Verginità consacrata

La verginità consacrata è una scelta di vita volontaria dei fedeli della Chiesa, compiuta in età matura e fondata sul libero consenso, tramite un voto pubblico emesso davanti al vescovo diocesano che ne sancisce ufficialmente la scelta e ne riconosce la dedizione totale a Dio. La vergine consacrata non è semplicemente colei che rinuncia al matrimonio, ma una persona che entra in una relazione sponsale reale con Cristo, sebbene di ordine spirituale e sacramentale. Ogni vergine è detta "sposa di Cristo" non in concorrenza con la Chiesa, ma per partecipazione.
Una prima concezione di verginità consacrata risale storicamente dal mondo pagano al tempo delle vestali[1], sebbene, nel loro caso, essa fosse limitata a un periodo di tempo ben determinato.
Secondo la tradizione, l'ordine delle vestali fu istituito nel VII secolo a.C. dal re Numa Pompilio[2] e venne definitivamente sciolto con l'introduzione delle leggi cristiane alla fine del IV secolo. Il 25 marzo 1954 papa Pio XII pubblicava la lettera enciclica Sacra Virginitas (La verginità consacrata). In questo documento il Pontefice mette in luce l'attenzione costante che la Chiesa ha sempre riservato alla verginità consacrata, richiamandosi ampiamente agli scritti dei Padri della Chiesa[3].
Pio XII afferma che « la Chiesa cattolica è solita chiamare le vergini spose di Cristo[4]», espressione di grande densità teologica. Con essa il Papa riprende una tradizione antichissima, di origine patristica e liturgica, conferendole una formulazione chiara e autorevole nel magistero. L'inciso « è solita chiamare» indica che non si tratta di una metafora recente né di un linguaggio devozionale facoltativo, ma di un uso stabile e consolidato, radicato nella coscienza stessa della Chiesa. Il titolo di sposa di Cristo appartiene dunque al modo con cui la Chiesa comprende oggettivamente la verginità consacrata.
Il riferimento ultimo è Cristo, presentato nel Nuovo Testamento come Sposo (Cf Mt 9,15 ; Gv 3,29 ). La vergine consacrata non è semplicemente colei che rinuncia al matrimonio, ma una persona che entra in una relazione sponsale reale con Cristo, sebbene di ordine spirituale e sacramentale. Lo Sposo non è simbolico: è il Cristo vivo e risorto, presente nella Chiesa. Quando Pio XII parla di "vergini", intende il termine in senso proprio, riferendosi a coloro che hanno compiuto una consacrazione riconosciuta dalla Chiesa. Per questo il titolo di sposa non riguarda soltanto la dimensione interiore, ma possiede anche una valenza ecclesiale e pubblica: la verginità è un dono personale, ma al tempo stesso un segno offerto a tutta la comunità ecclesiale. Ogni vergine è detta "sposa di Cristo" non in concorrenza con la Chiesa, ma per partecipazione. La Chiesa, nel suo insieme, è la Sposa di Cristo; la verginità consacrata rende visibile e concreta questa realtà in una singola persona, anticipando l'unione definitiva tra Cristo e la Chiesa alla fine dei tempi.
In tal senso, il linguaggio sponsale assume anche un chiaro valore escatologico: la vergine consacrata vive già ora ciò che sarà pienamente manifestato nel Regno, quando Dio sarà "tutto in tutti". La sua esistenza testimonia che Cristo è sufficiente, che l'amore definitivo non è rimandato soltanto all'aldilà, ma può già plasmare e strutturare la vita presente. Dire "le vergini spose di Cristo" non è dunque un titolo onorifico, bensì una chiave teologica fondamentale per comprendere l'identità profonda della verginità cristiana. La dottrina dei Padri della Chiesa, arricchita nei secoli dai Dottori della Chiesa e dai maestri dell'ascetismo cristiano, ha esercitato una notevole influenza sulla vita dei fedeli:
| « | ... questa dottrina dei santi Padri [...] influisce certamente molto tra i cristiani d'ambo i sessi nel suscitare e confermare il proposito di consacrarsi a Dio con la perfetta castità e di perseverare in essa fino alla morte[5]. » | |
Le vestali: verginità consacrata nell'epoca arcaica di Roma
Le vestali, in latino Virgines Vestales o semplicemente Vestales, erano sacerdotesse consacrate alla dea Vesta, divinità romana del focolare, della casa e della famiglia. Il loro compito principale consisteva nella custodia del fuoco sacro nel Tempio di Vesta, situato nel Foro Romano. Questo fuoco non doveva mai spegnersi, poiché per i Romani rappresentava il segno visibile della continuità, della prosperità della città[6].
L'ingresso nel collegio avveniva in età infantile, generalmente tra i sei e i dieci anni. Le candidate venivano scelte dal pontifex maximus, sommo sacerdote di Roma, tra le fanciulle appartenenti alle famiglie patrizie più illustri. Il servizio vestale aveva una durata complessiva di trent'anni, suddivisi in tre decenni: un primo periodo di apprendistato, un secondo di pieno esercizio dei riti sacri e un terzo dedicato all'istruzione delle nuove vestali. Durante l'intero arco erano tenute a osservare la verginità, il cui venir meno era considerato un sacrilegio di eccezionale gravità. Le vestali erano investite di numerose e delicate responsabilità rituali. Esse dovevano:
- mantenere sempre acceso il fuoco sacro di Vesta, simbolo della vita stessa di Roma;
- preparare la mola salsa, impasto rituale di farro e sale indispensabile per le cerimonie sacrificali, senza il quale molti riti non potevano essere celebrati;
- partecipare alle principali festività religiose, in particolare alle Vestalia, celebrate dal 7 al 15 giugno, durante le quali le matrone romane potevano accedere al tempio per riti di purificazione;
- provvedere alla purificazione del tempio al termine delle Vestalia (Vestalia cluduntur).
Accanto a tali doveri, le vestali godevano di privilegi straordinari nella società romana. Erano emancipate dalla patria potestas e potevano amministrare autonomamente i propri beni, prerogativa rarissima per le donne dell'epoca. Beneficiavano di onori pubblici, quali posti riservai negli spettacoli e libero passaggio nelle vie cittadine e possedevano persino il diritto di intercessione, potendo ottenere la grazia per un condannato a morte qualora lo incontrassero casualmente. La tutela dell'onore e l'osservanza rigorosa dei doveri erano ritenute essenziali. Lo spegnimento del fuoco sacro comportava la flagellazione da parte del pontifex maximus, poiché era considerato un presagio funesto per Roma. Ancora più grave era la violazione del voto di castità, punita con la sepoltura viva nel Campus Sceleratus[7], un rito concepito per evitare lo spargimento di sangue consacrato. Le vestali non furono soltanto figure religiose, ma autentici simboli della stabilità e della sacralità dello Stato romano. La loro esistenza incarnava il legame profondo tra disciplina rituale e destino della città, rendendole un elemento imprescindibile del sistema religioso che garantiva, agli occhi dei Romani, la protezione delle divintà su Roma stessa.
La consacrazione delle vergini nell’Antico Testamento
| Vedi la voce: Consacrazione delle vergini nell'Antico Testamento |
La verginità consacrata agli inizi del cristianesimo

La verginità femminile fin dall'antichità ha occupato un ruolo simbolico e istituzionale di straordinaria rilevanza: non solo nella religione romana, ma anche nel cristianesimo delle origini, dove assume significati e funzioni profondamente diversi, legati a una visione del corpo e della vita radicalmente nuova. La verginità consacrata emerge così come una delle manifestazioni più originali e affascinanti della spiritualità cristiana dei primi secoli. tra il I e il IV secolo, essa si afferma come scelta di vita estrema e radicale, capace di trasformare la relazione dell'individuo con il proprio corpo e con la sessualità, proiettandola verso una dimensione religiosa ed escatologica che la distingue nettamente sia dalla tradizione ebraica, sia dal mondo greco-romano.
In principio, la verginità cristiana non si presenta come un'istituzione formalmente strutturata: è piuttosto una pratica ascetica, un segno visibile della tensione verso il Regno dei cieli, una testimonianza concreta che il futuro della salvezza può già manifestarsi nel presente. Col passare dei secoli, questa scelta di vita si consolida, dando vita a forme di consacrazione sempre più organizzate e riconosciute dalla Chiesa, capaci di modellare la spiritualità e la vita comunitaria in modo originale e duraturo.
Fondamenti neotestamentari
Le radici della verginità consacrata affondano nel Nuovo Testamento, pur in assenza di un comando esplicito. Nei Vangeli Gesù non impone la verginità, ma propone uno stile di vita che sottolinea la primazia del Regno di Dio, relativizzando i legami familiari e sociali tradizionali. Il celebre passo di Matteo (19,12) sugli "eunuchi per il Regno dei cieli", è stato interpretato dalla Tradizione cristiana come allusione simbolica a una rinuncia volontaria alla sessualità per motivi religiosi, segno di una dedizione totale al divino.
Un ruolo centrale è svolto da san Paolo, in particolare nella Prima Lettera ai Corinzi (1Cor 7 ) dove la verginità è presentata come condizione privilegiata per una consegna completa a Dio, libera dalle preoccupazioni e dagli impegni della vita coniugale. San Paolo non svaluta il matrimonio, ma introduce una gerarchia di stati di vita, nella quale la verginità emerge come scelta consigliabile, soprattutto alla luce della prossimità escatologica, in attesa della fine dei tempi.
La verginità come scelta escatologica
Nei primi decenni del cristianesimo la verginità consacrata è strettamente intrecciata con l'attesa escatologica. Rinunciare al matrimonio e alla procreazione significa anticipare, già nella vita presente, la condizione futura del Regno di Dio, dove "non si prende né moglie né marito". In questo senso, la verginità si trasforma in un segno visibile di appartenenza a una realtà trascendente e in una testimonianza concreta della fede nella risurrezione. Questa prospettiva escatologica distingue profondamente la verginità cristiana dalle forme di castità rituale del mondo pagano: essa non ha come scopo la preservazione dell'ordine cosmico o politico, ma è piuttosto manifestazione della radicalità e della novità del messaggio cristiano, che orienta l'esistenza verso l'eterno e non verso il contingente.
Le vergini cristiane nei primi secoli
tra il II e il III secolo si consolida la figura delle vergini consacrate, soprattutto di sesso femminile, che vivono nel mondo, spesso all'interno della propria famiglia d'origine. Esse non appartengono ancora a comunità monastiche, ma conducono una vita caratterizzata da preghiera, sobrietà e opere di carità. La consacrazione avviene mediante un voto pubblico, generalmente presieduto dal vescovo, che ne sancisce ufficialmente la scelta e ne riconosce la dedizione totale a Dio.
Le vergini cristiane godono di grande prestigio morale all'interno delle comunità, ma sono anche sottoposte a una rigorosa sorveglianza: la loro condotta è considerata esemplare e ogni trasgressione comporta ripercussioni simboliche sull'intera Chiesa. Autori come Tertulliano, CSan ipriano e Sant'Ambrogio testimoniano non solo l'importanza crescente di questo stato di vita, ma anche la necessità di regolamentarne le pratiche, affinché la consacrazione mantenga il suo valore spirituale e sociale.
Elaborazione teologica nella patristica
Nel IV secolo la riflessione sulla verginità raggiunge una sistemazione teologica più articolata. Padri della Chiesa come Sant'Ambrogio di Milano, San Girolamo e Sant'Agostino elaborano una vera e propria teologia della verginità, conferendole una struttura concettuale e un significato spirituale profondi. Sant'Ambrogio presenta la verginità come imitazione di Maria Vergine, modello di purezza e di dedizione totale a Dio. San Girolamo, nel suo confronto polemico con Gioviniano[8], afferma la superiorità della verginità rispetto al matrimonio, inserendola in una gerarchia di valori spirituali. Sant'Agostino, pur riconoscendo l'eccellenza della verginità consacrata, sottolinea che il suo valore non risiede nella semplice rinuncia fisica, ma nell'umiltà e nella carità che la animano. In questa fase emerge anche l'immagine della vergine come sponsa Christi, sposa di Cristo: un linguaggio simbolico che conferisce alla verginità un significato profondamente relazionale e mistico, capace di incarnare la comunione con Dio in maniera concreta e spiritualmente suggestiva.
Verso il monachesimo
tra il IV e il V secolo, con l'affermarsi del monachesimo, la verginità consacrata tende progressivamente a istituzionalizzarsi. Le vergini non vivono più prevalentemente nel mondo, ma all'interno di comunità claustrali, segnando così il passaggio da una verginità carismatica e individuale a una forma stabile di vita religiosa, regolata e riconosciuta dalla Chiesa.
Confronto tra le vestali e la verginità cristiana

Il confronto tra le vestali, sacerdotesse di Vesta nella Roma antica e le vergini consacrate cristiane permette di cogliere il passaggio da una concezione civico-politica e rituale della verginità a una visione spirituale, ascetica e profondamente personale, tipica dell'era cristiana.
- Natura dell'istituzione
| Vestali | Verginità cristiana |
|---|---|
| Erano un'istituzione pubblica e statale. Il loro sacerdozio era fondato secondo la tradizione da Numa Pompilio[2] ed era parte integrante della religione civica romana. La loro funzione principale era la custodia del fuoco sacro di Vesta, simbolo della continuità e della sicurezza dello Stato romano. La verginità delle vestali non aveva valore morale in senso moderno, ma rituale e politico: garantiva la purezza del culto e, simbolicamente, la stabilità della città. | Nasce come scelta religiosa individuale, non come istituzione statale. Nei primi secoli del cristianesimo, le vergini consacrate non ricoprivano cariche sacerdotali né funzioni pubbliche, ma testimoniavano una forma radicale di sequela di Cristo. La verginità è qui concepita come vocazione spirituale, orientata alla salvezza e alla vita eterna, non alla protezione della comunità politica. |
- Modalità di accesso e volontarietà
| Vestali | Verginità cristiana |
|---|---|
| Venivano scelte in età infantile (tra i sei e i dieci anni) dal pontefice massimo, spesso senza possibilità di rifiuto. L'ingresso nel collegio comportava una separazione definitiva dalla famiglia d'origine e l'assoggettamento a una disciplina rigida. La verginità era obbligatoria e temporanea (trent'anni), dopo i quali la Vestale poteva teoricamente sposarsi, anche se ciò avveniva raramente. | La verginità consacrata è una scelta volontaria, compiuta in età matura e fondata sul libero consenso. Le vergini cristiane emettono un voto pubblico davanti al vescovo, ma la decisione è presentata come risposta personale alla chiamata di Dio. A differenza delle vestali, la verginità cristiana è spesso permanente e orientata all'intera vita. |
- Significato simbolico e teologico
| Vestali | Verginità cristiana |
|---|---|
| La verginità rappresentava una condizione di separazione rituale: esse non erano né mogli né madri, ma figure liminali, collocate tra il mondo umano e quello divino. Il loro corpo era considerato sacro perché funzionale alla protezione del culto e dello Stato. | La verginità assume un significato teologico ed escatologico. Le vergini sono definite sponsae Christi (spose di Cristo): la loro castità simboleggia la dedizione totale a Dio e l'anticipazione della condizione celeste. Il modello di riferimento non è più la città, ma Maria, vergine e madre e Cristo stesso. La verginità diventa così una forma di imitatio Christi (Imitazione di Cristo). |
- Status sociale e potere
| Vestali | Verginità cristiana |
|---|---|
| Godevano di privilegi eccezionali: autonomia giuridica, diritto di possedere beni, posti d'onore nei giochi pubblici e potere di grazia in alcuni casi. Erano figure di grande prestigio, visibili nello spazio urbano e simbolicamente potenti, pur restando sotto il controllo dell'autorità religiosa maschile. | Pur godendo di alto prestigio morale, non possedevano un potere giuridico o politico comparabile. Il loro status derivava dalla santità e dall'ascesi, non da un ruolo pubblico. Con il passaggio al monachesimo, la verginità femminile verrà progressivamente ritirata dalla sfera pubblica e confinata nello spazio claustrale. |
- Trasgressione e punizione
| Vestali | Verginità cristiana |
|---|---|
| La violazione del voto di castità da parte di una Vestale (incestum) era considerata una minaccia cosmica e politica e punita con la sepoltura viva, pena rituale che evitava lo spargimento di sangue sacro. La punizione aveva valore espiatorio per l'intera comunità. | La trasgressione del voto di verginità è un peccato morale, non un crimine contro lo Stato. Le conseguenze sono di natura ecclesiastica e penitenziale, non rituale né politica. Ciò riflette la diversa concezione del corpo e della colpa. |
Il confronto tra vestali e verginità cristiana mette in luce un radicale mutamento di paradigma: dalla verginità intesa come strumento di ordine civico e stabilità politica alla verginità come scelta ascetica e spirituale. Se le vestali incarnano la sacralità dello stato romano, le vergini cristiane testimoniano una nuova visione religiosa, centrata sull'individuo, sulla trascendenza e sulla salvezza personale. In questo passaggio si riflette, più in generale, la profonda trasformazione culturale che accompagna il declino del mondo antico e l'affermazione del cristianesimo.
La verginità consacrata nella definizione dei Padri della Chiesa

I Padri della Chiesa hanno definito la vergine consacrata come sposa di Cristo: questo antico titolo, riportato nel De sancta virginitate, è attribuito a Sant'Atanasio[9]. Nella sua "Apologia ad Constantium", egli afferma che « la Chiesa cattolica usa chiamare vergini le spose di Cristo [...] la verginità è un dono santo e celeste e coloro che la professano sono considerate come spose del Cristo»[10] I Padri della Chiesa concordano unanimemente nel sottolineare che, nella verginità consacrata, emerge in controluce l'immagine di Dio incorruttibile e il volto di Cristo, Verbo incarnato, rendendo così questa scelta di vita un autentico riflesso della santità divina.
Sant'Atanasio
| « | Il Figlio di Dio, nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, fatto uomo per noi, ha abolito la morte e liberato l'umanità dalla schiavitù della corruzione. Oltre a tutte queste grazie, ci ha concesso di possedere sulla terra un'immagine della santità stessa degli angeli, la verginità. Coloro che professano questa virtù, la Chiesa cattolica è solita chiamare le spose di Cristo. I pagani che le vedono le ammirano come templi della Parola; perché in verità questa venerabile e celeste istituzione non si trova da nessuna parte se non tra noi cristiani[11]. » | |
(Sant'Atanasio di Alessandria)
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Questa citazione di sant'Atanasio è uno dei testi più significativi per comprendere come la verginità cristiana sia radicata nel mistero dell'Incarnazione e della Redenzione, non in un ideale ascetico isolato. Il punto di partenza è l'Incarnazione redentrice. Sant'Atanasio inizia dal centro della fede: « Il Figlio di Dio, fatto uomo per noi, ha abolito la morte e liberato l'umanità dalla schiavitù della corruzione». Qui ritorna la sua idea fondamentale: l'uomo era destinato all'incorruttibilità, ma il peccato lo ha consegnato alla dissoluzione; Cristo assume la carne per risanare dall'interno la natura umana. Tutto ciò che segue, compresa la verginità, è conseguenza di questa vittoria sulla corruzione, non una conquista autonoma dell'uomo. La verginità è così frutto della redenzione. Quando Atanasio afferma che Cristo ci ha donato "un'immagine della santità stessa degli angeli", egli non oppone spirito e corpo. Al contrario, mostra che anche il corpo, redento da Cristo, può partecipare già ora a una vita nuova.
La verginità è segno che: la morte non ha più l'ultima parola; la carne non è destinata solo alla corruzione; l'umanità può vivere secondo la logica del mondo futuro. Di conseguenza, la verginità consacrata è un'anticipazione escatologica, non una fuga dalla storia. Atanasio chiama le vergini "spose di Cristo": significa che la verginità non è semplice rinuncia, ma relazione. Cristo, lo Sposo, non è un simbolo: è il Verbo incarnato e risorto. La vergine consacrata testimonia che l'unione con Cristo può diventare forma concreta di vita, totale e personale. Utilizza così un linguaggio sponsale e cristologico. E qui Atanasio unisce cristologia e antropologia: l'uomo è fatto per la comunione con Dio e la verginità ne è un segno luminoso.
Le vergini, poi, sono ammirate come templi della [Bibbia|Parola]]. Emerge una dimensione "incarnazionale". Il riferimento è chiaro: come il Verbo ha preso dimora nel grembo di Maria, così ora abita spiritualmente in coloro che si consacrano totalmente a lui. Per questo suscitano stupore anche nei pagani: non per austerità morale, ma perché rendono visibile qualcosa che supera le possibilità naturali. L'affermazione finale, che questa "istituzione celeste" non si trova altrove, va letta nel contesto del IV secolo. Sant'Atanasio vede nella verginità cristiana una novità storica radicale, resa possibile solo dall'evento unico dell'Incarnazione. Non è una pratica filosofica, né un'ascetica elitista, ma un frutto concreto della venuta di Dio nella carne. La verginità consacrata propone una visione pasquale e positiva: la verginità non nega la vita, ma proclama che la vita nuova in Cristo è già iniziata.
Sant'Ambrogio

« La verginità perpetua è un bene sublime, essenzialmente cristiano e si distingue da quella pagana perché ha un carattere temporaneo»[12] scrive sant'Ambrogio nella sua opera De Virginibus. Egli puntualizza la differenza tra la le vergini di Vesta e la verginità consacrata:
| « | Chi mi ha donato le vergini di Vesta e i sacerdoti di Pallade? Che castità è questa, non di costumi, ma di anni: che non è prescritta dall'eternità, ma dall'età! Tale integrità è più petulante, la cui corruzione è riservata all'età avanzata. Essi stessi insegnano alle loro vergini che non devono perseverare, né possono, se hanno posto fine alla verginità. Ma che religione è questa, in cui alle giovani viene comandato di essere caste e alle vecchie di essere sfacciate? [...] Ma quale sacro vincolo è quello per cui le vergini sono costrette a essere caste e le vecchie a essere impudiche? » | |
(Ambrogio, De virginibus, I,4, 15: PL 16,193)
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In questa citazione sant'Ambrogio polemizza con forza contro la verginità pagana, in particolare quella delle vestali e delle sacerdotesse dei culti classici, per mettere in luce, per contrasto, la novità e la radicalità della verginità cristiana.
Il cuore della critica è chiaro fin dall'inizio: Sant'Ambrogio contesta una castità che non nasce da una scelta morale o spirituale, ma da una imposizione temporale. Quando scrive che è una castità "non di costumi, ma di anni", intende dire che essa dipende dall'età biologica e da una regola esterna, non da una conversione interiore. È una verginità "a tempo determinato", destinata a finire e quindi priva di vero valore etico. Per Sant'Ambrogio, questo è il punto decisivo: ciò che è destinato a finire non può essere davvero santo. Una verginità che prevede la propria cessazione, e addirittura la giustifica, non è integrità, ma semplice rinvio. Per questo la definisce provocatoriamente "più petulante": non perché sia esteriormente licenziosa, ma perché contiene già in sé la promessa della trasgressione.
La critica diventa ancora più dura quando Ambrogio mette in luce l'incoerenza morale di quella religione: alle giovani si impone la castità, alle anziane si concede (o si impone) l'impudicizia. Qui emerge il suo argomento più forte: una religione che cambia il valore morale delle azioni in base all'età è intrinsecamente ingiusta. La virtù, per Sant'Ambrogio, non può essere stagionale né reversibile; o è tale sempre, o non lo è affatto.
In filigrana, il testo rivela una concezione profondamente cristiana della verginità: essa non è una funzione sociale né un servizio rituale, ma una scelta libera, personale e definitiva, radicata nell'eternità e non nel tempo. La verginità cristiana non è custodita dalla paura della pena o dalla scadenza di una legge, ma dall'amore e dalla fedeltà. Così il tono aspro e ironico non è solo polemico: è anche apologetico. Sant'Ambrogio scrive per difendere e valorizzare la verginità cristiana davanti a un mondo che conosceva già forme di continenza rituale, ma non la verginità come vocazione. In questo senso, la citazione non è un attacco fine a sé stesso, ma una dichiarazione forte: la vera purezza non è quella che il tempo concede e poi ritira, ma quella che l'anima sceglie e custodisce.
Sant'Ambrogio, nel suo scritto, sottolinea altresì la somiglianza tra la cerimonia della consacrazione delle vergini e quella della benedizione nuziale[13]:
| « | Ti prego di custodire questa tua serva, che ha osato servirti, di consacrarti la sua anima e di affidarti la cura della sua integrità. Te la offro come dono sacerdotale. La raccomando con paterno affetto, affinché tu, benevolo custode, le conceda la grazia di svegliare lo Sposo che abita nel talamo celeste, di meritare di vederlo, di essere introdotto nel talamo di Dio suo re e di meritare di sentirlo dire: "Vieni dal Libano, o Sposa, vieni dal Libano; sarai attraversata e trapassata dal principio della fede" (Ct 4,8 )[14], affinché passi la vita terrena e giunga all'eternità [...] Esci dunque, o Signore Gesù, nel giorno delle tue nozze, accogli colei che da lungo tempo ti è stata devota nello spirito, ora anche nella professione. » | |
(Ambrogio, De institutione virginis, 17, 107.114: PL 16, 331.334)
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Indica anche delle modalità spirituali per conservare integra e perfetta la castità. Innanzitutto, la devozione alla Vergine Madre di Dio, perché Ella è « maestra della verginità e madre onnipotente delle anime consacrate al servizio di Dio»[15]. A Maria, maestra della verginità, non poteva infatti accadere che « colei che aveva generato Dio, pensasse di generare un uomo»[16]. La sua grazia fu tale che non solo conservò in sé la grazia della verginità, ma trasmise anche il segno dell'integrità a coloro che visitava[17]. In secondo luogo, la preghiera: « La fedeltà delle vergini al loro Sposo divino dipende dalla preghiera.»[18]
| « | Se il profeta dice: Sette volte al giorno ti ho lodato (Sal 119 ), lui che era occupato dalle necessità del regno; che cosa dobbiamo fare noi, scrive Sant'Ambrogio, che leggiamo: Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione (Mt 26,41 )? Certamente preghiere solenni con ringraziamento devono essere fatte quando ci svegliamo, quando usciamo, quando ci prepariamo a prendere il cibo, dopo mangiato e al tramonto, infine quando andiamo a letto. Ma voglio che anche a letto recitiate ripetutamente i Salmi intrecciati con la preghiera del Signore, sia mentre siete svegli, sia prima che il sonno rilassi il corpo, affinché il sonno vi trovi, all'inizio del vostro riposo, liberi da preoccupazioni mondane, mentre mediti sulle cose di Dio. «E in effetti colui che per primo inventò il termine "filosofia" [Pitagora], ogni giorno, prima di andare a letto, ordinava al suonatore di flauto di suonare una musica dolce, per addolcire un cuore oppresso dalle preoccupazioni mondane. Ma lui, come chi lava un mattone [cioè che svolge un compito vano], desiderava invano liberarsi dalle cose mondane con mezzi mondani; perché cercando rimedio nel piacere, si impantanava sempre di più nel fango. Noi, invece, dopo aver lavato via ogni sozzura del vizio terreno, purifichiamo la nostra mente interiore da ogni macchia della carne. Dobbiamo, in particolare, ogni giorno prima dell'alba, recitare la professione di fede come se fosse il sigillo del nostro cuore, alla quale dobbiamo anche ricorrere con coraggio quando qualcosa ci spaventa. Quando mai un soldato si è trovato nell'accampamento, combattente in battaglia, senza aver prestato il giuramento militare? » | |
(Sant'Ambrogio, De virginibus, III, 4, 18-20: PL 16, 225)
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In questa lunga citazione sant'Ambrogio offre una vera e propria pedagogia della preghiera quotidiana, intrecciando Scrittura, esperienza umana e sapienza classica. Il punto di partenza è biblico: Sant'Ambrogio accosta il Salmo « Sette volte al giorno ti ho lodato» alla parola di Gesù «Vegliate e pregate»». Il confronto è eloquente: se Davide, gravato dal peso del regno, trovava il tempo per lodare Dio più volte al giorno, quanto più il cristiano deve fare della preghiera una trama continua della vita. La preghiera non è un'aggiunta, ma una disciplina dell'esistenza.
Segue poi un aspetto molto concreto: Sant'Ambrogio scandisce la giornata con momenti di preghiera, risveglio, uscita di casa, pasti, tramonto, notte. Qui emerge una visione profondamente cristiana del tempo: ogni passaggio della vita quotidiana diventa luogo di relazione con Dio. Non c'è opposizione tra vita pratica e vita spirituale; è la preghiera che unifica ciò che altrimenti resterebbe frammentato.
Particolarmente intenso è il riferimento alla preghiera notturna. Sant'Ambrogio non chiede solo di pregare prima di dormire, ma di lasciare che il sonno stesso sia "trovato" nella meditazione di Dio. Il cuore, liberato dalle preoccupazioni mondane, entra nel riposo come in una forma di fiducia: il sonno diventa così atto spirituale, non semplice abbandono. Molto fine è poi il confronto con Pitagora. Sant'Ambrogio non disprezza la filosofia pagana, ma ne mostra il limite: cercare la pace interiore con mezzi puramente mondani (la musica, il piacere) è come "lavare un mattone", un lavoro inutile. La vera purificazione non è estetica o psicologica, ma morale e spirituale: passa attraverso la conversione e la preghiera. Il vertice del testo è l'invito a recitare ogni giorno il Credo all'alba, come "sigillo del cuore". Qui la fede non è solo dottrina, ma atto di identità e di coraggio. Il paragone con il giuramento militare è potente: come il soldato non combatte senza aver giurato fedeltà, così il cristiano non può affrontare la giornata e le sue paure, senza essersi radicato nella fede professata. Sant'Ambrogio propone così una spiritualità sobria, esigente e profondamente incarnata: la preghiera struttura il tempo, purifica la mente, rafforza la fede e prepara alla lotta quotidiana. Non è fuga dal mondo, ma il modo cristiano di abitarlo, vigilando e pregando perché tutta la vita diventi, poco a poco, lode a Dio.

San Cipriano di Cartagine
San Cipriano nell'opera "De habitu virginum" descrive ed elogia il modo di comportarsi di una vergine consacrata:
| « | Ora il nostro discorso si rivolge a voi, vergini, delle quali quanto è più sublime la gloria, tanto maggiore deve essere la cura; fiore della stirpe della Chiesa, decoro e ornamento della grazia spirituale, stirpe eletta e lieta, opera integra e incorrotta di lode e di amore, immagine di Dio che rappresenta la santità del Signore, la più illustre porzione del gregge di Cristo. Attraverso le vergini gode e nelle vergini abbondantemente fiorisce la gloriosa fecondità della Madre Chiesa » | |
[19].
Questa citazione è uno dei testi più intensi della patristica sulla verginità cristiana e va letta non come un elogio astratto, ma come una visione ecclesiale molto precisa. Anzitutto colpisce il tono solenne: Cipriano si rivolge direttamente alle vergini perché, dice, quanto più alta è la loro gloria, tanto maggiore dev'essere la loro responsabilità. La verginità non è presentata come privilegio individuale, ma come vocazione che richiede custodia, vigilanza e coerenza. La dignità non elimina il rischio, anzi lo aumenta.
Le immagini che usa sono tutte relazionali e simboliche:
- fiore della stirpe della Chiesa,
- ornamento della grazia spirituale,
- porzione più illustre del gregge di Cristo.
Questo mostra che la verginità non è un'esperienza isolata o privata, ma una realtà che riguarda tutta la Chiesa. Le vergini sono segno visibile di ciò che la Chiesa è chiamata a essere: santa, indivisa, orientata totalmente a Dio.
Molto significativa è anche l'espressione "immagine di Dio che rappresenta la santità del Signore". Cipriano lega la verginità alla somiglianza con Dio, non in senso fisico o moralistico, ma come dedizione totale e integrità del cuore. La verginità diventa così una forma concreta di testimonianza: rende visibile, nel tempo, qualcosa dell'eterno. Infine, il paradosso centrale del testo: la fecondità. Pur rinunciando alla maternità fisica, le vergini sono presentate come il luogo in cui "abbondantemente fiorisce" la fecondità della Madre Chiesa. È una fecondità spirituale: generano vita non secondo la carne, ma secondo la fede, mostrando che la Chiesa vive non solo di ciò che nasce, ma di ciò che è donato. San Cipriano non idealizza quindi la verginità come fuga dal mondo, ma la propone come segno profetico: una vita che, proprio perché integra e offerta, rende visibile la santità, la bellezza e la fecondità della Chiesa stessa.
San Cipriano nell'opera De habitu virginum parla della verginità in chiave escatologica, battesimale ed ecclesiale, non moralistica. Il punto di partenza è l'escatologia. Egli afferma che la vergine consacrata anticipa nel tempo ciò che tutti i salvati vivranno nella risurrezione. Non si tratta di superiorità personale, ma di anticipazione simbolica: la verginità rende visibile, già nella storia, la condizione finale dell'umanità redenta. La vergine vive "in anticipo" la promessa comune, diventando segno per tutta la Chiesa.
Questa espressione non va intesa come possesso pieno della gloria, ma come partecipazione reale, seppur iniziale. San Cipriano non separa la verginità dal corpo: al contrario, essa testimonia che il corpo stesso è destinato alla risurrezione, non alla corruzione. La verginità diventa così un segno pasquale, annunciando che la vita nuova ha già iniziato a trasformare l'esistenza presente. Scrive ancora: « Attraversi il mondo senza esserne contagiato». Qui Cipriano usa un linguaggio tipico dei Padri della Chiesa: il "mondo" non è la creazione, ma la logica del peccato e della concupiscenza. La vergine non fugge dal mondo, ma lo attraversa senza lasciarsi assimilare. È una presenza critica e profetica, che ricorda come il mondo non sia l'orizzonte ultimo dell'uomo. Il riferimento evangelico (Mt 22,30 ) a essere "uguali agli angeli" non implica diventare esseri disincarnati, ma vivere già secondo la modalità del Regno, dove Dio è "tutto in tutti". La verginità indica che l'amore per Dio può diventare principio totale di vita, senza mediazioni definitive. Anche se San Cipriano si rivolge alle vergini, il messaggio è ecclesiale. La verginità non è un ideale privato, ma un segno per tutta la Chiesa: ricorda alla comunità la sua destinazione finale e la sua identità di sposa che attende lo Sposo.
Sant'Agostino

Sant'Agostino si colloca sulla stessa corrente di pensiero; tuttavia, essendo teologo e attento all'equilibrio della Dottrina cattolica, il suo linguaggio risulta più pacato e guardingo. Egli si preoccupa non solo di esaltare la verginità, ma anche di non sminuire il valore del matrimonio. Anche per Sant'Agostino la verginità è anticipazione della vita celeste: è una porzione della sorte degli angeli, l'incorruttibilità perpetua nella carne corruttibile, il trasferire sulla terra i costumi del cielo e, con essi, la vita stessa degli angeli.
L'entusiasmo di Agostino per la verginità emerge in modo particolare nella lettera 150, indirizzata a Proba e a Giuliana, rispettivamente nonna e madre di Demetriade, giovane nobile romana consacrata vergine[20] Agostino fonda la grandezza della verginità su due ragioni principali: la libertà della scelta e la vicinanza all'ideale del martirio, considerato il più alto ideale della vita cristiana. La scelta dello stato verginale da parte di un'anima cristiana è assolutamente libera, poiché deriva dalla libertà propria di ogni atto umano e, inoltre, essendo effettuata senza alcun obbligo morale né minaccia, costituisce una scelta d'amore.
Per Sant'Agostino poi è fondamentale la distinzione tra il precetto e il consiglio. La consacrazione verginale è un consiglio che resta sempre tale: anche se si respinge, non si commette un male, non si va incontro a una pena, perché non si è violato un obbligo. I precetti invece sono precetti. Possiamo anche trasgredirli, perché abbiamo la libertà di farlo, ma trasgredendo il precetto andiamo incontro alla pena. È l'amore che crea le vergini, dice Sant'Agostino[21]. Certamente non corrisponde testualmente a una citazione precisa e letterale degli scritti originali di Sant'Agostino. L'idea sottostante, tuttavia, ossia che la condizione di verginità consacrata è un dono o una realtà spirituale derivante dall'amore di Dio, si trova nella sua riflessione sulla verginità e sulla castità come doni di Dio nelle opere agostiniane.
Sant'Agostino parla infatti della verginità consacrata come qualcosa che non deriva naturalmente dalla generazione umana, ma come un dono di Dio, che è amore. In De sancta virginitate, spiega che anche se una persona nasce come essere umano, solo attraverso il dono e la grazia divina, cioè l'amore di Dio, si diventa « vergini dedicate a Dio». Qui afferma, tra l'altro, che:
| « | ...di ogni unione carnale può nascere una donna che statisticamente è vergine, ma nessuna donna diventa sacra vergine se non per una speciale consacrazione a Dio. » | |
[22] Questa affermazione è probabilmente ciò a cui si riferisce parafrasando: « È l'amore che crea le vergini», intendendo che l'amore divino (la grazia) è ciò che rende sacra la verginità, non la natura o il mero fatto biologico.
In Sant'Agostino, inoltre, analizzando il testo De sancta virginitate è possibile cogliere il valore psicologico, mistico e ascetico della verginità consacrata:
a) Valore psicologico della verginità consacrata
Spiegare il valore psicologico della verginità consacrata significa illustrare quella "indivisione" del cuore che caratterizza la consacrazione. Consacrarsi a Dio con cuore indiviso rappresenta l'elemento fondamentale e prioritario della dedizione totale a Dio. Nella Lumen Gentium si legge: « tra questi doni eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni, perché più facilmente, con cuore indiviso, si consacrino a Dio nella verginità o nel celibato.» «La verginità o il celibato per il regno dei cieli, raccomandato dal Signore, è segno e stimolo della carità e sorgente speciale di fecondità spirituale nel mondo. È l'amore che crea le vergini, dice sant'Agostino»[23]
Questa espressione, "consacrarsi a Dio con cuore indiviso", deriva da San Paolo:
| « | Io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi invece è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie e si trova diviso. Così la donna non sposata e la vergine si preoccupano delle cose del Signore, per essere sante nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per ciò che è degno e vi unisce al Signore senza distrazioni. » | |
L'insistenza di questo brano è chiara: l'uomo sposato pensa a come piacere alla moglie ed è diviso; l'uomo consacrato pensa a come piacere a Dio e, perciò, non è diviso. Cardine di questo primo pensiero è il concetto implicito nella parola "diviso": la consacrata non è divisa e può, con tutte le potenze del suo animo, dedicarsi interamente a Dio.
Sant'Agostino, nel commentare questa citazione, non si sofferma sul termine "diviso" e, di conseguenza, sul concetto del "cuore indiviso". Spiega però che la verginità o la consacrazione comportano naturalmente un cuore indiviso, mentre la vita familiare comporta una divisione psicologica del cuore. Ma perché? L'amore della famiglia è riconducibile a Dio: se la sposa deve riportare a Dio l'amore del marito e dei figli, in che senso questo costituisce una divisione da Dio? Qual è il vantaggio della consacrata? Perché la continenza perfetta rappresenta un cuore indiviso, mentre lo stato coniugale non lo realizza pienamente? Perché cuore indiviso significa totalità dell'amore per Cristo[24].
b) Valore mistico e ascetico della verginità consacrata
Sempre nel testo appena citato di Sant'Agostino è possibile riflettere sull'aspetto mistico e ascetico della verginità consacrata[25]. Dai suoi scritti si deduce che la verginità consacrata perde tutta la sua fragranza e in gran parte il suo valore se non è accompagnata da una intensa vita spirituale e non è orientata verso una profonda esperienza mistica. Per sant'Agostino, la verginità consacrata, avendo per scopo una visione intima ed esclusiva di Dio, se non è sorretta da una viva pratica spirituale e da un'autentica unione con Dio, perde in parte il suo valore e la sua fragranza. Conseguentemente, la verginità consacrata non ammette la mediocrità, poiché è, per sua stessa natura, un atto generoso e totale di amore, destinato a condurre l'anima alle più alte vette della vita spirituale. La verginità consacrata presenta così, per Sant'Agostino, tre vantaggi spirituali: a) un pensiero più pieno delle cose di Dio; b) una più viva vigilanza nel servizio di Dio; c) una più grande attenzione nel piacere a Dio.
Da questi tre vantaggi derivano tre doveri:
1. quello di lodare Dio con più dolcezza; 2. quello di sperare in Dio con più gioia; 3. quello di amare Dio con più ardore.
Il principio che lega vantaggi e doveri è che le persone consacrate pongano la loro gioia in Dio. Sant'Agostino propone una serie di accorgimenti che chiama "delizie spirituali", ossia: la lezione, la preghiera, il canto dei Salmi, i buoni pensieri, la frequenza delle opere buone, la speranza nel secolo futuro, il cuore elevato verso l'alto e il sentimento di gratitudine al Padre dei lumi, da cui discende ogni cosa ottima. Queste delizie spirituali si concretizzano, nella vita quotidiana, attraverso:
a) La lezione: è la lettura spirituale. L'anima consacrata a Dio deve ascoltare la parola divina e pascersi di essa. b) La preghiera: è la risposta dell'anima alla Parola di Dio. Se nella lettura è Dio che parla e c'interpella, nella preghiera siamo noi a risponderGli. c) Canto dei salmi: è la preghiera che si trasforma in canto; il canto esprime i sentimenti più intensi e può diventare giubilo, un'esultanza visibile dell'anima. Il canto dei salmi è espressione di un profondo sentimento che domina l'interiorità. d) Buoni pensieri o meditazione: consiste nell'abitudine a pensieri solenni e santi, capaci di donare all'anima tranquillità e serenità. e) La frequenza delle opere buone: le opere buone rafforzano la carità e rendono concreta la vita spirituale. f) La speranza della vita futura: questa speranza costituisce un atteggiamento essenziale della verginità consacrata, perché essa è orientata verso la vita eterna. g) II cuore in alto: questa espressione invita a sollevarsi dalle miserie della vita quotidiana attraverso la fiducia, l'abbandono e l'attesa della venuta del Signore. In tale invito, l'anima consacrata trova la forza di mirare alla gioia che è gaudio spirituale. h) La gratitudine: l'anima deve rivolgersi a Dio con animo grato, riconoscendo che tutto nella vita è dono divino. La vita stessa è un suo dono, così come la vita soprannaturale; immensi doni sono la fede, la speranza, la carità e la possibilità di consacrarsi al servizio di Dio e delle anime, attraverso la vocazione religiosa.
Con questi mezzi chi è consacrato a Dio può raggiungere la meta, che è l'essenza stessa della vita consacrata, quella cioè di porre solo in Cristo ogni motivo di gioia.
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