Congregazione Benedettina Olivetana

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Congregazione Benedettina Olivetana
in latino Congregatio Sanctae Mariae Montis Oliveti
MonteOlivetoStemma.jpg

Istituto di vita consacrata
Ordine monastico maschile di diritto pontificio

Vita monastica
Altri nomi
olivetani, Ordine del Monte Oliveto
Fondatore san Bernardo Tolomei, Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini
Data fondazione 1313, per Sant Bernat Tolomei, Patrizio Patrizi i Ambrogio Piccolomini
Luogo fondazione Monte Oliveto (Asciano, Toscana) Siena
sigla O.S.B. Oliv.
Titolo superiore
Regola Regola di San Benedetto (VI secolo)
Approvato da Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo Clemente VI
Data di approvazione 21 marzo 1344
Abito tonaca, scapolare con cappuccio, cintura, cocolla e mantello bianchi
Santo patrono San Benedetto da Norcia
Prima fondazione Abbazia del Monte Oliveto Maggiore (Chiusure, Toscana), 1319
Collegamenti esterni

Sito ufficiale

Scheda su gcatholic.com

La Congregazione Olivetana (in latino Congregatio Sanctae Mariae Montis Oliveti) è una congregazione monastica dell'Ordine di San Benedetto: i monaci olivetani pospongono al loro nome la sigla O.S.B. Oliv.[1]

La congregazione, sorta presso Siena come comunità eremitica a opera di san Bernardo Tolomei, per volere del vescovo di Arezzo Guido Tarlati passò al cenobitismo sotto la regola di san Benedetto.[2]

La congregazione si caratterizzò per la limitazione temporale della carica di abate (gli abati benedettini erano eletti a vita) e per la facilità con cui i monaci potevano trasferirsi da un monastero a un altro (i monaci benedettini erano obbligati dal voto di stabilità a risiedere nel monastero dove avevano professato).[3]

Le origini

La congregazione venne fondata da Bernardo Tolomei (1272-1348), al secolo Giovanni. Egli apparteneva a una nobile famiglia senese. Venne educato presso i domenicani del convento del Camporegio e poi si laureò presso l'università di Siena: ricoprì le cariche di giureconsulto, gonfaloniere delle milizie e capitano del popolo; contemporaneamente, partecipava alle attività della confraternita dei Disciplinati della Scala ed ebbe modo di conoscere Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini.[2]

Guarito da una malattia che gli aveva causato una temporanea cecità, abbandonò la vita mondana e si ritirò assieme con Patrizi e Piccolomini ad Accona, dove condusse vita di penitenza ed eremitica. Adottò il nome di Bernardo in omaggio al santo abate cistercense di Chiaravalle.[2]

Attorno alla figura di Bernardo Tolomei si riunì presto una comunità: secondo la tradizione agiografica Bernardo ebbe la visione di una moltitudine di monaci in abito bianco che saliva una scala d'argento al vertice della quale stavano Gesù e Maria. Per evitare che il suo movimento si confondesse con gruppi eretici, Bernardo si rivolse a papa Giovanni XXII, all'epoca residente ad Avignone, chiedendo il riconoscimento pontificio. Il papa affidò i monaci a Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, che fece adottare loro la regola di san Benedetto e il 26 marzo 1319 emanò la Charta fundationis del monastero della Vergine di Monteoliveto: il 29 marzo successivo i membri della comunità presero l'abito religioso ed emisero la loro professione nelle mani del delegato vescovile.[2]

La diffusione del monachesimo olivetano

Per evitare che il governo dell'abbazia cadesse in mano a personalità estranee alla comunità monastica, interessate solo a depredare i beni del monastero, la durata dell'ufficio abbaziale venne limitata a un solo anno (si prese a modello l'organizzazione politica della Repubblica senese, dove le magistrature erano annuali). Il primo abate fu Patrizi, seguito da Piccolomini e poi da Simone di Tura: Bernardo Tolomei fu il quarto abate e, in via eccezionale, mantenne l'abbaziato a vita.[4]

Sotto il governo di Tolomei il monachesimo olivetano si consolidò e si diffuse. Sotto il suo generalato ebbero luogo altre fondazioni: San Benedetto a Siena (1322), San Bernardo ad Arezzo (1333), San Bartolomeo a Firenze (1334), Sant’Anna in Camprena a Pienza (1334), San Donato a Gubbio (1338), Santi Feliciano e Niccolò a Foligno (1339), Santa Maria in Domnica a Roma (1339-1340), Sant'Andrea a Volterra (1339), Santa Maria di Barbiano a San Gimignano (1340).[4]

La congregazione venne approvata da papa Clemente VI il 21 marzo 1344.[5]

Decadenza e restaurazione della congregazione

Nel periodo di massima fioritura (1524) la congregazione arrivò a contare circa 1190 monaci, ma nel XVIII i monasteri olivetani vennero soppressi prima i Veneto, poi in Lombardia e Toscana; le secolarizzazioni della Repubblica Cisalpina del 1797 e del 1808 segnarono il tracollo el monachesimo olivetano.[5]

Le sorti del monachesimo olivetano si risollevarono nella seconda metà del XIX secolo, quando vennero restaurate le comunità di Santa Maria Nova a Roma, San Benedetto a Seregno, San Prospero a Camogli, Santi Giuseppe e Benedetto a Settignano, San Miniato al Monte a Firenze e altre.[6]

Nel 1960 la congregazione ha aderito alla confederazione benedettina.[3]

Il governo della congregazione

La congregazione è retta da un abate generale eletto con un mandato di sei anni dal capitolo generale; nel governo dell'istituto, egli è coadiuvato da quattro definitori. Anche il mandato dei priori dei singoli monasteri, di norma, è esennale, ma ciascuna comunità ha facoltà di stabilire mandati di altra durata o di rendere vitalizia la carica (in questo caso, però, il priore è tenuto a dimettersi al raggiungimento del 75º anno di età).[7]

L'abate generale risiede presso l'abbazia di Monte Oliveto Maggiore a Chiusure; presso il monastero di Santa Maria Nuova a Roma risiede il procuratore generale della congregazione.[1]

L'abito olivetano

L'abito degli olivetani è costituito da tonaca, scapolare con cappuccio, cintura, cocolla e mantello bianchi, in segno di devozione alla Vergine.[8]

Monache e suore olivetane

Il ramo femminile delle monache olivetane è sempre stato poco numeroso (alla fine del 2008 le religiose erano 68, in 4 monasteri);[9] nel 1930 sorse un'altra famiglia monastica femminile, quella delle olivetane di Schotenhof (35 monache in 5 case nel 2008).[9] Esistono anche alcune congregazioni di suore aggregate agli olivetani, come le Oblate di Santa Francesca Romana, le Suore Stabilite nella Carità, le Olivetane di Jonesboro.[6]

Statistiche

Oggi la congregazione degli Olivetani ha monasteri in Europa (Francia, Italia, Regno Unito) in Asia (Israele, Corea del Sud), e nelle Americhe (Brasile, Guatemala, Stati Uniti).[10]

Alla fine del 2008 gli olivetani contavano 26 monasteri con 258 monaci, 155 dei quali sacerdoti.[1]

Note
  1. 1,0 1,1 1,2 Ann. Pont. 2010, p. 1428.
  2. 2,0 2,1 2,2 2,3 G. Penco, op. cit., p. 287.
  3. 3,0 3,1 G. Schwaiger, op. cit., p. 334.
  4. 4,0 4,1 G. Penco, op. cit., p. 288.
  5. 5,0 5,1 G. Picasso, DIP, vol. II (1975), col. 1493.
  6. 6,0 6,1 G. Picasso, DIP, vol. II (1975), col. 1494.
  7. G. Picasso, DIP, vol. II (1975), col. 1495.
  8. R. Donghi, in G. Rocca (a cura di), La sostanza dell'effimero..., pp. 204-205.
  9. 9,0 9,1 Ann. Pont. 2010, p. 1495.
  10. Atlas O.S.B., editio II, Romae 2004 su atlas.osb-international.info. URL consultato il 5 maggio 2011
Bibliografia
  • Annuario Pontificio per l'anno 2010, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010. ISBN 978-88-209-8355-0.
  • Guerrino Pelliccia, Giancarlo Rocca (curr.), Dizionario degli Istituti di Perfezione (DIP), 10 voll., Edizioni paoline, Milano 1974-2003.
  • Gregorio Penco, Storia del monachesimo in Italia. Dalle origini alla fine del Medioevo, Jaca Book, Milano 1988. ISBN 88-16-30098-1.
  • Giancarlo Rocca (a cura di), La sostanza dell'effimero. Gli abiti degli ordini religiosi in Occidente, Edizioni paoline, Roma 2000.
  • Georg Schwaiger, La vita religiosa dalle origini ai nostri giorni, San Paolo, Milano 1997. ISBN 978-88-215-3345-7.
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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