De consolatione philosophiae

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De consolatione philosophiae
Incipit De consolatione philophiae.jpg
Incipit dell'opera in un manoscritto (1485)
Sigla biblica
Titolo originale De consolatione philosophiae
Altri titoli
Nazione [[]]
Lingua originale latino
Traduzione
Ambito culturale
Autore San Severino Boezio
Note sull'autore
Pseudonimo
Serie
Collana
Editore
Datazione 523 ca.
Datazione italiana
Luogo edizione
Numero di pagine
Genere saggio filosofico
Ambientazione
Ambientazione Geografica
Ambientazione Storica

Personaggi principali:

Titoli dei racconti
Libro precedente
Libro successivo
Adattamento teatrale
Adattamento televisivo
Adattamento cinematografico
Note
Premi:
Collegamenti esterni:
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Contrastate, dunque, i vizi, coltivate le virtù, innalzate a giuste speranze gli animi, indirizzate al cielo umili preghiere. Se non volete sottrarvi alle vostre responsabilità, non potete ignorare la profonda esigenza di onestà che è riposta in voi, poiché le vostre azioni si compiono sotto gli occhi di un giudice che vede ogni cosa.
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(Excipit dell'opera[1])

Il De consolatione philosophiae (in italiano: Sulla consolazione della filosofia) è un'opera in cinque libri del filosofo latino san Severino Boezio. Scritta intorno al 523, è costituita da un dialogo tra la personificazione della Filosofia e l'autore stesso, ingiustamente imprigionato da Teodorico, re dei Goti. I brani in prosa sono intervallati da passi in poesia.

Contenuto

Libro primo: inizio del dialogo con la Filosofia

L'opera si apre con un componimento in versi in cui l'autore, malato e prigioniero, si lamenta della propria condizione infelice, circondato dalle Muse che gli dettano il suo lamento. D'improvviso entra in scena una donna dal volto venerabile e maestosa e dagli occhi splendenti e penetranti. La donna scaccia le Muse e si china sull'ammalato, che in lei riconosce in lei la sua nutrice e la compagna della sua giovinezza: la Filosofia.

Questa, ricordandogli le ingiustizie di cui furono vittime tanti pensatori antichi, lo convince a esporre i suoi mali, affinché lei possa curarli. Il protagonista, allora, riferisce le disgrazie che ha immeritatamente subito, controprova, a suo dire, del disordine da cui sembrano essere governate tutte le cose umane. La Filosofia, ascoltato il suo lamento, si propone illuminare la sua mente e di fargli riscoprire le verità che le sue sofferenza gli hanno fatto dimenticare.

Libro secondo: la fortuna

La Filosofia convince innanzitutto Boezio a rassegnarsi alle vicissitudini della fortuna: i beni che essa concede sono infatti instabili e insicuri, dal momento che la fortuna stessa, per sua natura, è fallace e mutevole; chi quindi si affida a lei, in seguito, si troverà necessariamente a soffrire per la sua instabilità. Effimere sono sia le ricchezze, che tolgono la serenità ed espongono al rischio di essere derubati, sia le cariche pubbliche, fonte di preoccupazioni. Parimenti ridicola appare l'ambizione della gloria terrena non appena ci si rende conto che la fama può raggiungere un piccolissimo arco di tempo rispetto all'eternità e un ridottissimo spazio rispetto all'intero mondo.

Libro terzo: la felicità

Gli uomini, come tutti gli esseri, tendono alla felicità, il sommo Bene che riassume in sé tutti gli altri beni. Tuttavia la maggior parte degli uomini ripone la felicità in falsi beni: le ricchezze, gli onori, il potere, la gloria terrena e i piaceri. Questi beni, essendo parziali e imperfetti, non possono concedere agli uomini quella piena felicità a cui aspirano. Essi, quindi, possono trovarla solo nell'Essere perfetto e nel sommo Bene, cioè Dio. Essendo Dio la piena felicità, dal fatto che tutti gli uomini tendono alla piena felicità consegue che tutti gli uomini, consapevolmente o meno, tendono a Dio.

Libro quarto: la presenza del male nel mondo

Se si ammette che il mondo è retto da Dio, sommo Bene, appare però inspiegabile la presenza del male nel mondo; in particolare, risulta incomprensibile l'ingiustizia per cui i beni e i mali non sembrano esser perfettamente distribuiti tra buoni e malvagi. La Filosofia risolve i dubbi di Boezio dimostrandogli che i malvagi sono sempre infelici, e tanto più tali quanto più sono distanti dal Bene con cui la felicità coincide; i buoni, viceversa, sono sempre felici per il possesso del Bene, che costituisce il premio stesso della loro virtù. La Filosofia, poi, riconoscendo che l'ingiustizia non è del tutto ineliminabile dal mondo, postula l'esistenza di una vita ultraterrena che ristabilisca perfettamente la giustizia. La mente umana, tuttavia, trova forti difficoltà nel riconoscere chiaramente l'ordine provvidenziale che regge il mondo, e questo è fonte degli errati giudizi umani sui beni e sui mali.

Libro quinto: la prescienza divina e il libero arbitrio

A questo punto Boezio solleva una nuova questione, sostenendo l'esistenza di un'insanabile contraddizione tra la prescienza divina e il libero arbitrio dell'uomo: se tutto è conosciuto anticipatamente da Dio, come è possibile ammettere la libertà delle scelte umane? La Filosofia risolve il dubbio di Boezio sostenendo che ogni natura ha un suo modo specifico di conoscere e Dio, la cui eternità è sottratta alla successione temporale, contempla tutta la realtà nel suo eterno presente: la prescienza divina, dunque, che a questo punto sarebbe più corretto chiamare solo scienza, osserva tutto senza limitare il libero arbitrio, da cui deriva la responsabilità umana, fondamento della morale.

Note
  1. Traduzione di Ovidio Dallera, Rizzoli, Milano 1977.
Bibliografia
  • Christine Mohrmann, La Consolatio Philosophiae di Boezio, introduzione a Boezio, La consolazione della filosofia, Rizzoli, Milano 1977.
Voci correlate

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