Consacrazione delle vergini nell'Antico Testamento

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Gerbrand van den Eeckhout, Anna presenta il figlio Samuele al sommo sacerdote Eli, 1665 ca., olio su tavola, Dipartimento di Pittura del Louvre Stanza 844.

La verginità consacrata nel contesto dell'Antico Testamento non era ancora delineata. La consacrazione veniva prima della verginità poiché non esisteva un ordine formale come lo conosciamo oggi nell'Ordo Virginum moderno. La categoria fondamentala non era la verginità, ma la consacrazione ossia la "separazione per Dio" (dall'ebaico qādôš tagliare, separare).


Fin dai primi libri della Bibbia la consacrazione a Dio si esprime in diverse forme:

  1. attraverso voti personali;
  2. offerte di figli al servizio divino;
  3. astinenze e separazioni dal mondo.

La verginità sia fisica, sia simbolica è un segno concreto di apertura alla volontà divina. La consacrazione delle vergini si manifesta così in diversi modi:

  • dedizione dei figli al servizio di Dio, come Anna che consacra Samuele (1Sam 1 ): un gesto di fiducia nella provvidenza divina e di gratitudine per la vita ricevuta;
  • voti individuali di astinenza e separazione, come il nazireato (Nm 6,1-21 ): poteva essere assunto anche dalle donne, prevedendo astinenza dal vino, distacco dai morti e simboli esteriori come i capelli non tagliati;
  • norme di purezza rituale (Lev 21 ): richiedevano alle donne legate al culto di rimanere vergini o mantenere uno stato di purezza, garantendone così la santità.

La verginità non è solo una condizione fisica, ma un segno spirituale di santità. Le donne consacrate o vergini dedicate a Dio erano viste come separate dal mondo profano e dalle pratiche ordinarie della vita quotidiana. Questa separazione non aveva lo scopo di escludere la persona dalla società, ma di indicare la sua piena disponibilità al servizio divino e la capacità di incarnare valori di purezza, fedeltà e sacrificio. Così la verginità consacrata assume un duplice significato:

  1. spirituale: indica una dedizione totale a Dio, una vita orientata alla santità e al servizio del Signore;
  2. Comunitario: la purezza e la consacrazione personale hanno ripercussioni sulla vita del popolo, poiché la santità individuale contribuisce alla santità collettiva di Israele. Per cui la verginità è un dato cosiale e familiare, non un valore ascetico in sé.

In questo senso, la verginità consacrata non è un semplice stato privato, ma un segno visibile della presenza di Dio nella comunità, un modello di fedeltà e di disciplina spirituale. Pur non essendo sempre narrativamente valorizzata, come nel caso di figure femminili minori del Levitico, la consacrazione femminile emerge come un elemento simbolico e pratico della vita religiosa israelita, preludio a forme più sviluppate di vita consacrata nella tradizione cristiana. E nell'Antico Testamento ci sono delle figure-limite che preparano il terreno come la figlia di Iefte, Miriam e Debora, il nazireato[1].

La consacrazione e il voto

Gustave Doré, Debora loda Giaele (Gdc 5,1-31 ), 1866 ca. Bibbia illustrata.

La consacrazione delle vergini è spesso associata a un voto, come quello descritto nel caso del voto di Nàzireo (Nm 6,1-21 ) che, sebbene non riguardi esclusivamente le donne, mostra come la separazione dal mondo per dedicarsi a Dio fosse una pratica nota nell'Antico Testamento. Le donne consacrate erano destinate a rimanere pure, evitando rapporti sessuali e spesso dedicandosi al servizio del Tempio o alla preghiera. Il termine "Nàzireo" deriva dall'ebraico nazir, che significa "separato" o "consacrato". Chi sceglieva questo voto si impegnava a vivere per un periodo specifico in totale dedizione a Dio, assumendo alcune regole particolari di astinenza e purezza. Il voto prevedeva tre norme fondamentali:

  1. Astensione dal vino e da ogni prodotto della vite: chi era Nàzireo non poteva bere vino, aceto, liquori derivati dall'uva o persino mangiare uva fresca o secca. Questo simbolizzava la separazione dai piaceri materiali e dalla vita ordinaria.
  2. Astensione dal taglio dei capelli: durante il periodo del voto, i capelli crescevano senza essere tagliati. Alla fine del voto, il taglio dei capelli era accompagnato da un rito di offerta al Tempio, che rappresentava la dedizione totale a Dio.

3. Astensione dal contatto con i morti: anche se un parente moriva, il Nàzireo doveva mantenere la purezza e non contaminarsi con la morte. Questo richiamava il tema della separazione dal peccato e dall'impurità.

Significato spirituale del voto

Il voto di Nàzireo assumeva così un profondo valore simbolico:

  • separazione dal mondo: chi prendeva il voto viveva come "separato" dal normale ciclo della vita, dedicando tempo e attenzione a Dio;
  • purificazione: le regole di astinenza e di distacco dal contatto con i morti simboleggiavano la purezza interiore e la santificazione;
  • segno visibile di consacrazione: i capelli lunghi e l'astensione da certi cibi erano segni esteriori della scelta spirituale, simili a un "marchio" di dedizione a Dio.

Alcuni esempi biblici

Sono due gli esempi noti di Nàzirei:

  • Samuele (1Sam 1,11.24-28 ), dedicato al Signore fin dalla nascita, seguì alcune regole che ricordano il voto di Nàzireo;
  • Sansone (Gdc 13-16 ), il suo voto di Nàzireo era segno della sua forza spirituale e della sua missione divina, ma le trasgressioni (come il rapporto con Dalila) mostrano come il voto fosse anche una prova di fedeltà a Dio.

Il voto di Nazireo non era così solo un insieme di regole esterne, ma una vera e propria esperienza spirituale: chi lo emetteva, imparava a dominare i desideri, a separarsi da ciò che è mondano e a dedicarsi completamente a Dio. È significativo che la Scrittura presenti il voto come volontario: la consacrazione autentica nasce da una scelta libera e consapevole, non da imposizioni esterne. Il voto di Nàzireo, inoltre, può essere visto come un modello di santità e impegno religioso, che anticipa la vocazione alla vita consacrata nelle tradizioni cristiane e monastiche.

Peter Candid, La figlia di Iefte, 1600-1615, olio su tela, Collezioni di pittura dello Stato bavarese.

Un ulteriore esempio di dedizione a Dio è quello di Anna, madre del profeta Samuele (1Sam 1,11.24-28 ), che consacrò il figlio a Dio dopo averlo dedicato nel Tempio. Anna è una donna sterile che prega con grande intensità e dolore, chiedendo a Dio un figlio. Dopo la nascita di Samuele, mantiene la promessa fatta durante la preghiera: dedicare il bambino al servizio di Dio per tutta la vita. Questo gesto di consacrazione avviene nel Santuario di Silo[2], sotto la custodia del sacerdote Eli[3]. Il testo dice che Anna porta il bambino al Tempio e lo affida completamente al Signore, sacrificando per lui anche la vita familiare.

Il gesto di Anna è un atto di fede e gratitudine: la consacrazione di Samuele è una risposta concreta alla grazia ricevuta. Anna riconosce che il dono della vita viene da Dio e restituisce il figlio a Lui, come segno di fiducia e gratitudine. È un modello di dedizione totale:

così come il voto di Nàzireo, la consacrazione di Samuele rappresenta la separazione dal mondo per vivere in totale servizio a Dio. Non si tratta solo di un atto rituale, ma di un impegno spirituale duraturo. È, inoltre, un atto di sacrificio e di amore: Anna rinuncia alla gioia di crescere il figlio nella sua casa per affidarlo a Dio e al servizio del Tempio. Il gesto evidenzia come la vera consacrazione richieda sacrificio personale e apertura alla volontà divina. Questo gesto, infine, è anticipazione della missione profetica: la vita consacrata di Samuele segna l'inizio della sua vocazione profetica, dimostrando che la consacrazione non è fine a sé stessa, ma prepara la persona a compiere una missione più grande nella storia della salvezza.

Il brano di Anna mostra, quindi, che la consacrazione non riguarda solo i voti formali o le regole esteriori (come nel caso dei Nàzirei), ma l'interiorità e la libertà della persona. Anna sceglie liberamente di offrire ciò che ha di più prezioso a Dio, rendendo la sua azione un modello di fiducia, generosità e santità. Inoltre, questo episodio sottolinea il ruolo delle donne nella vita spirituale di Israele: pur in una società incline ad estromettere le donne, Anna diventa protagonista di una consacrazione che ha ripercussioni storiche e spirituali, poiché il figlio dedicato diventerà un profeta guida per tutto il popolo. Altre figure femminili dell'Antico Testamento, pur non sempre nominate direttamente come "vergini consacrate", erano dedicate a Dio tramite la vita di servizio e di castità, un impegno visibile anche nelle regole del Tempio e nei codici sacerdotali (Cf Lev 21 ).

Le donne e la consacrazione nelle norme del Levitico

Vedi il passo biblico Lev 27

Nel Libro del Levitico, la Sacra Scrittura non presenta molte figure femminili consacrate esplicitamente a Dio nello stesso modo in cui, ad esempio, Anna dedica Samuele. Ci sono, tuttavIa, alcuni riferimenti e norme che coinvolgono donne in relazione alla santità, alla consacrazione o alla purezza sacerdotale, che permettono un'analisi più ampia. Nel capitolo conclusivo del Levitico si disciplina il voto d'interdetto (Voto di consacrazione) che può riguardare anche persone di entrambi i sessi. Quando un israelita consacrava una persona al Signore attraverso un voto, veniva stabilito un valore economico che rifletteva età e sesso13, una misura legale, non una consacrazione sacrificale di per sé. Questa norma mostra che anche le donne potevano essere oggetto di un voto di consacrazione e che la società religiosa riconosceva la possibilità di "dedicare" una persona a Dio, pur con modalità legate al contesto cultuale dell'Antico Testamento. Questa legge non descrive però una figura femminile autonoma consacrata a Dio, ma piuttosto la possibilità che un voto riguardasse anche una donna. Altre norme espresse nel Levitico coinvolgono le donne in rapporto ai sacerdoti (Lev 21 ). Questi non dovevano prendere in moglie donne prostituite o divorziate, ma donne "ancora vergini" o comunque non profanate, perché il sacerdozio richiedeva uno stato di santità. Nella lista delle persone per cui i sacerdoti potrebbero rendersi impuri, figura la "sorella vergine" non sposata che vive con lui (perché stretta parente), distinguendo lo stato di purezza rispetto ad altre relazioni familiari. Le norme non parlano di donne consacrate al culto come figure operative autonome; piuttosto, esse evidenziano la relazione delle donne con il sacerdozio, la purezza richiesta in quei contesti e l'importanza della verginità come segno di distinzione rituale.

Dal punto di vista narrativo, vi è un'unica donna nominata nel libro del Levitico: Shelomith bat Dibri (Lev 24,10–16. ). Il testo la menziona come madre di un uomo che pecca di blasfemia durante una lite nel campo d'Israele (Lev 24,10-23 ). È l'unica donna in quel passo a essere nominata esplicitamente e questo dettaglio non è casuale. Da un lato, Shelomith rappresenta una figura di confine: è israelita (della tribù di Dan), ma il padre di suo figlio è egiziano. Questa origine mista del figlio viene spesso letta come simbolo delle tensioni identitarie presenti nel popolo d'Israele appena uscito dall'Egitto. Il racconto solleva domande su appartenenza, integrazione e responsabilità individuale all'interno della comunità. Dall'altro lato, la tradizione ebraica successiva ha riflettuto molto su Shelomith, talvolta in modo critico, talvolta compassionevole, cercando di colmare i silenzi del testo biblico. Il fatto che la Bibbia la nomini per nome può essere visto come un modo per umanizzare la vicenda e ricordare che dietro una colpa grave c'è una storia familiare e personale, non solo una violazione della legge. Per cui Shelomith bat Dibri non è importante per ciò che fa direttamente, ma per ciò che la sua presenza nel testo suscita: una riflessione su identità, giustizia e sul delicato equilibrio tra legge divina e realtà umana.

La verginità consacrata nei libri storici e profetici

Alexey Vassilievich Tyranov, La madre Iochebed affida Mosè alle acque del Nilo (Miriam assiste), 1839-1842, olio su tela, Galleria Statale Tretyakov, Mosca.

Nei Libri storici e profetici[4] l'idea di verginità consacrata non è mai istituzionalizzata come lo sarà nel cristianesimo. Compaiono, tuttavia, donne consacrate a Dio, la cui autorità spirituale o dedizione totale viene talvolta letta a posteriori anche in chiave di castità.

Una figura rilevante per autorità religiosa e politica è Debora (Gdc 4–5 ), profetessa e giudice d'Israele. Il testo non dice però che fosse vergine, era una donna interamente dedicata a Dio, ma non una "vergine consacrata" in senso tecnico.

Emergono figure affini alla "consacrazione", ma non vergini dichiarate come il caso della profetessa Miriam (Es 15 ). Miriam è la prima donna nella Bibbia a ricevere esplicitamente il titolo di profetessa. Non si tratta di un oracolo, ma di interpretazione salvifica della storia. Miriam non annuncia il futuro, ma riconosce l'azione di Dio nel presente. Potremmo dire che la profezia, in questo contesto, è memoria teologica: dire chi è Dio attraverso ciò che ha fatto. Il brano la presenta come una guida liturgica, infatti conduce le donne d'Israele nel canto e nella danza. Spesso viene letta come figura di consacrazione totale anche se il testo tace sulla verginità.

Altra figura femminile in cui la verginità è centrale riguarda la figlia di Iefte (Gdc 11,29-40 ). Questi, prima della battaglia contro gli Ammoniti, pronuncia un voto condizionato: se il Signore gli concederà la vittoria, offrirà a Dio "chiunque esca per primo dalla porta di casa". Il testo mostra subito una tensione profonda: Dio concede la vittoria, ma non chiede né approva il voto. Il voto non nasce da obbedienza, ma da insicurezza: Iefte tenta di "garantirsi" Dio, come se la salvezza dovesse essere comprata. È una religiosità segnata più dalla paura che dalla fiducia. La ragazza presentata nel brano non ha nome. Eppure è il cuore del racconto. È figlia unica, esce incontro al padre con danze e tamburelli, diventa involontariamente la vittima del voto paterno. Nel testo emerge un contrasto durissimo: ciò che celebra la vittoria diventa ciò che la rende tragica. La figlia di Iefte non piange la propria vita, ma la sua verginità. Questo dettaglio è decisivo: non si parla di colpa, non si parla di punizione, si parla di futuro spezzato, di discendenza interrotta. La verginità qui non è idealizzata, ma segno di una vita non vissuta, di una promessa che non potrà compiersi. In modo sorprendente, la figlia: accetta la parola del padre, chiede tempo e parla con lucidità. È una delle poche donne nel Libro dei Giudici a prendere la parola con dignità e consapevolezza. Il racconto non la presenta come passiva: la sua voce è calma, forte, tragicamente matura. È questo il caso più vicino a una vera consacrazione verginale, ma in un contesto tragico e non normativo. Il racconto si chiude con un dettaglio potente: le figlie d'Israele ricordano ogni anno la figlia di Iefte. Non il padre, non il guerriero, ma la ragazza. La memoria femminile diventa atto di resistenza: ciò che è stato ingiusto non viene dimenticato. Nei libri storici e profetici: non esiste un ordine di vergini consacrate, la consacrazione è carismatica, non legata allo stato civile, la verginità non è condizione per l'autorità profetica.

Nei testi della Sapienza e di Qumran cresce l'ideale del cuore indiviso, si valorizza l'autocontrollo e si riflette sul rapporto tra corpo, purezza e dedizione. Alcuni gruppi (come gli esseni) praticavano il celibato, non per disprezzo del corpo, ma per attesa escatologica. Così la rinuncia sessuale comincia a essere letta come segno di un'attesa radicale di Dio. Con il Nuovo Testamento avviene il passaggio decisivo: la svolta cristologica. Gesù non istituisce mai la verginità come un precetto. Non la impone, non la prescrive, non la colloca tra le condizioni necessarie per seguirlo. Nel suo insegnamento, tuttavia, apre uno spazio nuovo e radicale quando parla di coloro che si fanno «eunuchi per il Regno dei cieli»(Mt 19,12 ): non per costrizione, ma per libera scelta, non per mancanza, ma per sovrabbondanza di senso. Questa parola non crea una norma, bensì dischiude una possibilità. Gesù riconosce che esistono vocazioni diverse e che alcune persone sono chiamate a una forma di dedizione così totale da coinvolgere anche il corpo e gli affetti. In questo orizzonte, la verginità non è rinuncia sterile, ma segno di un'appartenenza indivisa, di una vita orientata interamente al Regno. La forza di questa prospettiva è confermata dalla stessa vita di Gesù. Egli vive una dedizione piena, senza divisioni, consegnata interamente alla volontà del Padre e alla missione affidatagli. Senza mai teorizzare la verginità come valore in sé, la rende eloquente attraverso l'esistenza: una vita donata, libera, non trattenuta. Così, nella sua parola e nella sua persona, la verginità smette di essere un obbligo religioso e diventa una possibilità evangelica: una scelta libera, che nasce dall'ascolto di una chiamata e dalla disponibilità a rispondere con tutto sé stessi.

In 1Cor 7 San Paolo affronta il tema del matrimonio e della verginità con un equilibrio sorprendente e profondamente pastorale. Anzitutto, egli afferma con chiarezza che il matrimonio è un bene: non è un ripiego, né una concessione alla debolezza, ma una forma autentica di vita cristiana, nella quale si può servire Dio e vivere la fede. Accanto a questo riconoscimento, San Paolo, tuttavia, introduce una prospettiva nuova. La verginità è presentata come una particolare libertà per il Signore, una condizione che consente una dedizione più immediata e senza mediazioni. Chi non è sposato, dice l'Apostolo, può preoccuparsi delle cose del Signore in modo più diretto, senza la legittima dispersione degli affetti e delle responsabilità familiari. È qui che emerge il tema decisivo dell'indivisione del cuore. San Paolo non contrappone corpo e spirito, né svaluta l'amore coniugale; piuttosto, riconosce che esistono chiamate diverse e che per alcuni la verginità diventa il segno concreto di un cuore interamente orientato a Dio. In questo passaggio paolino nasce, in modo esplicito, l'idea della verginità scelta per Dio: non imposta, non subita, ma accolta liberamente come risposta a una vocazione. Una scelta che non nega il valore del matrimonio, ma testimonia, con la propria esistenza, la priorità assoluta del Signore.

Conclusione

L'idea di verginità consacrata non nasce improvvisamente né come costruzione astratta, ma prende forma attraverso un lungo cammino biblico e spirituale. Le sue radici affondano anzitutto nella consacrazione, così come viene compresa nell'Antico Testamento: l'essere "separati per Dio", messi a parte per lui, prima ancora che la questione della verginità venga tematizzata in senso specifico. A questa esperienza originaria si unisce poi la metafora profetica della vergine-Israele, nella quale la verginità non indica una condizione biologica, ma esprime la fedeltà esclusiva del popolo al suo Dio. È il linguaggio dell'alleanza, in cui l'appartenenza non tollera divisioni e l'infedeltà viene narrata come tradimento dell'amore. Progressivamente emerge anche l'ideale del cuore indiviso: una tensione interiore verso Dio che chiede totalità, concentrazione, libertà da ciò che disperde. Non è ancora una regola di vita, ma un orientamento spirituale che prepara a comprendere la possibilità di una dedizione radicale. Questo cammino trova un punto decisivo nella vita e nella parola di Gesù, che non impone la verginità, ma la rende pensabile come scelta libera per il Regno. La sua esistenza interamente donata al Padre e agli uomini diventa il luogo in cui l'indivisione non è teorizzata, ma vissuta. La riflessione paolina sulla libertà per il Regno, infine, dà voce esplicita a questa intuizione: la verginità è riconosciuta come vocazione possibile, capace di esprimere una disponibilità totale al Signore, senza svalutare il matrimonio, che resta pienamente buono. La verginità consacrata, dunque, non nasce contro il matrimonio, né come sua negazione. Nasce piuttosto come segno escatologico: una forma di vita che anticipa ciò che verrà, una testimonianza che orienta il presente verso il compimento futuro, quando Dio sarà tutto in tutti.

Figure femminili consacrate o dedicate a Dio nel Vecchio Testamento

Figure femminili consacrate o dedicate a Dio nel Vecchio Testamento
Figura Libro Tipo di consacrazione o dedizione Significato spirituale / commento
Anna 1Sam 1,11.24-28 Dedica del figlio Samuele al servizio del Tempio. Esempio di consacrazione totale a Dio: Anna offre ciò che ha di più prezioso come segno di gratitudine e fede. Anticipa la vocazione profetica di Samuele.
Donne consacrate tramite voto Lev 27 Possibilità legale di dedicare una donna a Dio tramite voto d'interdetto. La consacrazione era giuridica e simbolica: anche le donne potevano essere "dedicate" al Signore, pur senza un ruolo ministeriale autonomo.
Donne legate al sacerdozio (vergini e pure) Lev 21 Norme sulla verginità e sulla purezza per le mogli dei sacerdoti e le parenti. La verginità e la purezza erano segni di santità; le donne erano parte integrante della vita sacra e del culto, anche se non sacerdotesse.
Shelomith bat Dibri Lev 24,10 Madre di un uomo che commette blasfemia; citata come parte della storia. Non consacrata, ma rappresenta la presenza femminile nella comunità sacra. Illustra il legame tra famiglia, responsabilità e santità.
Voto di Nazireo (es. donne) Nm 6,1-21 Possibile per entrambi i sessi: astensione da vino, capelli non tagliati, separazione dai morti. Simbolo di dedizione totale e purificazione. Alcune donne potevano vivere come Nàziree, separandosi temporaneamente dal mondo per Dio.
Note
  1. La figlia di Iefte (Gdc 11 ): verginità legata a una consacrazione tragica; Miriam e Debora: donne interamente dedicate alla missione di Dio, senza che la verginità sia tematizzata; il nazireato (Nm 6 ): consacrazione totale che include il corpo, ma non implica verginità.
  2. Silo. Fu capitale dell'antica Israele per trecento anni, prima del trasferimento della stessa a Gerusalemme. Il suo sito è presso Khirbet Seilun, nella regione palestinese della Cisgiordania, 16 km a nord dell'insediamento israeliano di Betel.
  3. Eli, in lingua ebraica: עלי, ʻEli, ʻĒlî, che significa "Ascensione" o "Dio è il più alto/Dio in alto"; in greco antico, Ηλί, Ēli; in latino Heli (fl. XI secolo a.C.), fu, secondo il Libro di Samuele un Sommo sacerdote ebraico in Silo.
  4. Nei libri profetici compare una svolta simbolica decisiva. Israele è chiamata "vergine figlia di Sion" (Is 37,22; Ger 31,4 ); La verginità diventa metafora di fedeltà esclusiva; l'infedeltà è descritta come adulterio. Qui la verginità non è biologica, ma relazionale: appartenere a Dio senza dividersi. Questa immagine prepara l'idea che l'esclusività verso Dio possa essere espressa anche nel corpo.
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Voci correlate

Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 4 gennaio 2026 da Suor Maria Trigila, laureata in lettere, in comunicazione sociale e diplomata in scienze religiose.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.