Pubblicano

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Maestranze ravennati, Mosaico con Parabola del fariseo e del pubblicano (493 - 526); Ravenna, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo

Nell'antica Roma, era chiamato pubblicano l'appaltatore della riscossione dei tributi.

Il termine "pubblicano" deriva dal latino publicānus, dalla radice publĭcum che significa: tesoro pubblico, imposte. In particolare nelle Province conquistate, i pubblicani erano malvisti perché venivano considerati collaboratori del governo d'occupazione romano e perché le loro esazioni erano molto esose.

I pubblicani stipulavano con il Senato Romano dei contratti pubblici per vari fini, quali la gestione delle forniture militari all'Esercito romano, il controllo e il finanziamento dei progetti di costruzione degli edifici pubblici, l'esazione delle tasse doganali e delle altre tasse. Si hanno prove certe della loro esistenza fin dal III secolo a.C., anche se sicuramente la loro presenza nella storia romana è molto più antica.

Essi anticipavano le somme richieste dal Senato per poi recuperarle addizionate del loro aggio, che secondo gli autori antichi (Lucullo, Gabinio), poteva anche essere molto consistente, fino al 45%. Spesso, inoltre, i pubblicani traevano arbitrariamente vantaggio dall'indeterminatezza con cui venivano stabilite le tasse.

Erano organizzati in "collegi" e per l'ammontare delle somme gestite costituivano un ordine molto potente. Per ovvi motivi non potevano far parte del Senato romano, perché ricevendo gli appalti da esso, la loro funzione era incompatibile con la dignità senatoriale. Spesso la funzione di pubblicano era svolta dagli appartenenti all'Ordine equestre. Ogni cinque anni la loro attività era controllata dai Censori.

Con l'avvento dell'Impero a poco a poco la loro importanza decrebbe. Già a partire da Giulio Cesare furono posti limiti alla loro attività e si preferì affidare direttamente la raccolta delle imposte a funzionari dell'Impero, quali i Censori, i Questori e i Procuratori. I pubblicani erano presenti in tutto l'Impero dove si raccoglievano i tributi: ancora all'epoca dell'imperatore Traiano, publicānus era il termine latino normalmente adoperato per designare coloro cui era affidata la riscossione dei tributi .

La loro cattiva fama di esattori delle tasse era spesso peggiorata dal fatto che alcuni usavano le grandi somme che guadagnavano per praticare l'usura; inoltre, essendo molto ricchi, spesso si abbandonavano a lussi sfrenati, abusi e immoralità.

Nei Vangeli

I pubblicani sono citati sovente nel Nuovo Testamento ed in particolare nei Vangeli (Mt 5,46; 9,10-13; Mc 2,15; Lc 5,29-32). Indipendentemente dal loro comportamento e dal giudizio che si poteva esprimere sulla maggiore o minore onestà dei singoli; erano condannati a priori come categoria, ed erano disprezzati dagli Ebrei perché alleati con i dominatori romani. Erano quindi considerati peccatori pubblici.

I Vangeli ci fanno capire che vi furono tra i pubblicani quanti si disposero alla conversione (Lc 3,12-13; 7,29-30; 15,1-2; 18,9-14).

Tra le figure singole di pubblicani troviamo:

Particolarmente famosa è poi la parabola di Gesù che ha per protagonisti il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14).

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