Greco biblico

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Codex Vaticanus B, pagina contenente 2Ts 3,11-18, Eb 1,1-2,2

« Sul punto di esser condotto nella fortezza, Paolo disse al tribuno: "Posso dirti una parola?". Quello disse: "Conosci il greco? »

Per greco biblico si intende la lingua greca in cui sono stati redatti alcuni libri dell'Antico Testamento e tutto il Nuovo Testamento.

Collocazione storica

La lingua greca nel corso dei millenni ha attraversato varie fasi: allo studio del Cristianesimo interessa soprattutto la terza, quella del greco ellenistico o greco alessandrino, che idealmente va dalla morte di Alessando Magno nel 323 a.C. (fine della fase classica) alla fondazione di Costantinopoli nel 330[1] da parte di Costantino il Grande (inizio della fase medievale o bizantina).

Mentre nel periodo classico vi erano numerosi dialetti greci, anche molto diversi fra loro, e nel bacino del Mediterraneo si parlava una vasta pluralità di idiomi, dopo le conquiste di Alessandro Magno di fatto divenne comune a tutti una lingua che era costituita da una predominanza del dialetto attico con qualche semplificazione grammaticale: per esempio scomparve il modo verbale ottativo e le frasi venivano composte con la paratassi[2] piuttosto che con l'ipotassi[3].

In quei secoli quindi il greco divenne l'idioma comunemente parlato da tutti i popoli del bacino del Mediterraneo come lingua franca: fu così che venne indicato con il termine greco κοινή, koiné, che significa comune, prima parola dell'espressione κοινή διάλεκτος, koiné diálektos, cioè dialetto comune, superiore alle particolarità geografiche e linguistiche.

Caratteristiche

La grande importanza del greco di quei secoli, al di là di un interesse culturale, sta soprattutto nel fatto che, insieme all'ebraico e in piccola misura all'aramaico, è la lingua della Bibbia.

Fra il III e il II secolo a.C. i libri biblici furono tradotti nella Bibbia dei Settanta; sono inoltre in greco i libri deuterocanonici e tutto il Nuovo Testamento, nonché gli scritti dei Padri della Chiesa orientali e le deliberazioni dei primi Concili Ecumenici. Per questo si parla di un greco biblico.

Fino alla fine del XIX secolo, ritenendo che la lingua greca fosse quella della classicità, e in particolare il dialetto attico del V secolo a.C., si credeva che il greco biblico, in specie quello neotestamentario, fosse diverso da quello parlato altrove, fosse soprattutto una lingua imbarbarita poiché intrisa di semitismi.

Gli studi di Gustav Adolf Deissmann[4] hanno dimostrato che non è così: il greco del Nuovo Testamento e dei libri greci veterotestamentari è lingua del tempo e dell'ambiente ellenistico[5].

Deissman dimostrò che le caratteristiche del greco biblico, un tempo ritenute semitismi, come per esempio l'uso abbondante della paratassi[6], erano al contrario diffuse nella lingua popolare greca del tempo.

C'erano ovviamente differenze nella koinè, come in tutte le lingue: vi era quindi un linguaggio colto e della letteratura e uno popolare. Il Nuovo Testamento è piu vicino al linguaggio popolare.

Certamente ci sono alcuni semitismi, specialmente nei vangeli sinottici, e anche aramaismi. Ma sono legati soprattutto a singoli vocaboli e qualche costruzione particolare della frase.

Anche il significato delle parole del greco biblico è lo stesso della koinè, tranne che per alcuni casi, tra cui, a titolo di esempio:

  • vocaboli che la LXX usò in modo tecnico per tradurre dall'ebraico: l'esempio piu tipico è δόξα (traslitt. doxa) che traduce l'ebraico kabod e significa gloria, mentre nel greco il significato principale è opinione;
  • altri casi videro usi tecnici di vocaboli differenti da parte di un autore rispetto allo stesso Nuovo Testamento: caso classico la δικαιοσύνη (trasl. dikaiosyne, giustificazione) di Paolo;
  • alcuni vocaboli propri del greco ellenistico popolare assunsero nel greco biblico un significato cristiano pregnante: εὐαγγέλιον (trasl. euanghelion, vangelo), παρουσία (trasl. parusìa, parusia);
  • molte pericopi iniziano con la congiunzione καὶ (trasl. kài) che significa e ed è un riflesso diretto dell'ebraico.

Un caso particolare è il Vangelo secondo Luca, nel quale ad un greco colto e raffinato di brani come il prologo si alterna l'idioma più rozzo e semplice dei vangeli dell'infanzia (Lc 1,5-2,52): si ritiene che Luca, possessore di un ottimo greco, abbia rispettato la lingua delle proprie fonti, che per i primi capitoli erano probabilmente tradizioni nate in ambiente palestinese e tradotte poi nella koinè.

Il greco ellenistico, e con esso il greco biblico, fu interessato da variazioni nella pronuncia di alcune lettere e soprattutto dal fenomeno dello iotacismo.

Note
  1. Anche più tardi, sino al 600 circa, con le guerre successive al regno di Giustiniano secondo New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religious, voce Hellenistic Greek, pag. 211.
  2. Il periodo è costituito dalla sola proposizione principale o da poche coordinate dello stesso ordine.
  3. Il periodo è costituito da più frasi con diversi livelli di subordinazione.
  4. Deissmann dedicò tutta la vita a questi studi e scrisse molte opere, fra le quali citiamo Bibelstudien del 1895 e Neue Bibelstudien del 1897 e in lingua inglese Bible Studies: Contributions Chiefly from Papyri and Inscriptions to the History of the Language, the Literature and the Religion of Hellenistic Judaism and Primitive Christianity Ed. T&T Clark, 1901
  5. Questa impostazione ancora oggi non è condivisa unanimente. Jean Carmignac, La nascita dei vangeli sinottici, Edizioni San Paolo 1986 ritiene il greco neotestamentario una lingua di traduzione, perché secondo questo A. Marco, Matteo e i documenti utilizzati da Luca erano redatti in una lingua semitica.
  6. come per es. Mc 6,7: Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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