tengano presenti le già ricordate difficoltà provenienti dalle rapide e profonde trasformazioni di tutta la società in questi anni, che si ripercotevano nella Chiesa e particolarmente nei seminari. Data la gravità del problema, sembrò opportuno trattarne nel pri mo Sinodo dei Vescovi, tenuto a Roma nell’ottobre 1967, e la conclusione fu che la S. Congregazione ebbe l’incarico di preparare, insieme con le Conferenze Episcopali, una Ratio o Regolamento fondamentale, che servisse di base e di norma nella preparazione dei regolamenti propri delle diverse nazioni. Con l’aiuto di alcuni consultori-esperti, la S. Congregazione si accinse subito alla redazione di un primo schema, che fu inviato in esame alle Conferenze Episcopali; nel marzo del 1969 i rappresentanti delle Conferenze si rìuwnirono a Roma presso la S. Congregazione per comunicare e discutere le proprie osservazioni. Fu cosi pre arato un nuovo testo, che fu novamente sottoposto a11’esame deîle Conferenze Episcopali; e in base alle loro osservazioni fu fatta una nuova redazione, che fu discussa nella riunione plenaria della stessa Con egazione, con la partecipazione di una cinquantina di cardinalgiïe vescovi di ogni parte del mondo. Si giunse in tal modo alla redazione definitiva, frutto di una veramente intensa, cordiale e fattiva collaborazione della S. Congregazione con le Conferenze Episcopali, del centro con la periferia;V e con l’approvazione del Santo Padre, il documento fu promulgato i] 6 gennaio di quest’an­ no col titolo Ratio fundamentalís institutionis sacerdotalis. E’ la nuova “legge-quadro” per la formazione del clero, come fu defini ta dal card. Garrone, prefetto della S. Congregazione che 1’ha reparata; essa dètta le norme per affrontare cercare di risolvere Ya problematica attuale della formazione sacerdotale. Già ne abbiamo dato notizia in un precedente fascicolo della rivista (1); ma data Pim ortanza dell’argomento sembra opportuno ritornarvi sopra per §lustrarne alcuni presupposti e i principali orientamenti.

ALCUNI PRESUPPOSTI

La figura del sacerdote

La formazione sacerdotale è di natura sua ordinata ad attuare nei candidati, nel miglior modo possibile, l’autentica figura del sacerdote cattolico. Perciò nell’introduzione alla Ratio viene accuratamente delineata la figura del sacerdote, quale risulta dalla Sacra Scrittura, inter retata da una secolare tradizione e dal magistero della Chiesa ed) ampiamente esposta dal Concilio Vaticano Il, sia nella costituzione dommatica Lumen gentium (specialmente nel n. 28), sia nel decreto Presbiterorum ordinis. Da questi documenti vengono desunti i tratti ¿ndamentali riguardanti la natura del sacerdozio ed i ministeri propriamente sacerdotali.

Questa immagine del sacerdote, alla quale è ordinata la formazione descritta nella Ratio, non corrisponde ad una nuova immagine del sacerdote che alcuni oggi si fanno. Partendo da una concezioneÀpluralistica del sacerdozio, costoro non escludono in generale la figura tradizionale del sacerdote, totalmente consacrato tività astorale, libero dalle preoccupazioni della famiglia e da ogni añro lavoro professionale, per dedicarsi unicamente alla preghiera, che lo unisce a Cristo di cui è ministro, e a1 ministero per il bene prima di tutto e soprattutto spirituale dei suoi fratelli, ed anche er i1 loro bene materiale in uanto è connesso e subordinato a? primo. Ma, accanto a questa (èigura tradizionale, propongono e pro Lignano un nuovo tipo di sacerdote, destinato particolar» mente alli; cura ordinaria di una comunità, espresso dalla comunità stessa e destinato a presiederne la vita cristiana; simile agli altri membri della comunità, sposato come loro, impegnato come loro in un lavoro professionale, partecipe della loro vita in tutte le sue manifestazioni, anche sindacali e politiche, ma animato sempre da spirito evangelico, di cui deve essere l’animatore nella comunità stessa.

E’ chiaro che questo nuovo tipo di sacerdote condiziona tutta la sua formazione, che non coincide con quella descritta nella presente Ratio. Conviene notario fin dal principio per rispondere alle difficoltà mosse alla nuova Ratio, risposta che ci sembra di poter trovare nel fatto che tale pluralismo sacerdotale non si trova nei documenti della Chiesa, particolarmente del Concilio, alla cui applicazione è ordinata la Ratio. Volendo andare più a fondo, ci sembra di potere aggiungere che proprio per risolvere i problemi che sono all’origine di questo pluralismo sacerdotale, il Concilio ha voluto restaurare il diaconato permanente.

Infatti i dìaconi vengono presentati nella Lumen gentium (n. 29) come coloro che “nel ministero della liturgia, della predicazione e della carità servono il Popolo di Dio in comunione col Vescovo e col suo presbiterio”. Il diacono può predicare, battezzare, scovo e cox suo presulcerxo". u alacono uo prealcare, battezzare, assistere, benedire i matrimoni, portare viatico agli infermi, presiedere al rito funebre e alla sepoltura. E’ vero che non può celebrare la messa, ma può raccogliere i fedeli, presiedere alla celebrazione liturgica, leggere il vangelo ed esortare il popolo, servare e distribuire l’Eucarestia. Non può assolvere dai peccati, ma può disporre gli animi ad un sincero dolore che ottiene dal Signore il perdono dei peccati, pur restando l’obb1igo di confessarli a tempo opportuno. Può insomma avere una vera cura spirituale della comunità da cui è stato scelto, rimanendo ad essa unito, vivendo nel matrimonio e neli’esercizio della sua professione, partecipando in pieno alla vita della sua comunità. Avrà anch’e li bisogno di una conveniente reparazione al ministero diaconage, ma certamente non si richiecïerà da lui quella formazione che la Ratio descrive e domanda agli aspiranti al sacerdozio.

Abbiamo voluto fare questa osservazione, perché abbiamo pressione che l’importante innovazione del Concilio riguardo al diaconato non sia stata sufficientemente sfruttata, anzi da alcuni troppo facilmente scartata, quale soluzione valida a risolvere, non tutti, ma parecchi problemi del sacerdozio di oggi. Si vorrebbe tutti, ma areccm prooieml oei sacemozio cn oggi. oi vorreooe invece risolifere tali roblemi diminuendo certe esigenze del sacerdozio attuale, col celibato facoltativo, col sacerdote a tempo parziale, con una re arazione s irituale e dottrinale assai ridotta; ma si dimentica clic Ila crisi deñe vocazioni non è meno grave nelle chiese separate, ortodosse e protestanti, dove non c’è celibato obbl` atorio, non c’è lunga preparazione seminaristica. In realtà la crisi lia radici più profonde, che toccano la fede e investono tutta la vita della Chiesa. Per risolvere specie in cette regioni i problemi più urgenti del sacerdozio, dovuti alla mancanza di preti e alla scarsezza delle vocazioni, ci sembra di maggiore importanza tuzione dei diaconi permanenti che aiutino il sacerdote nella cura pastorale di tante piccole parrocchie sparse come pure delle grandi parrocchie, senza intaccare la figura del sacerdote, quale ci è descritta nella introduzione alla Ratio e per la cui realizzazione è bene impiegata l’accurata formazione da essa tracciata.

Il ministero sacerdotale

La formazione, voluta dalla Ratio, è tutta orientata a predparare gli aspiranti ai sacerdozio ali’esercizìo dei ministero sacer otale. Ora avvieneY che parecchi sacerdoti sono occupati, per _una parte notevole del loro tempo e della loro attività, in uffici chen non sono propriamente sacerdotali, quali ad esempio l’insegnamento di scienze profane, l’assistenza sociale, varie attività caritative o compiti amministrativi.

Se si tiene presente la stretta connessione che realmente esiste tra queste varie attività profane e la vita cristiana, è naturale che il sacerdote non se ne possa disinteressare e in qualche misura possa e debba occuparsene, sempre naturalmente in modo conve­ niente al suo stato sacerdotale. Avviene anche che il sacerdote debba esercitare tali uffici rofani o perché, in mancanza di altri, egli debba supplire per il gene comune, o perché in certi casi è l‘unica via attraverso la quale si possa far passare il messaggio cristiano, come non di rado è accaduto nei territori di missione e tuttora accade in paesi di missione e in regioni di antica cristianità. Anzi è necessario che vi siano sempre sacerdoti veramente competenti nelle varie scienze profane, sia per potere meglio affrontare i roblemi che nascono dal rapporto delle scienze con la dottrina e Íla morale cattolica, sia per potere esercitare un discreto, ma tanto efficace e importante apostolato in ambienti strettamente scientìflci, indifferenti o anche ostili ad un intervento religioso. Ma- per la maggioranza dei sacerdoti, specialmente dove essi scarseggiano, è chiaro che la preferenza deve essere data ai ministeri propriamente sacerdotali, ai quali la formazione sacerdotale in modo diretto e primario prepara.

Quali siano i ministeri propriamente sacerdotali non è difficile rilevarlo dalla rivelazione e dalla costante tradizione della Chiesa. Li troviamo ad esempio brevemente indicati nella costituzione dommatica sulla Chiesa (Lumen gentíum, n. 28) ove è detto che i sacerdoti “in virtù del sacramento dell’Ordine, ad immagine di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote... sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino”. La missione del sacerdote, giova notario, non è solamente cnltuale, benché la celebrazione eucaristica ne segni i1 punto più alto. Oltreché celebrare l’Eucaristia ed amministrare i sacramenti, il sacerdote ha innanzitutto una missione evangelizzatrice. Si esige perciò da lui una solida e rofonda conoscenza del messaggio cristiano, contenuto nella riveiîizione, trasmesso dalla tradizione, insegnato dal magistero della Chiesa; si esige, inoltre, una conveniente tono» scenza delle altre discipline chev sono connesse con la dottrina cattolica; ed una vera esperienza del mondo e della vita con quella preparazione psicologica, pedago e sociale che lo renda atto a comunicare la parola di Dio uomini del nostro tempo, alle varie classi persone, credenti e increduli, intellettuali ed o erai. Finalmente egli deve essere il pastore del suo gregge, la guid; dei suoi fratelli, l’animatore del laicato così da far sentire ai laici il loro dovere di aoostolato e da fermarli in modo che siano validi collaboratori nell’apostolato.

Perciò quello che abbiamo detto dei diaconi, collaboratori dei sacerdoti in uffici più strettamente connessi col ministero sacerclo­ tale, possiamo ora ripeterlo dei laici, che devono essere i collaboratori del sacerdote in tanti uffici, per sé profani, ma che grandemente interessano l’apostolato, come l’insegnamento delle lettere e delle scienze, l’assistenza sociale, le attività caritative e i vari uffici di carattere amministrativo. Diaconi e laici scelti, im egnati all’apostolato, devono aiutare a risolvere il problema delgi scarsezza del clero, il quale potrà così concentrare maggiormente la sua attività nel compimento cli quelle funzioni che sono proprie del sacerdote ed alle quali direttamente lo prepara la sua lunga e accurata formazione.

Preparazione adattata

Richiamata la Hgura del sacerdote e la natura propria del suo ministero, la Ratio intende tracciare le linee per una formazione adattabile alle diverse circostanze di tempo e di luogo.

Nella formazione sacerdotale infatti vi sono norme che scaturiscono dalla natura stessa del sacerdozio ministeriale e quindi valide per tutti i candidati al sacerdozio, del rito latino e dei riti orientali, del clero diocesano e dei clero regolare, di tutte le regioni, nazioni e continenti; ma vi sono tante altre norme dovute alle particolari esigenze delle varie situazioni, culture, riti ecc. Perciò la Ratio distingue le norme che hanno carattere obbligatorio, indicate in una speciale nota, perché riguardano gli elementi essenziali, e quelle altre norme che hanno un carattere solamente indicativo, nel senso che offrono soltanto suggerimenti e consigli alle Conferenze Episcopali, alle quali è così lasciato un ampio margine di libertà nella determinazione del proprio regolamento di formazione sacerdotale.

Giova anche notare che la formazione descritta nella Ratio è quella comunemente richiesta per un sacerdote del nostro tempo, nella situazione più o meno comune alla maggior parte delle nazioni di ogni parte del mondo. Ma nelle note preliminari è previsto che possono darsi situazioni straordinarie, sia nel caso di indi'vidui particolari sia anche di nazioni o regioni, ove la speciale condizione della popolazione o l’urgenza delle necessità pastorali suggeriscono la convenienza di una formazione sacerdotale, che si scoeti dalla presente Ratio anche in alcune disposizioni che per sé hanno valore obbligante. ln questi casi toccherà alle Conferenze Episcopali analizzare accuratamente queste situazioni e stabilire, d’accordo conY la S. Sede, le norme opportune da attuare, limitatamente a quelle regioni e finché durano quelle situazioni; ma la legittima preoccupazione di risolvere particolari situazioni di emergenza, non deve ritrarci dall’insistere sulla necessità di soddisfare alle esigenze di quella formazione sacerdotale, che è oggi richiesta nella maggior parte delle nazioni e sarà richiesta in un avvenire non lontano, grazie alla rapida evoluzione che si sta verificando oramai dap ertutto, anche in uelle regioni che oggi si trovano in situazioni particolare difficoltà. La Ratio dunque si propone di dare gli opportuni orientamenti per una. normale formazione sacerdotale. Passiamo ora ad indicare alcuni di essi.

ALCUNI ORIENTAMENTI

Apertura al mondo

Il primo orientamento della nuova Ratio, su cui vogliamo fissare l’attenzione, traspare dalla preoccupazione che affiora in numerosi articoli, di fare in modo che la formazione sacerdotale la quale secondo la prescrizione ribadita dal Concilio almeno per gli anni degli studi sacri, deve compiersi nel seminario - non sia chiusa come in un ghetto, ma a contatto col mondo, aperta alla realtà di oggi.

Uno inëigtlti dei motivi, forse il principale, per cui suole essere criticata l’attuale formazione dei candidati al sacerdozio, è proprio il fatto che essa è compiuta nel seminário, per cui se ne domanda una radicale trasformazione, anzi da alcuni se ne pretende zione. Nel seminario, si osserva, il giovane viene tenuto chiuso come in una serra, in un ambiente fittizio e artificiale, avulso dalla realtà, per cui si estrania dal mondo; quando poi, divenuto sacerdote, dovrà ritornarvi per esercitare il suo ministero, si trovesaceruote, oovra rltornarvi er esercltare u suo ministero, s1 troverà impreparato a sostenere ll’urto di certe difficoltà alle quali non si era allenato, e insieme inceppato nel suo lavoro, per un modo di pensare e di esprimersi che rende difficile il dialogo con gli altri e genera in lui un senso di frustrazione e di isolamento.

Non si può negare che la critica abbia qualche fondamento. Il seminario, istituzione oramai quattro volte secolare, non sempre ha saputo adattarsi alle nuove esigenze dei tempi, è rimasto talora ancorato a norme adatte alla vita di qualche secolo fa, ma del tutto controproducenti nel clima odierno. La troppa separazione, nel timore che potesse nuocere un precoce contatto con la vita poco edificante della società, non ha certamente giovato alla soli~ dità della formazione di tanti candidati a1 sacerdozio. E’ necessarianuna maggiore apertura ai problemi della società, del mondo, dell’uomo di oggi; e la conoscenza che se ne può aver mediante i libri e le riviste, o anche attraverso la viva voce degli educatori e maestri, per quanto utile e preziosa, non sembra sufficiente; il giovane deve mantenersi direttamente a contatto con quel mondo nel quale dovrà vivere e operare. Non si tratta infatti di formare nel quale ciovra vivere e o erare. Non s1 tratta mrattl al rormare dei monaci contemplatìvi, Ya cui missione dovrà svolgersi nel silenzio, nella solitudine, nel deserto, e la cui formazione deve essere tutta orientata a questo scopo; ora è avvenuto che certe forme di vita e formazione monacale sono state trasportate alla vita e alla formazione sacerdotale, e si sono dimostrate inadatte.

I giovani di oggi sono particolarmente sensibili su questo punto ed hanno ragione, purché non si cada nell‘opposta esagerazione. Il sacerdote deve vivere e operare nel mondo, ma come tante volte è stato ripetuto, non deve essere del mondo; per cui, se l'eccessiva separazione è dannosa, non lo è meno un’eccessiva comunione che tenda a divenire identificazione, Oggi invece, con 1’ottima intenzione di avere un maggiore contatto col mondo per poterlo me» glio animare di spirito cristiano, parecchi sacerdoti e seminaristi tendono a sopprimere ogni differenziazione; lo stesso vestito, lo stesso linguaggio, la stessa mentalità, gli stessi modi di agire, gli stessi divertirnenti e cosi via, con la conclusione che ci si ávvicina tanto al mondo da identificarsi con esso e, invece di renderlo cristiano, si finisce col diventare mondani nel senso deteriore della parola. Non sembra ci si possano fare illusioni dinanzi ad una dolorosa realtà; se il sacerdote, il seminarista, pure a contatto col mondo, non sa mantenere quella distinzione e separazione che è necessaria per essere l’uomo di Dio, il ministro di Cristo, il testimone di una vita trascendente e spirituale, diventa a poco a poco il sale scipito, di cui parla Gesù nel Vangelo, che ad altro non Serve se non ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Questo sano equilibrio fra separazione e contatto col mondo, apertura e distacco, è uno degli orientamenti caratteristici, su cui insiste la nuova Ratio parlando dei seminari sia minori sia maggiori.

Nei seminari minori, ove conviene conservarli, si insiste perché sia impartita un’educazione non chiusa e ormai su erata, ma veramente adattata alle odierne esigenze, mantenemfo gli alunni in contatto con la famiglia, con i compagni e gli amici," con l’ambien­ te in cui sono vissuti e dovranno novamente vivere, in un contesto, perciò, non chiuso e artificiale, ma aperto e normale. Anche per le scuole, si indica l’opportunità che siano aperte a tutti, non riservate ai soli seminaristi; anzi, che i seminaristi frequentino scuole esterne, cattoliche, ovvero, se sembra opportunoà statali; vi facciano regolarmente gli esami, conse uano i corrispondenti diplomi, in modo che siano veramente allga pari coi giovani esterni e sia bandito ogni complesso di inferiorità.

Nei seminari maggiori ancora maggiore deve essere l’apertura e il contatto col mondo; e poiché si tratta di giovani che, come i logo compogni univelfsitayi, hanno già scelto la loro dell’apostolato sacerdotale, è naturale che i loro contatti col _mondo saranno particolarmente informati da questo spirito apostolico. Si avranno, così, nelle domeniche o altre feste le attività di carattere pastorale nelle parrocchie; durante le vacanze estive l’assisten­ za ai giovani nei campeggi ovvero una regolare attività in ambienti di lavoro, sia per una maggiore maturazione della propria vocazione, sia per una migliore conoscenza degli uomini fra i quali dovranno esercitare il loro ministero sacerdotale; anzi, si suggerisce la convenienza di interrompere la vita di seminario per un periodo più' lungo, di uno o più anni, da impiegare in attività di studio o di lavoro per ottenere una più diretta conoscenza della realtà del mondo e potere cosi` meglio decidere della propria vocazione e meglio prepararsi al futuro apostolato.

Questo carattere aperto lâ Ratio lo domanda in tutta la formazione seminaristica. Quanto alla formazione spirituale, basta, ad esempio, ricordare le norme “per una conveniente educazione sessuale” (n. 48) nella formazione al celibato, in modo che gli alunni siano preparati ai futuri contatti umani del mìnietero pastorale e nello stesso tempo “vengano invitati ed aiutati affinchéńnei diversi ruppì e nelle diverse forme di apostolato e di cooperazione sociaîe, facciano esperienza dell’amore sincero, umano, fraterno, personale, pronto al sacrificio sull’esempio di Cristo...”. Educazione spontanea e aperta, anche nel tratto con le persone di altro sesso, con cui però nevitino le relazioni isolate, specialmente quelle solitarie e prolungate, sforzandosi piuttosto di nutrire in sé ,un amore aperto a tutti e perciò veramente casto, abituandosi a impetrarlo da Dio come un dono”. Educazione dunque alla castità senza tabù e senza paure; ma educazione al celibato, non al matrimonio, che deve quindi distinguersi da quella degli altri giovani; per cui non è possibile che i seminaristi, ad esempio, trattino le ragazze con la stessa libertà e familiarità che può convenire ai loro coetanei; non è infatti possibile, camminando per la stessa via, arrivare a mete diverse, quali sono il celibato e il matrimonio.

La stessa apertura è richiesta anche nella formazione dottrinale. Per quanto riguarda la cultura generale, oltre a quello che abbiamo già notato eirca il corso regolare degli studi reuniversitari, troviamo norme interessanti riguardanti ad esempio [lo studio delle lingue moderne, Puso degli strumenti della comunicazione sociale; né va trascurato l’accento posto sulla formazione sociale, tenendo conto non soltanto dell’acuta sensibilità dei giovani di oggi per i problemi sociali, ma soprattutto delle esigenze dell’odierno apostolato sacerdotale, che deve mantenersi fedele al suo carattere spirituale e soprannaturale, ma insieme sapersi inserire nella realtà sociale di oggi; e questa formazione sociale deve essere ottenuta non soltanto con l’introduzione di qualche disciplina sociale, ma soprattutto svilup ando la dimensione sociale delle varie materie di insegnamento lietterarie e scientifielietfîilosofiche e teologiche.

Insegnamento letter-ane e sclentmcne, ruosoncne e teolo xcne. Parimente riguardo allo studio della filosofia, si insiste che la formazione Hlosofîca sla basata sul patrimonio filosofico perennemente valido, ma insieme si vuole che sia aperta alle ricerche filosofîche della nostra età soprattutto di quelle che esercitano un maggiore influsso nella propria nazione - e al progresso delle scienze moderne, in modo che gli alunni, bene conoscendo la mentalità del nostro tempo, siano preparati al dialogo con gli uomini di oggi.

Lo stesso deve ripetersi a magxgior ragione dello studio della teologia, compiuto in modo che gi alunni “imparino a cercare la soluzione dei problemi umani con l’aiuto della rivelazione divina, sap iano scorgere le verità eterne inserite nelle condizioni mutevoli (iella nostra realtà, e apprendano a comunicarle agli uomini in u nena nostra realta, e apprenaano a comunicarle a 11 uomini 1n una forma adatta (n. 79). Alla teologia poi si ap äica in modo particolare la norma riguardante l’adattamento dellla formazione dottrinale alle diverse culture, affinché gli alunni siano in grado di esprimere il mess 'o cristiano e di promuovere la vita cristiana in modo adattatoaîñtindole propria delle varie culture (n. 64). E’ 1n moco adattato au'maole ro ria oene varie culture (n. oq). n' dun ue approvato un sano pluralismo anche nella formazione dottrinale, come in tante altre manifestazioni della vita ecclesiale, evitando però ogni esagerazione che comprometta quell’unitâ sostanziale, radicata nella dottrina e struttura propria della Chiesa, quale fu voluta dal suo divino Fondatore.

Responsabilità personale

Un altro orientamento importante della Ratio riguarda Panda» mento della vita interna nel seminario. E’ che una delle più ripetute accuse mosse all’attuale formazione seminaristi» ca è che la vita di seminario, cosi come viene oggi aimeno in certi luoghi attuata, non svilu pa, ma piuttosto mortifica la personalità, che rimane compressa ci; una regola esterna limitatrice e livellatrice, ove è soffocata ogni libera iniziativa, viene a mancare ogni senso di responsabilità, ed i1 singolo non è che un passivo esecutore di quanto altri per lui ha determinato. Oggi che i valori della libertà, spontaneità, personalità, responsabilità sono tanto apprez~ zati, è chiaro che un seminario così costituito appaia sopportabile solo da giovani fiacchi, senza carattere e dignità.

A parte le esagerazioni, è doveroso rìconvoscere che in vari seminari i metodi educativi sono rimasti improntati a criteri superati e vi si esercita un’autoritâ di tipo troppo assolutista. E’ naturale che col cambiare dei tempi, anche i sistemi pedagogici devono gradatamente cambiare per adattarsi alle nuove esigenze; e che, se la vita seminaristica dei tem i assati deve essere giudicata non coi criteri di oggi, ma con quelŕi tempo, la vita seminaristica di oggi deve ol oggi, ma con quem aci tempo, 1a vica semmansrica cn o 1 oeve essere regolata non coi criteri del passato, ma con quelli di oggi. La Ratio perciò insiste per un efficace aggiornamento dei metodi educativi, per l’instaurazione di un clima di ma iore libertà e responsabilità, che sono le condizioni indispensabiïig per lo sviluppo della personalità, senza però cadere nell’eccesso opposto di coloro che vorrebbero so pressa ogni struttura, abolito ogni regolamento, lasciata iena libertà alle iniziative personali, fiduciosi in una bontà naturaiî’Í di roussoniana memoria, che ignora il peccato originale e le sue conseguenze.

Certamente i1 giovane deve essere educato alla vera libertà, intesa nel suo aspetto più positivo di fare liberamente ciò che si deve e non ciò che si vuole; e 1’idea1e è che egli raggiunga tale maturità da sapersi guidare da sê nella via del bene, senza bisogno di norme esterne, operando sempre er convinzione, senza lasciarsi dominare dalle passioni e senza bisogno di richiami dal di fuori. Ma se vogliamo evitare un illusorio angelismo e guardare alla natura umana con sano realismo, dobbiamo riconoscere che la libertà è >una conquista e che, per conquistarla, l’uomo, e molto più il una conqulsta e cne, per con uxstarla, l'uomo, e molto 1u u giovane nel periodo della sua (lormazione, ha bisogno ancïie di aiuti esterni, che non devono comprimere la personalità, ma aiutarne il normale sviluppo. L’educazìone infatti è il frutto di una collaborazione tra educando ed educatore; una totale passività del giovane, che si lasci formare dall’educatore come il marmo dallo scultore, è assurda; ma lo è pure una totale attività di chi vuole autoeducarsi senza l’aiuto deli’educatore. Perciò la Ratio riafferma la necessità di certe strutture, senza le quali nessuna società potrebbe sussistere; e parimente insiste sulla necessità di un regola» mento, che sia però moderato in modo da lasciare conveniente spazio alla libertà individuale, e che si vada gradatamente atte» nuando, per un pro essivo aumento della libertà e della responsabilità; ed in particoïre si procuri che non sia passivamente subito per forza, ma accettato spontaneamente e volentieri per intima persuasione e amore.

Anzi questo stesso regolamento non deve essere elaborato e determinato dai superiori senza la collaborazione degli alunni. I giovani oggi vogliono attivamente partecipare a tutte le decisioni della società in cui vivono, particolarmente a quelle che diretta­ mente li riguardano e quindi avere una partecipazione corresponmente n riguardano e umol avere una partecipazione corresponsabile alla conduzione äella comunità seminaristica. Perciò la Ratio raccomanda di instaurare “un autentico dialogo tra gli educatori e gli alunni, cosi che le decisioni, che spettano di diritto ai superiori, vengano prese dopo un maturo esame del bene comune” (n. 24). E’ il principio del dialogo e della corresponsabilità, che tende a dare una partecipazione attiva agli alunni nella vita comunitaria, riconoscendo insieme l’autorità dei superiori ai quali spetta l’ultima e decisiva parola; in tale modo libertà e ubbidienza armonicamente si integrano e si crea nel seminario un clima di spontanea e fattiva collaborazione, che efficacemente aiuta ad ottenere una formazione completa, una maturità virile, una personalità sanamente sviluppata.

Le piccole comunità

Questa corresponsabilità tanto importante, attuata attraverso un dialogo autentico e sincero, non può essere realizzata se il semi~ nario comprende un numero troppo grande di alunni che formano una massa e preparano le conseguenze proprie della psicologia della massa. Allora anche l’autoritâ, per salvaguardare quel minimo di ordine richiesto dal bene comune, tende a farsi sentire con metodi piuttosto rigidi e militari, che minacciano di trasformare il seminario in una caserma, con effetti deleteri per la formazione degli alunni. Di qui nasce la necessità universalmente sentita di evitare le grandi comunità e di dividerle in piccole comunità, nelle quali la vita di seminario possa riacquistare quel clima di famiglia che tanto giova all’educazione. Non c’è oramai dubbio sull’o portunitâ delle piccole comunità; ma il problema sta nel di attuarle ed a questo scopo la Ratio, in forma sobria e concisa, ma chiara e prudente, indica la norma da Aseguire.

“Per promuovere maggiormente la formazione personale dei singoli, tenuto presente il numero degli alunni, si possono utilmente costituire gruppi distinti nello stesso edificio o in abitazioni vicine, purché non sia impedita Yla continuità dei reciproci contatti. Si deve però conservare una efficiente unità del goëerno, della direzione spirituale e della formazione scientifica.

“O ni gruppo dovrà avere un proprio sacerdote come moderatore, îen preparato per questo scopo, che conservi uno stretto e continuo rapporto con il rettore del seminario, con gli alunni del proprio gruppo e con i moderatori degli altri gruppi, affinché me rante cìuesta comune cooperazione venga promosso tutto ciò che giova ala migliore formazione degli alunni” (n. 23).

La Ratio riconosce i vantaggi delle piccole comunità; esse giovano ad evitare la massiflcazione spersonalizzante e insieme a superare l’ìndividualismo, svilu pa i rapporti interpersonali, fa sentire maggiormente la responsagilità di ciascuno, stimola l’azione dei singoli, valorizza le doti personali ed abitua a coordinare e unire gli sforzi. Ma non approva il modo son cui in alcuni luoghi si sono attuate, disperdendole nelle grandi città e disgregando l’unità del seminario. Questo non giova alla formazione umana, perché se nuoce alla formazione una troppo grande comunità in cuiŕil singolo rimane sommerso e diviene un numero, anziché una persona, parimente nuoce una piccola comunità che, completamente separata dall’ìnsieme del seminario, tende a rinchiudersi in se stessa, e perde i vantaggi che derivano dalla vicinanza e frequenza di un gruppo più numeroso di alunni, .tutti animati dallo-stesso ideale, ma diversi per provenienza e temperamenti, e quindi capaci di arricchirsi scambievolmente. Neppure iova alla vita spirituale, per la minore comodità che sogliono ogfrire queste piccole comunità, spesso in abitazioni ristrette e precarie, sia per la preghiera individuale, che ha bisogno di un certo raccoglimento e solitudine, sia per la preghiera liturgica, che almeno nei giorni festivi più fruttuo» samente si svolge se tutta la comunità del seminario è raccolta intorno all’altare. Meno ancora giova alla formazione dottrinale per la lontananza dalle scuole e Halle biblioteche, la difficoltà di comunicazione coi professori e la minore comodità di studio. Si osserva che questa è la condizione degli studenti laici e non c’è ragione che i chierici debbano trovarsi in condizione privilegiata; ma si può rispondere che dappertutto si tende a moltiplicare i Collegi presso le Università allo scopo di offrire agli studenti mag iore facilità di studio, vicinanza alle biblioteche, contatto coi Progessori; ed appare strano che i chierici pretendan() di meglio formarsi rinunciando a quelle facilità che proprio per una migliore formazione gli studenti laici cercano di procurarsi.

Parimente, riguardo al desiderio di lîworare per guadagnarsi la vita negli anni di studio, non bisogna dimenticare la tendenza di tutti gli Stati di istituire borse o assegni di studio affinché, anche i più poveri, possano applicarsi agli studi delle preoccupazioni materiali. Non c’è difficoltà che durante le vacanze anche i seminaristi si procurino un lavoro adatto, che mentre giova alla loro formazione, può aiutare a pagare le spese degli studi; parimente lodevole il desiderio dei seminaristi di dare testimonianza di povertà; ma giova notare che le piccole comunità disperse sogliono rappresentare una spesa maggiore, perché i servicomuni procurano molti risparmi, e la gente lo sa e capisce dove è la vera povertà; siamo poi pienamente d’accordo nello sforzo di dare questa testimonianza di povertà sia collettivamente, evitando che i seminari abbiano anche l’a parenza della grandiosità e del fasto (gli ambienti siano sani e gmzionali ma modestie poveri), sia individualmente evitando ogni spesa superflua in fumo divertimenti, viaggi ecc.

Quanto poi contatto col mondo e alle più frequenti occasioni i apostolato che offrono le piccole comunità disperse, conviene osservare che come già abbiamo precedentemente notato un certo contatto col mondo e un moderato esercizio di apostolato, nel tempo degli studi è certamente utile24 ma l’esa.gera­ re, corne si fa in certe piccole comunità, diviene nocivo sia per la propria formazione sia per l’apostolato stesso, perché questo zelo intempestivo impedisce nella serietà e completezza di formazione dottrinale che renderà futuro apostolato molto più fruttuoso, compensando abbondantemente quel bene apostolico immediato al quale provvisoriamente si deve rinunciare.

Affinché la piccola comunità veramente giovi alla formazione sacerdotale, la Ratio vuole che in ognuna di esse sia presente un sacerdote per svolgervi una missione tipicamente educativa e sacerdotale. Il sacerdote deve essere l’animatore del gruppo, riproporre continuamente i valori naturali e soprannaturali che i membri devono fare propri, promuovere il dialogo, stimolare le attività, e insieme mantenere i contatti coi moderatori degli altri gruppi e la direzione del seminario. Per la Ratio infatti non si pone una alternativa fra la grande comunità del seminario e le iccole comunità; ma si devono promuovere le piccole comunità neiihmbito di tutto i] seminario, perché ambedue possono e devono contribuire alla completezza della formazione.

Vari aspetti della formazione

Ci siamo soffermati a considerare alcuni presupposti ed orienta~ menti della Ratio più strettamente connessi coi problemi oggi maggiormente discussi intorno alla formazione sacerdotale. Naturalmente, molti altri punti caratteristici si potrebbero notare riguardanti i vari aspetti della formazione spirituale, intellettuale e più strettamente pastorale allo scopo di preparare sacerdoti adattati alle esigenze dei tempi per virtù, scienza e tecnica di apostolato. La santità, la dottrina, lo zelo dei sacerdoti sono cose che grandemente interessano anche oggi tutta la Chiesa, cioè tutto i1 Popolo di Dio, ed è perciò naturale che la Gerarchia cerchi tutti i mezzi più adatti per promuoverle e conservarle.