Corpus Areopagiticum

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Il Corpus Dionysianum è un manoscritto in latino, di cui si era perduta traccia nel Medioevo. Il complesso di opere era probabilmente più ampio di quello riscoperto nel tardo Medioevo, che è poi quello pervenuto fino a oggi. Così come ci è giunto ne aveva preso visione Boezio, l'attuale Corpus è composto di queste opere: "De coeleste hierarchia", "De ecclesisastica hierarchia", "De divinis nominibus", "De mystica theologia" e una decina di lettere.

Il Corpus fu tradotto in latino dal greco nel IX secolo d.C. da Giovanni Scoto Eriugena ed è attributo allo pseudo-Dionigi Areopagita, il primo filosofo greco ad essersi convertito al cristianesimo nel IV secolo d.C., noto per delle teorie estetiche di "consonantia e claritas" che informarono l'arte medioevale e considerato il primo dei neoplatonici.

Dal Corpus emerge un impianto teologico che viene utilizzato da Eriugena nella sua filosofia.

La teologia del Corpus Dionysianum 1

Nel Corpus Dyonisianum viene analizzata la dimensione dello Spirito, estranea alla filosofia antica che parlò solamente di corpo e anima.

In accordo col Platonismo, l'anima è il punto di unione fra l'intellegibile e il principio materiale, il sensibile. L'intellegibile sono le idee-essenze che danno forma al corpo e al carattere di ogni persona, e sono parte di Dio che è tutte le idee. Se l'anima è creata per analogia dell'ente (come afferma Tommaso d'Aquino) e le idee di cui è fatta sono una copia diversa dall'originale che è Dio, tuttavia l'anima è un ponte fra la materialità del corpo e l'originale di queste idee.

L'anima crea un legame fra gerarchie celesti e gerarchie terrene, e un'unione di due uomini, che sono l'Io e Dio.

Con la mediazione dell'anima e di Dio, nasce una comunità di anime, che sono quindi unite sia nell'intelligibile che nel sensibile. È perciò più di una comunità di pensieri e intenti come può essere una scuola filosofica, è un'unione anche sensibile che crea un Corpo solo. L'anima unisce ognuno a Dio (sensibile a Intellegibile), mentre Dio unisce tutte le anime in un tutt'uno con Lui.

Questa unione di sensibili e intellegibili, e comunità di anime è lo Spirito.

Dio ha un'anima come gli uomini, che unisce l'intellegibile al sensibile che è Gesù, il quale ha un Corpo (sensibile) che è la divinità stessa. Diversamente dagli altri enti, è anche vero che Dio è Spirito, è "Colui che ha capacità di essere gli altri restando Sé stesso".

Nel caso di Dio, c'è sempre qualche anima che è unita con Lui, generando lo Spirito, per una scelta libera di Dio e una creazione del mondo in cui ha voluto una comunità eterna. La singola anima ha invece il libero arbitrio di rifiutare l'unione con l'intellegibile e staccarsi da Dio: perciò lo Spirito non è un'essenza dell'uomo (che invece ha necessariamente e non può scegliere di non essere corpo e anima) ma una delle dimensioni di cui può partecipare.

Il primo passaggio fatto è quello della teologia catafatica, che arriva al massimo di quanto si può affermare di Dio, che è predicato non solo come unione di tutti gli enti, ma come unione di ogni ente identificato con le idee che lo formano (contenute nell'anima) e con Lui. Questa parte dettaglia tutto ciò che si può affermare di Dio in quanto "capace di essere gli altri".

Il secondo passaggio riguarda ciò che si può affermare di uno Spirito che "resta Sé stesso", distinto dagli enti creati. Ciò costringe a negare tutto quanto si è affermato, la sovra-essenza attribuita a Dio, che sono tutte le anime con cui è stato identificato.

Già Agostino d'Ippona parlò di teologia catafatica e apofatica, come inevitabile suddivisione massima opera realizzabile dalla teologia, ma le attribuiva ala fatto che Dio è indicibile e impredicabile, come l'Uno di Plotino. Boezio mostra che questi due momenti della teologia derivano dalla natura spirituale di Dio.

Al momento positivo della teologia catafatica, segue quello negativo della teologia apofatica, che è «silenzio e tenebra», in cui resta lo Spirito, ma la fusione delle anime che pur continua a esistere diviene impredicabile ("silenzio") e inintuibile ("tenebra").

L'idea dei nomi divini si lega in un secondo momento alla teologia mistica.

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