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Cinque vie
Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
Le cinque vie sono gli argomenti cosmologici con cui San Tommaso d'Aquino "prova"[1] l'esistenza di Dio[2].
Tommaso parte dall'insufficenza dell'argomento ontologico di Sant'Anselmo d'Aosta. Secondo Tommaso l'esistenza di Dio non può essere provata a priori: per accettare l'argomento ontologico dovremmo conoscere l'essenza di Dio, il che, in questa vita, non si dà. Rimangono valide le prove a posteriori, che Tommaso sintetizza in cinque vie che portano all'esistenza di Dio.
Una versione sintetica di questi argomenti è presente nella Summa Theologiae, mentre se ne può trovare una discussione più approfondita, anche se solo di alcuni, nella Summa contra Gentiles.
I richiami teoretici sono: per le prime due vie ad Aristotele (con correzioni anche notevoli), per la terza ad Avicenna, per le ultime due ad Agostino ed al platonismo, per la quinta anche a Socrate.
Proponendo queste vie, Tommaso intende mostrare la stringente ragionevolezza di pensare ad un fondamento metafisico del mondo - il cui stesso essere non dipende da sé, non trova in sé la propria giustificazione -, ma esplicita anche chiaramente che non si tratta affatto di tentare di dimostrare il Cristianesimo: la Redenzione, in quanto fatto storico, non può essere razionalmente dimostrata, ma va conosciuta mediante un opportuno ed attento studio delle fonti, in sostanza della Bibbia; lì si potranno riscontare i motivi di ragionevolezza del credere, anche se la decisione ultima sarà sempre lasciata alla libera volontà di accettare o meno la Rivelazione, ed anche se il credere risulterà, alla fine, essenzialmente un dono della grazia.
Indice |
Le cinque vie
Come osservazione comune a tutte le vie, si noti che Tommaso muove sempre le sue considerazioni da qualcosa che sia empiricamente osservabile: un ente che muta, un ente che si genera, ecc.
Prima via: il moto o cambiamento
La prima via parte dall'osservazione del movimento: se osservo un qualsiasi mutamento[3], devo necessariamente presupporre un motore, cioè un agente che abbia originato il mutamento; tale motore, per muovere, deve essere in atto, poiché ciò che è in potenza non agisce di fatto, ma soltanto può farlo; ora ci sono due possibilità: o quel motore è sempre in atto, ed è Dio, o ha avuto bisogno di un ulteriore motore che lo portasse dalla potenza all'atto affinché potesse muovere; in questo secondo caso, il motore responsabile del primo movimento (indipendentemente da quanti siano i motori intermedi) dovrà per forza essere sempre in atto, altrimenti non lo sarebbe nessuno degli altri motori, ed io non osserverei nessun mutamento. Ed anche se i motori in potenza fossero infiniti, resta il fatto che non potrebbero, essendo tutti in potenza appunto, produrre una sola cosa in atto. Ma siamo partiti proprio dal fatto che un qualche movimento in atto si dà ed è osservabile. Il primo motore che, essendo immobile e sempre in atto, pone in attività i motori successivi è ciò che chiamiamo Dio.
Seconda via: la causalità efficiente
La seconda via parte dalla causalità efficiente: si procede in modo analogo al precedente, applicando il procedimento al fatto che osservo l'esistenza di realtà che non si spiegano da sé, ma sono effetto di qualcos'altro; anche in questo caso deve esistere una causa efficiente prima, che chiamiamo Dio, altrimenti ogni effetto sarebbe solo una possibilità, mai mai niente di reale (attuale).
Si noti, qui, che Tommaso usa sì termini e concetti aristotelici, ma procede molto oltre Aristotele stesso, in quanto lo Stagirita non ammetteva che Dio fosse causa efficiente del mondo, ma sosteneva che ne fosse solo causa finale.
Terza via: contingenza e necessità
La terza via parte dalla riflessione sulla contingenza: l'esperienza ci attesta che esistono cose che possono essere come non essere, cioè sono contingenti, ossia sono tali che la loro essenza non comprende l'esistenza; ma cose siffatte talvolta sono talvolta no; posta la domanda se ogni cosa sia contingente o se esista qualcosa di necessario, dobbiamo escludere la prima ipotesi: infatti, se tutto fosse contingente, sarebbe inevitabilmente capitato, in passato, un momento in cui tutto non era; il che è falso perché altrimenti ora non ci sarebbe niente; dunque, deve esistere qualcosa di necessario, ossia qualcosa la cui essenza comprenda l'esistenza: tale cosa tutti chiamano Dio.
Tommaso, in questa formidabile argomentazione, che ci aiuta a vedere la trasparenza di tutte le cose che ci circondano, per coglierne, oltre esse, Colui che dà loro fondamento ed essere, lascia implicito un punto che potrebbe essere così chiarito:
- o il tempo prima di noi ha avuto un inizio, e allora diamo già per scontato ciò che stiamo discutendo, cioè che ci fu un'epoca quando nulla era, prima dell'inizio del tempo;
- o il tempo che ci precede è infinito, e noi siamo come un punto su una semiretta: ora, ciò che può succedere, come già Aristotele aveva capito, prima o poi succede; quindi, se in un tempo infinito, una determinata situazione non si produce, è segno che essa è impossibile. In effetti, se tutte le cose sono contingenti, in un tempo infinito è inevitabile che si realizzi il caso in cui tutte si trovano contemporaneamente a non essere (è come se avessimo degli elementi che possono presentarsi solo come "zero" o "uno": dati infiniti tentativi, è inevitabile che si dia il caso in cui tutti segnano "zero"). Se ciò fosse successo, siccome dal niente non viene niente, il mondo non sarebbe più "ripartito" da solo. Dunque, non è ammissibile che non esista almeno un ente necessario.
Il discorso, naturalmente, non vuole dimostrare che il mondo sia eterno. Anzi, i crisitani sanno che la creazione implica un'inizio temporale dell'universo. L'intento di Tommaso, qui, è solo di mostrare la ragionevolezza dell'esistenza di Dio.
Quarta via: i gradi dell'essere
La quarta via riflette sui gradi di perfezione: se possiamo osservare, nel mondo, cose con una "perfezione" (qualità, potremmo dire) posseduta in grado più o meno elevato (cose più o meno buone, ad esempio), dobbiamo ammettere l'esistenza di quella perfezione ad un livello massimo (la bontà assoluta, nel nostro esempio); tale livello assoluto di perfezione, richiesto dal relativo che noi vediamo, è normalmente chiamato Dio.
Quinta via: finalità o ordine del mondo
La quinta via parte dalla considerazione che oggetti naturali non dotati di volontà agiscono in modo ordinato e finalizzato: infatti, sempre, o per lo più, operano in un determinato modo (cosa su cui, come è facile notare, si rende possibile la costruzione della scienza); il che richiede che un essere intelligente abbia dato razionalità al cosmo: quest'essere è quello che chiamiamo Dio.
Cinque argomenti o un argomento?
Secondo alcuni pensatori le cinque vie possono essere ridotte a una sola: la contingenza di tutte le cose del mondo, rimanda ad un essere necessario senza del quale qualsiasi esistenza apparirebbe come sorta dal nulla.
Tuttavia, osserva Gilson, la molteplicità delle vie della dimostrazione cosmologica è essenziale: Dio infatti non può apparire come la conclusione inevitabile di una sola linea di pensiero sul mondo, bensì come la conclusione di tutte quelle linee lungo le quali la conoscenza umana del mondo può raggiungere profondità[4], secondo quella forma di ragione che, con altri, il papa Benedetto XVI chiamerebbe logos.
- ↑ Vi è discussione sul fatto che le cinque vie siano o meno prove dell'esistenza di Dio.
- ↑ Si riporta il testo latino della Summa Theologiae, I, q. 2, art. 3, corpus:
« Respondeo dicendum quod Deum esse quinque viis probari potest. Prima autem et manifestior via est, quae sumitur ex parte motus. Certum est enim, et sensu constat, aliqua moveri in hoc mundo. Omne autem quod movetur, ab alio movetur. Nihil enim movetur, nisi secundum quod est in potentia ad illud ad quod movetur, movet autem aliquid secundum quod est actu. Movere enim nihil aliud est quam educere aliquid de potentia in actum, de potentia autem non potest aliquid reduci in actum, nisi per aliquod ens in actu, sicut calidum in actu, ut ignis, facit lignum, quod est calidum in potentia, esse actu calidum, et per hoc movet et alterat ipsum. Non autem est possibile ut idem sit simul in actu et potentia secundum idem, sed solum secundum diversa, quod enim est calidum in actu, non potest simul esse calidum in potentia, sed est simul frigidum in potentia. Impossibile est ergo quod, secundum idem et eodem modo, aliquid sit movens et motum, vel quod moveat seipsum. Omne ergo quod movetur, oportet ab alio moveri. Si ergo id a quo movetur, moveatur, oportet et ipsum ab alio moveri et illud ab alio. Hic autem non est procedere in infinitum, quia sic non esset aliquod primum movens; et per consequens nec aliquod aliud movens, quia moventia secunda non movent nisi per hoc quod sunt mota a primo movente, sicut baculus non movet nisi per hoc quod est motus a manu. Ergo necesse est devenire ad aliquod primum movens, quod a nullo movetur, et hoc omnes intelligunt Deum. Secunda via est ex ratione causae efficientis. Invenimus enim in istis sensibilibus esse ordinem causarum efficientium, nec tamen invenitur, nec est possibile, quod aliquid sit causa efficiens sui ipsius; quia sic esset prius seipso, quod est impossibile. Non autem est possibile quod in causis efficientibus procedatur in infinitum. Quia in omnibus causis efficientibus ordinatis, primum est causa medii, et medium est causa ultimi, sive media sint plura sive unum tantum, remota autem causa, removetur effectus, ergo, si non fuerit primum in causis efficientibus, non erit ultimum nec medium. Sed si procedatur in infinitum in causis efficientibus, non erit prima causa efficiens, et sic non erit nec effectus ultimus, nec causae efficientes mediae, quod patet esse falsum. Ergo est necesse ponere aliquam causam efficientem primam, quam omnes Deum nominant. Tertia via est sumpta ex possibili et necessario, quae talis est. Invenimus enim in rebus quaedam quae sunt possibilia esse et non esse, cum quaedam inveniantur generari et corrumpi, et per consequens possibilia esse et non esse. Impossibile est autem omnia quae sunt, talia esse, quia quod possibile est non esse, quandoque non est. Si igitur omnia sunt possibilia non esse, aliquando nihil fuit in rebus. Sed si hoc est verum, etiam nunc nihil esset, quia quod non est, non incipit esse nisi per aliquid quod est; si igitur nihil fuit ens, impossibile fuit quod aliquid inciperet esse, et sic modo nihil esset, quod patet esse falsum. Non ergo omnia entia sunt possibilia, sed oportet aliquid esse necessarium in rebus. Omne autem necessarium vel habet causam suae necessitatis aliunde, vel non habet. Non est autem possibile quod procedatur in infinitum in necessariis quae habent causam suae necessitatis, sicut nec in causis efficientibus, ut probatum est. Ergo necesse est ponere aliquid quod sit per se necessarium, non habens causam necessitatis aliunde, sed quod est causa necessitatis aliis, quod omnes dicunt Deum. Quarta via sumitur ex gradibus qui in rebus inveniuntur. Invenitur enim in rebus aliquid magis et minus bonum, et verum, et nobile, et sic de aliis huiusmodi. Sed magis et minus dicuntur de diversis secundum quod appropinquant diversimode ad aliquid quod maxime est, sicut magis calidum est, quod magis appropinquat maxime calido. Est igitur aliquid quod est verissimum, et optimum, et nobilissimum, et per consequens maxime ens, nam quae sunt maxime vera, sunt maxime entia, ut dicitur II Metaphys. Quod autem dicitur maxime tale in aliquo genere, est causa omnium quae sunt illius generis, sicut ignis, qui est maxime calidus, est causa omnium calidorum, ut in eodem libro dicitur. Ergo est aliquid quod omnibus entibus est causa esse, et bonitatis, et cuiuslibet perfectionis, et hoc dicimus Deum. Quinta via sumitur ex gubernatione rerum. Videmus enim quod aliqua quae cognitione carent, scilicet corpora naturalia, operantur propter finem, quod apparet ex hoc quod semper aut frequentius eodem modo operantur, ut consequantur id quod est optimum; unde patet quod non a casu, sed ex intentione perveniunt ad finem. Ea autem quae non habent cognitionem, non tendunt in finem nisi directa ab aliquo cognoscente et intelligente, sicut sagitta a sagittante. Ergo est aliquid intelligens, a quo omnes res naturales ordinantur ad finem, et hoc dicimus Deum. » - ↑ La parola "movimento" è intesa qui da Tommaso nel senso generale di "mutamento".
- ↑ Etienne Gilson, Le Thomisme, Parigi 1942, pp. 85ss. Cit. da Louis Bouyer (1979), p. 73.
- Louis Bouyer, Il Padre invisibile, Edizioni Paoline, Roma 1979, p. 73-81
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