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Libertà

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.

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Adamo ed Eva mangiano del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male: fin dalle origini l'uomo non ha saputo usare bene della libertà che Dio gli ha dato
«
Dio ha creato l'uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell'iniziativa e della padronanza dei suoi atti. "Dio volle, infatti, lasciare l'uomo 'in balia del suo proprio volere' (Sir 15,14) perché così esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l'adesione a lui, alla piena e beata perfezione"[1] »
 

La libertà è il potere, radicato nella ragione e nella volontà, di porre da se stessi azioni deliberate. Grazie ad essa l'uomo dispone di sé. La libertà è nell'uomo una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà, e raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine[2].

In termini più pratici la libertà è la condizione per cui una persona sceglie i fini che vuole raggiungere e gli strumenti che ritiene utili a ciò.

Indice

Nell'antichità classica

La mitologia romana conosceva la dea Libertà, che rappresentava simbolicamente la libertà personale di ognuno e, più avanti, il diritto riservato a coloro che godevano della cittadinanza romana. A questa divinità i Romani avevano innalzato due templi, nel Foro e nell'Aventino. Veniva raffigurata come una donna recante in una mano lo scettro, nell'altra un berretto frigio e ai piedi un gatto[3].

Nella civiltà greca la libertà è concepita in relazione alla potenza e alla autonomia dello stato piuttosto che agli individui sottoposti a leggi restrittive. Nell'ambito di questa autorità vincolante dello stato il pensiero antico greco-romano lasciava spazio alla libertà del cittadino che godeva dei diritti civili.

Antico Testamento

L'avvenimento fondamentale che è all'origine della storia del popolo d'Israele è la liberazione dalla schiavitù d'Egitto operata da YHWH (Es 1-15) attraverso la mediazione di Mosè.

Il ricordo dell'antica schiavitù rimase sempre vivo nella memoria di Israele, e favorì la nascita di una legislazione benevola verso gli schiavi: lo schiavo ebreo doveva essere lasciato libero il settimo anno, a ricordo di quanto YHWH aveva fatto per i suoi (Dt 15,12-15; cfr. Ger 34,8-22). In realtà tale legge non veniva rispettata (cfr. Nee 5,1-8).

Gli ebrei conobbero altri periodi di perdita della libertà nel periodo dei giudici, e poi soprattutto con l'esilio babilonese (597-539 a.C.)[4].

Dopo il ritorno dall'esilio Israele rimase sempre soggetto all'autorità dominante di turno: persiani, seleucidi, romani.

Più che ragionare sulla libertà, l'Antico Testamento presenta una storia di liberazione nella quale YHWH è all'opera.

Nuovo Testamento

Cristo parla della libertà nei termini di libertà dal peccato, attraverso l'inserzione in lui, che è la verità dell'uomo:

«
Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". Gli risposero: "Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?". Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. »
 

San Paolo sviluppa l'insegnamento di Cristo. In Galati e in Romani spinge la sua riflessione sul rapporto tra il regime della legge, simboleggiato dalla circoncisione, e quello della grazia, che si espande nella dimensione della carità:

«
Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. (..) Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. »
 

La natura della libertà cristiana non si limita al piano sociale, pur presente nel Nuovo Testamento: la Lettera a Filemone ne è l'esempio più chiaro. La vera libertà sta su un piano molto più alto di quella sociale, ed è accessibile agli schiavi come agli uomini liberi, senza presupporre un cambiamento di condizione (1Cor 7,21). Tale fatto era paradossale nel mondo greco-romano, dove la libertà civile costituiva il fondamento della dignità umana.

San Paolo precisa anche che la libertà non si confonde con il libertinaggio (Gal 5,13). Anche gli altri apostoli dovettero denunciare alcune contraffazioni della libertà cristiana (Template:Ob; 2Pt 2,19). Sembra che il pericolo fosse particolarmente grave nella comunità di Corinto: gli gnostici della città avevano forse adottato come programma una formula paolina, "tutto mi è permesso", falsandone però il senso, e Paolo fu costretto a precisare (1Cor 6,12).

Nella storia della Teologia

La teologia cristiana modificò quindi ampiamente la concezione classica della libertà rapportandola non più alla libertà politica e alla libertà personale, ma contrapponendola a quella schiavitù interiore derivante dal peccato di Adamo.

La volontà di fare il bene, e non più la razionalità, è quella che origina la libertà: non c'è vera libertà senza l'azione della grazia. La volontà non potrebbe indirizzarsi al bene, dal momento che è corrotta dalla schiavitù delle passioni: per acquisire la vera libertà l'uomo deve rinascere in Cristo (Rm 7,24-25).

Nello sforzo di stabilire quale rapporto ci sia tra la libertà umana e l'intervento decisivo della grazia divina, la storia della teologia ha visto una lunga discussione, i cui protagonisti sono

Il XVI secolo vide la polemica tra Erasmo[5] e Lutero[6], che proseguì poi tra luterani e calvinisti, e tra questi e i cattolici[7][8].

Approfondimento teologico

La libertà rende l'uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari. Il progresso nella virtù, la conoscenza del bene e l'ascesi accrescono il dominio della volontà sui propri atti[9].

«
Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. Non c'è vera libertà se non al servizio del bene e della giustizia. La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato[10]»
 
(Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1733)

L'esercizio della libertà non implica il diritto di dire e di fare qualsiasi cosa. È falso pretendere che l'uomo, soggetto della libertà, sia un "individuo sufficiente a se stesso ed avente come fine il soddisfacimento del proprio interesse nel godimento dei beni terrestri"[11]. Peraltro, le condizioni d'ordine economico e sociale, politico e culturale richieste per un retto esercizio della libertà troppo spesso sono misconosciute e violate. Queste situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità. Allontanandosi dalla legge morale, l'uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina[12].

Note
  1. Gaudium et spes, n. 17
  2. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1731
  3. Cfr. A. Tocci, "Dizionario di Mitologia" - Brancato, 1990.
  4. Sono direttamente collegati all'esilio babilonese i seguenti libri biblici:
  5. De libero arbitrio.
  6. De servo arbitrio.
  7. Juan Luis Vives, De anima et vita.
  8. Francisco Suárez, Metaphysicae disputationes.
  9. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1734.
  10. Cfr. Rm 6,17.
  11. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis conscientia, 13.
  12. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1740.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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