Lumen Gentium

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Lumen Gentium
Costituzione dogmatica
del Concilio Vaticano II (1962-1965)
sotto il pontificato di Paolo VI
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Data: 16 novembre 1964
Traduzione del titolo: La luce delle genti
Argomenti trattati: La Chiesa

(IT) Testo integrale sul sito della Santa Sede.

Tutti i documenti del Concilio Vaticano II
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[La] Costituzione dogmatica Lumen gentium [..] costituisce la "chiave di volta" di tutto il magistero conciliare. Con essa il Vaticano II ha voluto gettar luce sulla realtà della Chiesa: realtà mirabile e complessa, fatta di elementi umani e divini, visibili e invisibili (cfr. n. 8). Grande merito della Lumen Gentium è di averci ricordato con forza che, se si vuol cogliere adeguatamente l'identità della Chiesa, pur senza trascurare gli aspetti istituzionali, occorre partire dal suo mistero. La Chiesa è mistero, perché innestata in Cristo e radicata nella vita trinitaria. Gesù, il Verbo di Dio fatto uomo, è la "luce" che risplende sul volto della Chiesa (cfr. n. 1).
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La costituzione dogmatica Lumen Gentium (latino, "Luce delle Genti[1] è una delle quattro costituzioni del Concilio Vaticano II, insieme alla Sacrosanctum Concilium, alla Gaudium et Spes e alla Dei Verbum.

Tratta della Chiesa, in particolare riguardo all'autocomprensione che essa ha di se stessa, della sua funzione spirituale e della sua organizzazione.

Fu approvata dal Concilio il 19 novembre del 1964 e promulgata da papa Paolo VI il 21 novembre dello stesso anno.

Storia

Lumen Gentium, edizione originale in inglese (1965)

Il Concilio Vaticano II iniziò a occuparsi della Chiesa nella prima settimana di dicembre 1962; il primo schema che venne analizzato era stato distribuito in aula il 23 novembre, ed aveva come titolo Aeterni Unigeniti Patris ("Del Padre dell'Unigenito")[2]. L'assemblea conciliare si mostrò subito critica nei confronti di tale schema, tanto che gli organismi responsabili si sentirono in dovere di ritirarlo e di approntarne una nuova formulazione.

Tra il dicembre 1962 e il gennaio 1963 circolarono vari schemi di documento, provenienti ciascuno da precisi gruppi di vescovi: tedeschi, romani, cileni e francesi; ad essi va aggiunto un altro schema che circolava nell'ottobre 1962, attribuito al teologo di Lovanio Gérard Philips, Concilium duce Spiritu ("Il Concilio sotto la guida dello Spirito"): la sottocommissione De ecclesia del Concilio, costituita nel febbraio 1963, deliberò di prendere quest'ultimo come base dei suoi lavori. Il 6 marzo seguente la Commissione Dottrinale del Concilio ratificò la decisione della sottocommissione, e lo stesso fecero la Commissione di Coordinamento e il Papa.

Il nuovo testo inviato ai Padri Conciliari[3], comprendeva quattro capitoli:

I. Il mistero della Chiesa
II. La struttura gerarchica della Chiesa e in particolare l'episcopato
III. Il popolo di Dio e specialmente i laici
IV. La vocazione alla santità nella Chiesa

Già prima d'essere inviata ai Padri tale schema maturò una prima modifica fondamentale: l'unificazione in un unico capitolo, da collocare subito dopo quello sul mistero della chiesa, di quanto riguardava il popolo di Dio nel primo capitolo e nel terzo: in tal modo sarebbe stato più evidente che il popolo di Dio è l'insieme dei pastori e dei laici, ed è al suo interno che si manifestano i diversi carismi e i ministeri; inoltre, essendo la trattazione del popolo di Dio collocata nella parte generale, si sarebbe inteso che quanto si dice della Chiesa in quel capitolo vale per tutti i membri della Chiesa, pastori, laici o religiosi.

Successivamente si avvertì il bisogno di dedicare ai religiosi anche un capitolo a parte, cosicché i capitoli sarebbero già diventati potenzialmente sei. A questi sei altri ne vennero aggiunti in seguito altri due: quello sull'indole escatologica della Chiesa e sulla comunione della Chiesa pellegrina con quella celeste, e quello sulla beata vergine Maria madre di Dio in relazione a Cristo e alla Chiesa. L'inserimento di quest'ultimo capitolo nella Lumen Gentium fu approvato con una piccola maggioranza assembleare: solo 1114 voti contro 1074.

Furono particolarmente tribolate le vicende di quello che diventò il capitolo terzo, quello sui vescovi. Gravi difficoltà incontrarono soprattutto la definizione della sacramentalità del grado episcopale e la collegialità dei vescovi. Alla dottrina del primato e dell'infallibile magistero del romano pontefice, definita dal Concilio Vaticano I, il Vaticano II si riprometteva di aggiungere, a doveroso completamento, la dottrina sui poteri altrettanto universali ed infallibili del collegio dei vescovi. Tale dottrina veniva espressa sinteticamente nella frase centrale del n. 22:

« L'ordine dei vescovi, che succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, nel quale anzi si perpetua ininterrottamente il corpo apostolico, è pure, insieme col suo capo, il romano pontefice e mai senza di esso, soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa; potestà che non può essere esercitata se non col consenso del pontefice. »

Per arrivare a questo testo erano stati necessari dei voti espliciti in assemblea, giacché la minoranza sentiva la dottrina della collegialità episcopale come un attentato al dogma del primato del romano pontefice. Alla domanda "se il corpo o collegio dei vescovi possiede potere pieno e supremo sulla Chiesa universale" un considerevole gruppo di padri (336) aveva risposto negativamente. Di fronte a questa opposizione notevole, il Concilio si trovò nella necessità di introdurre correzioni e precisazioni tali da salvaguardare il primato del papa, ed accettò alla vigilia dell'ultimo voto sulla costituzione anche la Nota explicativa praevia al terzo capitolo, come guida alla sua interpretazione, tesa a tranquillizzare quanti avevano delle riserve sulla natura della dottrina della collegialità dei vescovi.

Il 19 novembre 1964 venne votato lo schema nel suo complesso, ottenendo ben 2134 placet contro soltanto 10 non placet. Due giorni più tardi la costituzione Lumen gentium fu ufficialmente e solennemente approvata e promulgata con grande gioia da Paolo VI, che aveva seguito con trepidazione e con un apporto personale altamente qualificato la lunga e faticosa elaborazione del testo.

Articolazione e contenuto dettagliato

L'inizio del documento

« Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15 ), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo. »
(Lumen Gentium, 1)

Il documento è costituito da otto capitoli, a cui si aggiungono:

Capitolo I. Il Mistero della Chiesa

Viene illustrato il mistero della Chiesa e della sua relazione con Cristo.

La Chiesa viene vista nella luce di Cristo, il quale è Lumen gentium, cioè "luce dei popoli", "luce tutta l'umanità", e del suo mistero.

La Chiesa è la realizzazione piena del disegno salvifico della Trinità, concepito dal Padre e messo in atto dal Figlio e dallo Spirito santo, come patto conclusivo con l'umanità.

La Chiesa è posta come primizia del Regno di Dio, come Corpo di Cristo, come realtà complessa, teandrica ("divino-umana"), ad un tempo visibile e invisibile.

Capitolo II. Il Popolo di Dio

Tratta del Popolo di Dio e del rapporto tra la Chiesa e le altre confessioni religiose o gli atei.

La Chiesa è il nuovo Popolo di Dio; essa comprende tutte le categorie dei credenti, dal papa ai vescovi, ai sacerdoti, ai laici. Questo popolo è prefigurato nell'antico Israele, e si realizza con la nuova Alleanza inaugurata da Cristo, che non rinnega l'antica, ma la rinnova e la continua in maniera più universale e più profonda.

Al suo popolo il Figlio di Dio trasmette i suoi uffici messianici: sacerdozio (sacerdozio universale dei fedeli), profezia e regalità, e lo Spirito santo lo assiste con speciali carismi, ministeriali e liberi.

La Chiesa è sacramento universale di salvezza, destinato ad accogliere tutti i popoli della terra, e pertanto possiede una potente e inesauribile vocazione missionaria.

Capitolo III. Costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare dell'episcopato

In quanto Popolo di Dio, la Chiesa riceve le sue strutture essenziali dal suo fondatore. Questi ha affidato agli apostoli e ai loro successori i compiti di guidare la Chiesa.

La Chiesa possiede al vertice due autorità supreme, il sommo pontefice e il collegio episcopale. Il collegio dei vescovi insieme col suo capo, il romano pontefice e mai senza di lui, è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa, sebbene questa potestà non possa essere esercitata se non in accordo con il romano pontefice.

Ai singoli vescovi competono gli uffici di insegnare, santificare e governare le chiese locali, assistiti in questo triplice ufficio dai sacerdoti e dai diaconi.

Capitolo IV. I Laici

Descrive il ruolo dei laici nella Chiesa e la loro missione.

Pur godendo di una parità sostanziale con gli altri membri del Popolo di Dio per quanto attiene la dignità e la grazia, i laici svolgono però funzioni particolari: in essi il triplice ufficio messianico, che nel caso della gerarchia è rivolto principalmente al corpo ecclesiale, ha di mira il mondo: la sua santificazione, il governo di esso e la di esso elevazione culturale, sia con la testimonianza che con la parola (funzione profetica).

I rapporti dei laici con la gerarchia devono essere ispirati a filiale umiltà, ma anche a franchezza.

Dai laici i pastori possono ricevere utili suggerimenti e conoscenze per giudicare meglio delle cose temporali, in un clima di mutua comprensione, di obbedienza e di rispetto, di carità.

Capitolo V. Universale vocazione alla santità nella Chiesa

La chiamata universale alla santità

« Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48 )[4]. Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr. Mc 12,30 ), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12 ). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l'Apostolo che vivano "come si conviene a santi" (Ef 5,3 ), si rivestano "come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza" (Col 3,12 ) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22 ; Rm 6,22 ). E poiché tutti commettiamo molti sbagli (cfr. Gc 3,2 ), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: "Rimetti a noi i nostri debiti" (Mt 6,12 )[5]»
(Lumen Gentium, 40)

Il tema dominante è la chiamata di tutti i cristiani alla santità.

La vocazione alla santità è vocazione del Popolo di Dio nel suo insieme, ma anche di tutti i suoi membri. Il dovere di santificarsi, secondo l'espressa volontà di Dio, è comune a tutti i fedeli, gerarchia, religiosi e laici. La santità è possibile a tutti perché a tutti Dio elargisce lume e grazia.

I coniugati si santificano vivendo la vita matrimoniale alla luce del mistero di Cristo unito alla sua sposa, la Chiesa. I celibi possono tendere alle altezze della castità integrale e della carità eroica. La vita del Corpo Mistico è una tensione continua alla perfezione.

Capitolo VI. I Religiosi

Nell'ambito dell'universale chiamata alla santità i religiosi scelgono la via dei consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza), che essi si obbligano ad osservare con voti; tali voti sono riconosciuti dalla sacra gerarchia in modo che la condizione dei religiosi stessi assuma un carattere di stabilità e di ufficialità.

I religiosi non occupano un grado distinto nella gerarchia, intermedio tra i sacri ministri e i laici, potendo tutti, consacrati e non consacrati, partecipare allo stato religioso costituito.

Capitolo VII. Indole escatologica della Chiesa Peregrinante e sua unione con la Chiesa Celeste

Tratta del carattere escatologico della Chiesa. Questo capitolo chiarisce i rapporti della Chiesa col Regno di Dio e quelli con la Chiesa celeste.

La Chiesa peregrinante è distinta dal Regno e dalla Chiesa Celeste senza esserne separata. Infatti la Chiesa è il Regno di Dio in via di sviluppo, ma la pienezza del Regno si realizzerà al di là del tempo.

Anche la Chiesa peregrinante e la Chiesa celeste sono distinte ma non separate, come due fasi e due momenti della stessa realtà.

La comunione dei santi è radicata sulla unione vitale tra le due Chiese, che sono una cosa sola in Cristo. La Chiesa terrena continua la vita e la passione di Cristo redentore, la celeste trionfa con Cristo glorioso.

Capitolo VIII: La Beata Maria Vergine Madre di Dio nel Mistero di Cristo e della Chiesa

Presenta il mistero sublime di Maria, ad un tempo madre e figlia della Chiesa, viene illustrato determinando la sua funzione nella storia della salvezza e definendo il suo posto in seno al nuovo Popolo di Dio.

In primo luogo sottolinea la connessione tra Maria e l'incarnazione del Verbo per la salvezza degli uomini. Poi afferma la conseguente connessione di Maria con la Chiesa, di cui è splendida figura, perché come Maria cooperò con l'onnipotenza divina concependo e generando in modo singolare il Cristo, così la Chiesa coopera con Cristo nel generare i fedeli che formano il suo Corpo Mistico.

Certamente l'opera della redenzione è tutta fondata su Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, ma la Vergine che ha dato Cristo al mondo e ne ha condiviso le vicende della vita non può rimanerne estranea. Ella ha veramente cooperato con il suo Figlio alla nostra salvezza. Maria è anche modello della Chiesa perché realizza in sé quella perfezione a cui la Chiesa tende nei suoi figli.

Viene infine confermata la legittimità e l'utilità del culto a Maria: certamente esso non può essere della stessa natura dell'adorazione che si deve a Dio solo, ma è culto singolare, superiore a quello dei santi.

Caratteristiche e temi fondamentali

La Lumen Gentium non produce nuove definizioni dogmatiche e non ricorre a formule teologiche tecniche e rigorose, ma fa largo uso di un linguaggio semplice di stile biblico; in tal modo riesce a tracciare un quadro sostanzialmente completo e assai affascinante della Chiesa, assegnando ad ogni singola parte l'importanza, il ruolo, il significato che le compete.

Nella nuova immagine della Chiesa delineata dal Concilio Vaticano II acquistano grande rilievo aspetti che l'ecclesiologia post-tridentina aveva disatteso o completamente ignorati, come gli aspetti comunionale, carismatico, culturale, ecumenico: tutti di grande importanza, alcuni carichi di significato per la dimensione divina, altri per la dimensione umana e storica della Chiesa.

« Nella storia della Chiesa il giorno che ha segnato la promulgazione della costituzione Lumen Gentium apparirà in avvenire certamente come inizio di un'era nuova. La costituzione Lumen Gentium costituisce innegabilmente, a mio parere, una svolta nell'ecclesiologia cattolico-romana. Si può dire che siamo passati da una Chiesa-istituzione ad una Chiesa-comunità, da una Chiesa-potenza ad una Chiesa povera e pellegrina»
(Georges Dejaifve, 1973, 87-88)

Nel seguito[6] lo stesso Dejaifve riassume nei seguenti punti i tratti più originali dell'ecclesiologia del Vaticano II:

  • la distinzione tra Regno di Dio e Chiesa: la Chiesa è soltanto l'inizio, il "germe" e non ancora la piena attuazione del Regno;
  • la comunionalità: c'è parità essenziale tra tutti i membri della Chiesa, in quanto tutti godono tutti delle stesse grazie fondamentali e degli stessi doveri;
  • la sacramentalità, che investe non soltanto alcuni segni particolari ma la chiesa stessa nella sua natura profonda;
  • la cattolicità, intesa come attitudine ad abbracciare il molteplice e a far spazio al diverso;
  • la politicità, ossia attenzione per i problemi socio-politici che interessano l'umanità:

Joseph Ratzinger dal canto suo delinea i seguenti temi fondamentali della Lumen Gentium[7]:

Gérard Philips, uno dei maggiori ideatori e promotori della costituzione Lumen gentium, di cui pubblicò un ottimo commento[9], afferma che con il Concilio Vaticano II l'ecclesiologia quanto alla sostanza

« è rimasta identica, ma i modi di espressione non sono più gli stessi. Si è verificata una giravolta, o piuttosto un ritorno al pensiero storico e biblico a spese degli schemi concettuali statici. Il rispetto della verità rivelata non solo non ne soffre, ma anzi risulta accresciuto e la forza salvifica della parola divina è esaltata. Se l'antica chiesa ci mostra un volto nuovo, è precisamente grazie ad una raddoppiata fedeltà alla sua origine e all'asse immutabile della sua evoluzione. »
(p. 619)

Philips riassume in sette punti le caratteristiche dell'ecclesiologia del concilio[10]:

  • la comunionalità, cioè l'accento sulla Chiesa-comunità;
  • l'apertura agli altri, cioè l'universalità, la cattolicità;
  • il ritorno alle fonti bibliche e patristiche;
  • il personalismo, sia nella comprensione della Chiesa, non più trattata come una "cosa", sia nell'attenzione per tutti i membri della stessa, anche i più umili;
  • il dinamismo: "la Chiesa non può essere statica: essa non accetta mai di vederci inattivi e ci lancia senza posa su tutte le strade del mondo";
  • la dimensione storica: il mistero della Chiesa è visto nella sua dimensione storica; la fede non poggia su assiomi sapienti ma astratti; è stata la presa di coscienza della dimensione storica della salvezza e quindi della Chiesa ad indurre i padri conciliari a privilegiare il modello del Popolo di Dio sul modello del Corpo mistico[11]
  • La sintesi centrata sul mistero della salvezza operata da Cristo e destinata da Dio a chiunque crederà; centrando tutto su questo mistero, la dottrina rivelata riguardo alla Chiesa prende forma e unità: Trinità, creazione, caduta, incarnazione del Figlio redentore, diffusione del messaggio e raduno del popolo eletto mediante lo Spirito santo, sorgente di grazia e di vita eterna con i mezzi di salvezza che sono i sacramenti, le virtù e la vita secondo i precetti di Cristo, e tutto questo grazie alla virtù del pane eucaristico.

Sebbene la Lumen Gentium rappresenti una pietra miliare della rinnovata ecclesiologia, sarebbe un grave errore ridurre le acquisizioni ecclesiologiche del Vaticano II a questo solo documento: molti aspetti importanti della Chiesa sono stati ripresi e approfonditi in altri documenti, in particolare nell'Ad Gentes, nella Gaudium et Spes, nella Unitatis Redintegratio.

Note
  1. L'espressione è riferita a Cristo: Lumen gentium cum sit Christus, "Essendo Cristo la luce delle genti".
  2. Giovanni Battista Mondin (1986) 141.
  3. L'incipit di tale schema era già nella forma che sarebbe rimasta nella versione definitiva del documento: Lumen gentium cum sit Christus, "Essendo Cristo la luce delle genti".
  4. Cfr. Origene, Commento ai Romani 7,7: PG 14, 1122B. Pseudo Macario, De Oratione, 11: PG 34, 861AB. San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 184, a. 3.
  5. Cfr. Sant'Agostino d'Ippona, Retractationes II, 18: PL 32, 637s. Pio XII, Enciclica Mystici Corporis, 29 giugno 1943: AAS 35 (1943), p. 225.
  6. P. 91-93.
  7. http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000227_ratzinger-lumen-gentium_it.html
  8. Tale formula, non facile da tradurre, ha trovato le spiegazioni più contraddittorie:
    • ad un estremo si sostiene che essa esprime la singolarità della Chiesa Cattolica unita al Papa;
    • all'altro estremo si sostiene che l'espressione equipara la Chiesa Cattolica a tutte le altre Chiese cristiane, cosicché la Chiesa cattolica avrebbe abbandonato la sua pretesa di specificità.
  9. La chiesa e il suo mistero, Milano 1982.
  10. Gérard Philips (1982) 619.625-626.634.
  11. Afferma Philips:
    « Nell'immagine di un popolo in marcia c'è forse più dinamismo, soprattutto se si tratta di una tribù nomade in cerca della sua residenza definitiva, attraverso steppe e deserti, verso la Terra promessa. Anche noi marciamo in questo gruppo, più o meno entusiasti, più o meno affaticati, più o meno colpevoli, ma sempre pieni di speranza, a causa della forza dello Spirito Santo che si manifesta attraverso la nostra impotenza. »
    (La chiesa e il suo mistero, p. 626)
Fonti
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 11 giugno 2013 da Don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.