Diciotto benedizioni

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Le diciotto benedizioni sono una preghiera ebraica più propriamente detta Amidah, in ebraico עמידה, che significa posizione eretta. Detta anche Shemonè esrè, ossia "diciotto", dal numero delle benedizioni che venivano recitate nel corso della preghiera in tempi antichi (numero aumentato in seguito a diciannove).

La preghiera ha composizione variabile; le diciannove benedizioni sono presenti nella forma recitata nei giorni della settimana; nel Sabato e nelle festività viene usata una forma diversa, spesso dipendente dalla natura delle festività.

La preghiera viene recitata da due a quattro volte al giorno; alcune di queste recitazioni (di forma leggermente diversa), note come "Musaf" ("preghiera addizionale") si recitano solamente nel giorno di sabato ed in memoria dei sacrifici che venivano eseguiti nel Tempio di Gerusalemme.

L'"Amidah" viene recitata sottovoce dal singolo individuo, e poi ripetuta dall'ufficiante; durante la ripetizione vengono aggiunti due brani: la "Keddusha", una santificazione esplicita di Dio onnipotente, e la "Birkhat Cohanim" (benedizione sacerdotale), in cui i discendenti di Aronne ("Cohanim") impartiscono una triplice benedizione ai fedeli.

Il testo delle benedizioni

  1. Benedetto Tu, Signore, difensore di Abramo
  2. Benedetto Tu, Signore, che resusciti i morti (ai tempi futuri del Messia)
  3. Benedetto Tu, Signore, Dio santo
  4. Benedetto Tu, Signore, che concedi la conoscenza
  5. Benedetto Tu, Signore, che accogli la penitenza
  6. Benedetto Tu, Signore, che vuoi essere indulgente
  7. Benedetto Tu, Signore, redentore di Israele
  8. Benedetto Tu, Signore, risanatore dei malati del popolo di Israele
  9. Benedetto Tu, Signore, che benedici gli anni
  10. Benedetto Tu, Signore, che raduni i dispersi del Tuo popolo di Israele
  11. Benedetto Tu, Signore, che infrangi i nemici e umili i malvagi
  12. Benedetto Tu, Signore, Re che ama la carità e la giustizia
  13. Benedetto Tu, Signore, costruttore di Gerusalemme
  14. Benedetto Tu, Signore, che dai vita alla salvezza
  15. Benedetto Tu, Signore, che ascolti la preghiera
  16. Benedetto Tu, Signore, che esaudisci nella sventura e rechi salvezza
  17. Benedetto Tu, Signore, che nella tua pietà farai la Tua residenza (Shekinah) in Sion
  18. Benedetto Tu, Signore, il cui Nome è buono e cui dobbiamo rendere omaggio
  19. Benedetto Tu, Signore, che benedici il Tuo popolo di Israele con la pace

La dodicesima benedizione

La dodicesima benedizione (maledizione), o "Birkat Ha Minim", nella forma attuale è quella presente nel Talmud Babilonese ed è così tradotta:

« Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi. »

Questa formula fu redatta da Samuele il giovane secondo le indicazioni di Gamaliele II, il capo del Sinedrio dal 70 d.C.

Una versione primitiva della benedizione nella liturgia sinagogale è stata ritrovata in un frammento della Genizah del Cairo (Egitto)[1] ed aveva forma significativamente diversa:

« Che per gli apostati non ci sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il regno dell'orgoglio; e periscano in un istante i nozrim e i minim; siano cancellati dal libro dei viventi e con i giusti non siano iscritti. Benedetto sei tu che pieghi i superbi. »

In questa formulazione accanto ai "minim" (eretici o dissidenti) si impreca contro i "nozrim", i nazareni, cioè i seguaci di Gesù di Nazareth, ai quali venne comminata la scomunica poiché, pur pretendendo di rimanere dentro la sinagoga, la dividevano nella fede, proteggevano i "gentili" e distruggevano il principio dogmatico della "habdàlàh" ossia la separazione tra circoncisi e non circoncisi[2]. La comunità giudeo-cristiana frequentava infatti il Tempio e le sinagoghe.

L'introduzione nella "Tefillah" (preghiera) di una preghiera aggiuntiva (nella numerazione antica era la diciannovesima "benedizione"), due decenni dopo la distruzione del Tempio, sembra essere stata fatta proprio come maledizione contro la setta eretica dei giudeo-cristiani, sia per tenerli lontani dalla sinagoga, sia per proclamare formalmente la rottura definitiva tra le due religioni. Questa ipotesi è stata già formulata nel Medioevo da Maimonide e ripresa ai nostri giorni dal rabbino americano Jakob Josef Petuchowski[3].

Preghiere ebraiche contro gli ebrei convertiti al cristianesimo sono menzionate anche da Giustino, Girolamo e Epifanio. Altri studiosi, però, ritengono che la menzione dei Nazareni non sia originaria, ma sia stata aggiunta successivamente, senza riuscire tuttavia a precisare quando. La sostanza, tuttavia, non cambierebbe, in quanto i cristiani sarebbero stati implicitamente compresi fra gli eretici (i "minim").

Note
  1. Cfr. Johann Maier, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Brescia, 1994.
  2. H. Herts, Daily Prayer Book with commentary. Introductions and notes, New York 1971, p 142ss.
  3. Schalom Ben Chorin, Il giudaismo in preghiera. La liturgia della sinagoga, Cinisello Balsamo 1988, 80.
Bibliografia
  • Johann Maier, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Brescia, 1994.
  • Romano Penna, L'ambiente storico culturale delle origini cristiane, Bologna, 1984.
  • Emil Schürer, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo, vol. II, Brescia, 1987, pp. 547-554.
Collegamenti esterni

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