Libertà

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Lorenzo Maitani, Rilievo con Peccato originale (1300 - 1330), marmo; Orvieto, Cattedrale di S. Maria Assunta in Cielo: Adamo ed Eva mangiano del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male (Gen 3,6): fin dalle origini l'uomo non ha saputo usare bene della libertà che Dio gli ha dato
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Dio ha creato l'uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell'iniziativa e della padronanza dei suoi atti. "Dio volle, infatti, lasciare l'uomo 'in balia del suo proprio volere' (Sir 15,14) perché così esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l'adesione a lui, alla piena e beata perfezione"[1]
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La libertà è il potere, radicato nella ragione e nella volontà, di porre da se stessi azioni deliberate. Grazie ad essa l'uomo dispone di sé. La libertà è nell'uomo una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà, e raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine.[2]

In termini più pratici la libertà è la condizione per cui una persona sceglie i fini che vuole raggiungere e gli strumenti che ritiene utili a ciò.

Oggi la libertà è la parola d'ordine che riassume tutti i bisogni, i desideri, i traguardi e gli ideali dell'odierna umanità, per cui è diventata un concetto centrale anche nella spiegazione teologica del messaggio cristiano di salvezza.[3]

Significati della parola

Il termine libertà può essere inteso in due sensi:[3]

  • libertà da coazioni esterne ed interne: in tal senso il termine ha a che fare con il termine "liberazione";
  • libertà della volontà, che è possibile grazie alla coscienza e alla ragione; a sua volta, questa libertà della volontà può essere considerata sotto due aspetti:
    • come libertà esistenziale: mediante essa l'uomo prende posizione in linea generale verso la propria esistenza, accettandola o rifiutandola;
    • come libertà di scelta: nei confronti della professione, dello stile di vita, dell'abitazione, ecc.

Un'altra possibile distinzione è la seguente:[4]

  • libertà da: è l'affrancamento dalle costrizioni e dalle oppressioni, il non essere soggetti a limiti nell'esplicazione delle proprie potenzialità;
  • libertà di: è la libertà di pensare e di fare, di incontrare e di costruire, di studiare e di capire, di comunicare e di contestare, di esprimere liberamente il proprio pensiero;
  • libertà per: è la libertà di dedicare le proprie energie a un obiettivo ideale in grado di mobilitarle.

In generale quindi quando si legge o ascolta il termine bisogna sempre dedurre dal contesto a quale aspetto ci si riferisce.

Nella Bibbia

La Bibbia non dà alcuna definizione di libertà. Però afferma implicitamente, nell'Antico Testamento e nel Nuovo, che l'uomo è dotato del potere di rispondere, con una libera scelta, alle intenzioni di Dio su di lui.[5]

La Bibbia traccia poi il cammino della vera libertà:

Vediamo specificamente i vari aspetti.

L'affermazione della libertà dell'uomo

Alcuni testi biblici sembrano disconoscere nell'uomo l'esistenza di una reale libertà di scelta: gli autori sacri insistono sulla sovranità della volontà di Dio (Is 6,9-10; Rm 8,28-30; 9,10-21; 11,33-36). Tali espressioni risentono della tendenza, propria del pensiero semitico, a considerare direttamente la causalità divina, senza menzionare le cause seconde, che tuttavia non sono negate (cfr. Es 4,21; 7,13-14: l'indurimento del faraone); conviene d'altra parte distinguere diversi gradi e modalità nella volontà di Dio: la salvezza di tutti gli uomini (1Tim 2,4) e la morte eterna del peccatore impenitente (cfr. Ez 18,23) non sono volute da Dio allo stesso modo. L'affermazione paolina della "libertà dell'elezione divina" (Rm 9,11) e della predestinazione (8,29-30) non autorizzano a concludere per il carattere illusorio della libertà umana.

Di fatto tutta la tradizione biblica considera l'uomo capace di prendere libere decisioni:

Il Siracide rigetta espressamente le scuse del fatalista:

« Non dire: "A causa del Signore sono venuto meno", perché egli non fa quello che detesta. Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà. »

Paolo poi protesta con indignazione contro i propositi blasfemi del peccatore che pretende di tacciare di ingiustizia Dio che lo condanna giustamente (Rm 3,5-8; 9,19-20).

Gli autori sacri non hanno fatto sparire l'apparente antinomia tra la sovranità divina e la libertà umana, ma ne hanno detto abbastanza da far capire che la grazia di Dio e la libera obbedienza dell'uomo sono entrambe necessarie per la salvezza. Paolo lo considera vero nella sua propria vita (At 22,6-10; 1Cor 15,10) come in quella di ogni cristiano (Fil 2,12-13). Il mistero sussiste ai nostri occhi, ma Dio conosce il segreto di inclinare il nostro cuore senza violentarlo e di attirarci a sé senza costringerci (cfr. Sal 119[118],36; Ez 36,26-27; Os 2,16-17; Gv 6,44).

Antico Testamento

Più che ragionare sulla libertà, l'Antico Testamento presenta una storia di liberazione nella quale YHWH è all'opera.

La prima esperienza di liberazione: l'uscita dall'Egitto

la liberazione dalla schiavitù d'Egitto operata da Dio attraverso la mediazione di Mosè (Es 1-15) è l'avvenimento fondamentale che sta alle origini del popolo eletto.

Per l'azione della "liberazione" l'Antico Testamento usa due verbi:

I due verbi sono praticamente sinonimi quando hanno Dio come soggetto, e per lo più la versione greca dei LXX li ha tradotti allo stesso modo, con il verbo Template:Trasliettera, spesso reso in latino con il verbo redimere. L'etimologia del verbo greco (Template:Trasliettera, "riscatto") non deve ingannare circa il suo significato: il complesso dei testi biblici indica che la prima redenzione fu una liberazione vittoriosa e YHWH non pagò alcun riscatto agli oppressori di Israele.

L'annuncio che YHWH è il Goel d'Israele

Dopo che le infedeltà del popolo di Dio ebbero portato alla distruzione di Gerusalemme e all'esilio, la liberazione dei Giudei deportati a Babilonia fu una seconda redenzione, la cui buona novella costituisce il messaggio principale di Is 40-55. YHWH, il santo d'Israele, è il suo "liberatore", il suo goel (Is 43,14; 44,6.24; 47,4; cfr. Ger 50,34).

Tra le due liberazioni il parallelismo è manifesto (cfr. Is 10,25-27; 40,3); come la prima, anche la seconda è gratuita (Is 45,13; 52,3), e la misericordia di Dio vi è ancor più manifesta, dato che l'esilio era il castigo dei peccatori del popolo.

L'attesa della liberazione definitiva

Altre prove si sarebbero in seguito abbattute sul popolo eletto, che nelle tribolazioni non cessò mai d'invocare il soccorso di Dio (cfr. Sal 25[24],21; 44[43],27) e di ricordarsi della prima redenzione, pegno sicuro e figura di tutte le altre:

« Non trascurare quella porzione che ti sei liberato dalla terra d'Egitto»

Gli ultimi secoli precedenti la venuta del Messia sono contraddistinti dall'attesa della "liberazione definitiva" (traduzione del Targum in Is 45,17; cfr. Eb 9,12), e le preghiere più ufficiali del giudaismo chiedono al goʾel di Israele di affrettare il giorno della liberazione.

Più di un Giudeo, senza dubbio, attendeva soprattutto dal Signore la liberazione dal giogo imposto dalle nazioni alla terra santa, e forse anche i pellegrini di Emmaus pensavano che questa fosse la missione di "colui che deve liberare Israele" (Lc 24,21). Ciò non toglie che l'élite spirituale (cfr. Lc 2,38) potesse infondere in questa speranza un contenuto religioso più autentico, quale era già espresso nella conclusione del Sal 130[129],8: "YHWH redimerà Israele da tutte le sue colpe". La vera liberazione implicava infatti la purificazione del resto chiamato a partecipare alla santità del suo Dio (cfr. Is 1,27; 44,22; 59,20).

Prolungamenti personali e sociali

Su di un piano personale, la liberazione operata da Dio in favore del suo popolo si prolunga e si rinnova in certo modo nella vita di ogni fedele (cfr. 2Sam 4,9: "Per la vita di YHWH che mi ha liberato da ogni pericolo"), ed è questo un tema frequente della preghiera dei Salmi:

  • talvolta il salmista si esprime in termini generici senza specificare il pericolo cui è o è stato esposto (Sal 19[18],15; 26[25],11);
  • altre volte dice di essere alle prese con avversari che attentano alla sua vita (Sal 55[54],19; 69[68],19);
  • altrove ancora la sua preghiera è quella di un malato grave che sarebbe morto senza l'intervento di Dio (Sal 103[102],3-4).

Qui si notano già i segni precursori d'una speranza più profondamente religiosa (cfr. Sal 31[30],6; 49[48],16).

Sul piano sociale la legislazione biblica è anch'essa contrassegnata dal ricordo della prima liberazione d'Israele, soprattutto nella corrente deuteronomista; lo schiavo ebreo doveva essere lasciato libero il settimo anno, a ricordo di quanto YHWH aveva fatto per i suoi (Dt 15,12-15; cfr. Ger 34,8-22). Questa legge non era sempre rispettata, e dopo il ritorno dall'esilio Neemia dovette insorgere contro l'esosità di alcuni suoi compatrioti che non esitavano a ridurre in schiavitù i loro fratelli "riscattati" (Nee 5,1-8). "Rimandare liberi gli oppressi e rompere ogni giogo", è una delle forme del "digiuno accetto a YHWH" (Is 58,6).

Dopo il ritorno dall'esilio Israele rimase sempre soggetto all'autorità dominante di turno: persiani, seleucidi, romani.

Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento parla della libertà nei termini dell'affrancamento dal peccato, reso possibile dalla redenzione operata da Cristo. Lungi dall'essere frutto di dottrine, la liberazione del cristiano deriva quindi da un avvenimento storico, la morte vittoriosa di Gesù, accolta con l'adesione a Cristo nel Battesimo.

Di fatto la liberazione del popolo d'Israele non era quindi che la prefigurazione della redenzione cristiana: è con Cristo che si instaura il regime della perfetta e definitiva libertà (Gv 8,31-36) per tutti coloro che, giudei e pagani, aderiscono a lui nella fede e nella carità.

Paolo e Giovanni sono i principali araldi della libertà cristiana:

  • Paolo la proclama principalmente nella lettera ai Galati: "Cristo ci ha liberati per la libertà! [..] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà" (Gal 5,1.13; cfr. 4,26.31; 1Cor 7,22; 2Cor 3,17);
  • Giovanni poi insiste sul principio della vera libertà, la fede che accoglie la parola di Gesù: "la verità vi farà liberi; [..] se, dunque, il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero" (Gv 8,32.36).

La natura della libertà cristiana

Pur avendo ripercussioni sul piano sociale - la Lettera a Filemone lo attesta -, la libertà cristiana sta su di un piano più alto: è accessibile agli schiavi come agli uomini liberi, senza presupporre un cambiamento di condizione (1Cor 7,21).

Tenendo presente che nel mondo antico greco-romano la libertà civile costituiva il fondamento della dignità, questa affermazione del primitivo cristianesimo suonava come un paradosso; al tempo stesso essa manifestava il valore molto più radicale della liberazione offerta da Cristo, che quindi non poteva essere confusa l'ideale dei sapienti, stoici o altri, che mediante la riflessione e lo sforzo morale cercavano di acquistare la perfetta padronanza di sé e di stabilirsi in una imperturbabile pace interiore.

La libertà cristiana mostra la sua efficacia in tre ambiti: riguardo al peccato, riguardo alla morte, riguardo alla legge.

  • La libertà dal peccato: esso è il vero despota, e Gesù Cristo ce ne strappa. In Rm 1-3, Paolo descrive quanto fosse dura la tirannia universale che il peccato esercitava sul mondo: ma lo fa per mettere in maggior risalto la sovrabbondanza della grazia (Rm 5,15.20; 8,2). Associandoci al mistero della morte e della risurrezione di Cristo, il Battesimo ha posto fine alla nostro servitù (Rm 6,6). Con questa liberazione si realizza ciò che costituiva l'essenza dell'attesa dell'Antico Testamento, qual era intesa dall'élite d'Israele (cfr. Lc 1,68-75). Paolo, citando Is 59,20 secondo i LXX, ne coglie bene il carattere spirituale: "Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l'empietà da Giacobbe" (Rm 11,26). Ed in un altro passo l'apostolo rivela ai pagani il "mistero" della loro piena partecipazione ai privilegi del popolo eletto; le meraviglie della prima liberazione si sono rinnovate per tutti noi: "(il Padre) ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati" (Col 1,13-14).
  • La libertà dalla morte. Entrata nel mondo a causa del peccato (Gen 2,17; Sap 2,23-24; Rm 5,12), la morte è anch'essa vinta; ha perduto il suo pungiglione (1Cor 15,56). I cristiani non sono più schiavi del suo timore (Eb 2,14-15). A questo riguardo certo, la liberazione non sarà perfetta se non con la risurrezione gloriosa (1Cor 15,26.54-55), perché ci troviamo ancora "nell'attesa della redenzione del nostro corpo" (Rm 8,23). Ma gli ultimi tempi sono già in qualche modo inaugurati e noi "siamo passati dalla morte alla vita" (1Gv 3,14; Gv 5,24) nella misura in cui viviamo nella fede e nella carità.
  • La libertà dalla legge. Ormai "non siamo sotto la legge, ma sotto la grazia" (Rm 6,15). Per quanto sorprendente - o per quanto banale possa apparire tale affermazione di Paolo, non bisogna minimizzarla, se non si vuole snaturare il vangelo della salvezza annunciato dall'apostolo. Siccome siamo morti misticamente con Cristo, siamo ormai sottratti alla legge (Rm 7,1-6), e non potremmo cercare nell'osservanza di una legge esterna il principio della nostra salvezza (Gal 3,2.13; 4,3-5). Siamo sotto un regime nuovo, e la docilità allo Spirito effuso nei nostri cuori costituisce ora la norma della nostra condotta (Rm 5,5; 8,9.14; 2Cor 3,3.6; cfr. Ger 31,33; Ez 36,27). È vero che Paolo parla anche di una "legge di Cristo" (Gal 6,2; cfr. 1Cor 9,21), però questa legge è compendiata nell'amore (Rm 13,8-10), e, sotto la mozione dello Spirito, adempiamo ad essa spontaneamente, perché "dov'è lo Spirito del Signore, lì è la libertà" (2Cor 3,17).

Le modalità d'esercizio della libertà cristiana

Riguardo all'esercizio della libertà cristiana, il Nuovo Testamento ne indica tre precisazioni o caratterizzazioni:

  • Si tratta di una libertà piena di una fiducia audace, di una fierezza che il Nuovo Testamento chiama parresìa. Tale parola tipicamente greca, che letteralmente significa "libertà di dire tutto", designa un atteggiamento caratteristico del cristiano e più ancora dell'apostolo:
  • La libertà cristiana non è licenza o libertinaggio: "Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne" (Gal 5,13). Fin dagli inizi gli apostoli dovettero denunciare alcune contraffazioni della libertà cristiana (cfr. 1Pt 2,16; 2Pt 2,19), e sembra che il pericolo fosse particolarmente grave nella comunità di Corinto: gli gnostici della città avevano forse adottato come programma una formula paolina, "tutto mi è permesso", falsandone però il senso, e Paolo fu costretto a rettificare: il cristiano non può dimenticare di appartenere al Signore e di essere destinato alla risurrezione (1Cor 6,12-14).
  • Il primato della carità sulla libertà: "Tutto è permesso, ma non tutto edifica", precisa san Paolo (1Cor 10,23); la nostra coscienza può chiederci di rinunziare anche ad un nostro diritto, se il bene di un confratello lo richiede (1Cor 8-10; Rm 14). In realtà non si tratta di un limite imposto alla libertà, ma di un modo più alto di esercitarla. I cristiani, affrancati dall'antica schiavitù e fatti servi di Dio (Rm 6), si metteranno "mediante la carità al servizio gli uni degli altri" (Gal 5,13), come lo Spirito Santo li guida (Gal 5,16-26). Facendosi il servo, e quasi lo schiavo dei suoi fratelli (cfr. 1Cor 9,19), Paolo non cessava di essere libero, ma era imitatore di Cristo (cfr. 1Cor 11,1), il Figlio che si fece servo.

Nella storia della Teologia

Nell'area culturale ellenistica il messaggio cristiano della libertà si scontrò con la fede nel destino, diffusa sotto varie forme nel campo filosofico e religioso.[6] Fu perciò necessario mettere teologicamente in risalto la libertà della volontà, che è il dono più prezioso fatto dal Creatore agli uomini. Ciò condusse in Occidente alla prima grande controversia sul rapporto tra grazia e libertà. Il grande influsso esercitato da Agostino sulla storia della teologia occidentale ebbe come conseguenza che la concezione teologica della libertà fu elaborata principalmente nel contesto della dottrina della grazia.

Il rapporto tra grazia e libertà divenne poi il punto teologico centrale della riforma protestante, e venne di conseguenza a porsi anche al centro dell'attenzione della teologia cattolica. Questa difese ripetutamente la libertà dell'uomo contro le tentazioni deterministiche, fino a tutelarla come un dogma.[7]

Solo nel XX secolo gli aspetti psicologici, pedagogici, [[società|sociali e politici della libertà umana acquisirono un maggior peso teologico.

Alcune conseguenze importanti della libertà, come la libertà di coscienza e la libertà religiosa, furono espressamente trattate solo nel Concilio Vaticano II, e più specificamente nella Gaudium et Spes (nn. 26, 41, 73) e nella Dignitatis Humanae.

Approfondimento teologico

La libertà rende l'uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari. Il progresso nella virtù, la conoscenza del bene e l'ascesi accrescono il dominio della volontà sui propri atti[8].

« Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c'è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato[9]»
(Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1733)

L'esercizio della libertà non implica il diritto di dire e di fare qualsiasi cosa. È falso pretendere che l'uomo, soggetto della libertà, sia un "individuo sufficiente a se stesso ed avente come fine il soddisfacimento del proprio interesse nel godimento dei beni terrestri"[10]. Peraltro, le condizioni d'ordine economico e sociale, politico e culturale richieste per un retto esercizio della libertà troppo spesso sono misconosciute e violate. Queste situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità. Allontanandosi dalla legge morale, l'uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina[11].

Note
  1. Gaudium et spes, n. 17
  2. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1731
  3. 3,0 3,1 Georg Langemeyer (1990) 372.
  4. Le tre libertà.
  5. Léon Roy (1971) 602.
  6. Georg Langemeyer (1990) 372.
  7. Così afferma Leone XIII:
    (LA) (IT)
    « Libertatem nemo altius praedicat nec constantius asserit Ecclesia Catholica, quae [id] ... tuetur ut dogma. » « Nessuno predica più altamente la libertà che la Chiesa Cattolica, e nessuno la afferma in maniera più costante; la Chiesa Cattolica]] la tutela come un dogma. »
  8. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1734.
  9. Cfr. Rm 6,17.
  10. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia, 13.
  11. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1740.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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