Utente:Don Paolo Benvenuto/Zeno Saltini
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Nomadelfia: "mamme di vocazione" e famiglie aperte
"La Civiltà Cattolica" N°3866 del 16/07/2011 - (Civ. Catt. III 107-212 )
PIERSANDRO VANZAN
Don Zeno Saltini — fin dalla gioventù uomo di grande libertà e altrettanta fede in Dio — è passato alla storia per aver realizzato, a costo di grandi sacrifici, l'utopia della fraternità e accoglienza chiamata Nomadelfia. La sua proposta non si fondava semplicemente su un più generoso esercizio delle opere di misericordia, ma mirava a far rinascere l'antica e sempre nuova civiltà dell'amore cristiano. Come quella di san Francesco d'Assisi, che aveva sperimentato la fraternità dei Minori in un tempo in cui perfino la Chiesa era spesso coinvolta nella logica del dominio e della guerra. Convinto che nella società postbellica (1945) fosse necessario ripensare i rapporti che plasmavano la vita associata — maternità e famiglia in primis — don Zeno, partendo dai bambini orfani e soli, volle sfidare l'onnip otenza dell'egoismo biologico per dar vita a una comunità basata sull'amore fraterno e guidata dai dettami del Vangelo. Lo ammetteva: "Forse la mia è una fuga in avanti, per dire al mondo che è possibile essere fratelli. La pasta umana è cruda, ma il sogno non deve morire". Nel lungo cammino della sua vita arrivò tardi al sacerdozio, ma gli fu subito chiaro che la sua vocazione era stare con gli ultimi, con i più poveri, con i bambini abbandonati. Per essi creò l'opera Piccoli Apostoli e poi, perché sentissero l'amore di una famiglia, strappò il filo spinato del lager di Fossoli e creò Nomadelfia, "piccolo mondo di redenti", dove insieme alle madri vere c'erano quelle di vocazione e accanto ai fratelli di sangue quelli di spirito.
Era un prete combattivo e incapace di agire con la prudenza a cui molti lo invitavano, perché se Cristo diceva "camminate finché siete nella luce", bisognava seguirlo pur rischiando di finire nelle tenebre, per dimostrare al mondo che la fede può tutto, anche l'umanamente impossibile.
Don Zeno fu ordinato sacerdote il 4 gennaio 1931 da monsignor Giovanni Pranzini e due giorni dopo, alla sua prima messa, volle in prima fila, accanto alle autorità, il diciassettenne Danilo detto Barile, uno dei ragazzi che anni prima aveva strappato dalla prigione. Emblematicamente, da quel gesto, che indicava una nuova paternità, sbocciava l'idea di Nomadelfia, e Barile sarebbe stato il primo "figlio" di quel prete che aveva deciso di "andare tra la gente a imprimere Cristo nel cuore dei fanciulli".
Assegnato come viceparroco a San Giacomo Roncole (Modena), don Zeno si distinse per l'attività con i ragazzi, soprattutto con quelli abbandonati, tanto che il 22 gennaio 1933 il vescovo Pranzini inaugurava nella canonica di Roncole l'op era Piccoli Apostoli: una famiglia di ragazzi abbandonati, che denominò così perché avevano il compito di attuare una specie di rivoluzione: portare il cristianesimo nel popolo, proprio come gli apostoli. La sua idea era da sempre quella di dare loro una famiglia, non un collegio, e per questo — nonostante aumentassero continuamente di numero — continuava a ospitarli nella canonica, facendo seguire i più piccoli dai più grandi e pregava il Signore affinché mandasse le mamme. Il 21 luglio 1941, quando ormai le speranze erano perse, arrivò la prima mamma di vocazione, Irene Bertoni, una diciottenne scappata di casa e decisa a rimanere, malgrado l'opp osizione dei genitori, con quei figli che nessuno voleva.
L'8 settembre 1943 l'Italia firmava l'armistizio, il Nord era occupato dalle truppe tedesche e don Zeno, incapace di stare a guardare, partiva con un camion per raggiungere il Sud. Arrivato a Napoli e, colpito dal vedere i bambini abbandonati tra le macerie della città, avrebbe voluto impiantare anche lì l'O pera, ma nessuno raccolse le sue proposte. Così ripartì al seguito degli Alleati per raggiungere San Giacomo in Roncole, dove gran parte dei Piccoli Apostoli si era salvata. Era giunto il momento di dar vita a una nuova comunità, in grado di andare oltre la reciproca assistenza e vivere una piena fraternità. Quindi il 22 maggio 1947, abbattuti i reticolati del lager di Fossoli, scriveva: "Sorge, tra le più singolari espressioni di vita intima dell'innocenza, una cittadina sulle rovine insanguinate di un mondo che fu tanto crudele, nel campo di concentramento di Fossoli. Si chiamerà Nomadelfia che significa: la città della legge fraterna". Nel febbraio 1948, con la stesura della "Costituzione del popolo nuovo", don Zeno vedeva avverarsi il sogno: applicare il Vangelo come legge e realizzare la fraternità della prima cristianità. Alle centinaia di orfani e ragazzi abbandonati le famiglie di Nomadelfia aggiungevano 120 bambini del brefotrofio di Roma, e Pio XII, dopo averlo ricevuto in udienza, gli disse: "Faccia lei la rivoluzione dal basso (...) e si ricordi bene: in qualsiasi evenienza il Papa è con lei".
Per superare l'egoismo della famiglia chiusa e individualista, Nomadelfia proponeva una "famiglia aperta", capace di comunicare il suo amore e le sue premure non solo ai figli del sangue, ma a tutti quelli che avevano bisogno di cure familiari. La paternità e la maternità non erano più un semplice istinto naturale, fisico, ma una scelta spirituale. Ciò che veniva ritenuto essenziale era che ogni bambino avesse una madre, una casa e un tipo di famiglia capace di superare i legami del sangue per fare della fede il suo spirito vitale. Scriveva don Zeno: "Il passaggio dalla maternità istintiva del sangue a quella intelligente affettuosa volitiva e superiore dello spirito, secondo il cuore di Cristo, l'ho sempre visto come la più naturale conseguenza dell'elevazione dei sentimenti materni della donna al livello della nostra fede".
Il 1952 fu un anno di terribile sofferenza per don Zeno e i suoi figli. Il Sant'Uffizio infatti fu costretto a intervenire allontanandolo dalla sua comunità tanto che, ricevuta il 5 febbraio 1952 la comunicazione ufficiale, scriveva loro: "Mi mandò la Chiesa a voi e sono venuto; vi ho amati come veri figli e ora la Chiesa mi strappa a voi. Non vi sono più Padre, sono un sacerdote in cerca di una diocesi e sono uno degli uomini più infelici che esistano sulla terra. Io devo seguire una legge che ho accettato liberamente il 4 gennaio 1931". La popolazione di Nomadelfia, riunita in assemblea, si dichiarava pronta a obbedire al decreto con lo stesso dolore di don Zeno e si costituiva in associazione civile ma, posta di fronte agli ingenti debiti accumulati, era obbligata a optare per l'autoscioglimento e la messa a disposizione dei creditori di tutti i beni mobili e immobili.
Tuttavia don Zeno non si arrese e, dopo aver dato alle stampe il libro Non siamo d'accordo , un grido di protesta verso la politica, in particolare verso la Dc e il Governo, colpevoli, a suo avviso, di ignorare le sofferenze del popolo, con enorme pena chiese al Papa la laicizzazione provvisoria: ossia la rinuncia allo stato sacerdotale, "per non venir meno alla giustizia dovuta a creature verso le quali sono impegnato; cosa che l'esercizio del sacerdozio mi vieta per causa di speciali leggi canoniche che non intendo inferire per mia iniziativa".
Il 23 novembre 1953 gli veniva concesso il pro gratia che, in cambio della veste sacerdotale, gli permetteva di tornare dai suoi "figli" per assumere nuovamente quella funzione di padre che gli era stata negata e per condividerne amarezza, miseria e sforzi per la ripresa. Con grande pazienza nel 1954 li trasferì tutti a Grosseto e poi, ispirato dalla necessità di un rinnovamento, scriveva: "Mi viene in mente la famiglia patriarcale nella quale sono nato. Così unita! Non si abbandonavano né figli, né vecchi, né inabili. Se col vincolo del sangue si sono fatte le famiglie patriarcali, le tribù, i clan, cosa potremmo fare con quello della fede? Dico: "Ho trovato una soluzione rivoluzionaria! Faremo dei gruppi di 3-4 famiglie che condividono la vita, e i figli si sentiranno sotto un ombrello più sicuro di rapporti e di affetti". Come si pretende la fraternità tra gli individui, perché non pretenderla tra le famiglie?". L'idea da cui partiva era che se le famiglie non si fossero amate tra loro, se non avessero saputo vivere insieme, in reciproco aiuto e nella comunicazione dei valori fraterni più profondi, i figli non avrebbero mai appreso a vivere in solidale fraternità universale.
Nomadelfia, superando l'individualismo della famiglia occidentale, proponeva "un nuovo modello di convivenza che rispetta il collettivo come la persona nella legge della fraternità. Ma ciò che più di tutto distanzia la famiglia e la comunità educativa di Nomadelfia da ogni altra impostazione educativa del genere, sta nei due princìpi essenziali che la fondano: la legge naturale e la fede".
Il gruppo familiare diventava il mezzo per elevare l'amore tra le famiglie "fino a essere l'una per l'altra dovunque e comunque", nei limiti della morale e della fede. Dopo anni di revisione interna, eremo sociale, lavoro duro, silenzio, diffidenze e incomprensioni, finalmente Nomadelfia risorgeva dalle proprie ceneri e si dava una nuova Costituzione. Don Zeno diceva: "Le famiglie hanno vinto e ora sono molto più sicure. Insieme risolvono problemi che prima sembravano utopistici e che rappresentavano spesso pesanti oneri per la comunità e causa di mortificazione della vita familiare. Lo sforzo dello spirito è stato veramente grande: piegarsi a dare l'ostracismo a tradizioni ormai incarnate nel costume. Il gruppo familiare dei nomadelfi è certamente una delle più ambite conquiste nella storia della cristianità, perché in esso la famiglia vive l'amore secondo il Cuore di Dio".
Dopo anni di attesa, certo che fosse giunto il momento di chiedere a quella Chiesa tanto amata la possibilità di vestire nuovamente l'abito talare e con esso riprendere il "don" perso con sofferenza indicibile, scriveva a Giovanni XXIII che, il 6 gennaio 1962, lo riammetteva all'e s e rc i - zio del ministero sacerdotale, nominandolo parroco di Nomadelfia. Da allora Nomadelfia ha viaggiato per l'Europa con spettacoli teatrali, ha aperto scuole interne con l'approva - zione del ministero, ha incontrato Giovanni Paolo II nell'agosto 1980, ricevendo la sua benedizione, ha continuato la strada tracciata dal fondatore, anche dopo averlo perso (15 gennaio 1981) perché in lui c'era quella pericolosa genialità dell'amore da cui nascono le grandi Opere di Dio.
Nel mondo di oggi la vita comunitaria di Nomadelfia è ancora un'utopia ma, come scriveva Dino Buzzati, essa continua a rappresentare "il tentativo di risolvere l'eterno problema della vita umana, con un sistema che potrebbe andare bene per tutti (perfino per i miscredenti, forse). Ed è un sistema semplicissimo, conosciuto per lo meno da 2000 anni; soltanto che gli uomini hanno sempre pensato fosse esageratamente difficile e, tranne eccezioni, mai vi ci sono impegnati davvero. E pensare che basterebbe per spazzare via tutte le magagne di questo mondo. La formula è presto detta: l'amore del prossimo, il discorso della montagna, il Vangelo. Non penitenza e dolore per guadagnarsi il Paradiso. Ma comportarsi in modo da rendere bella e pulita anche questa nostra breve esistenza"