Parusia

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Hans Memling, Trittico con Giudizio universale (1467 - 1473 ca.), olio su tavola; Danzica (Polonia), Muzeum Narodowe

La parusia è la venuta del Signore Gesù glorificato, con potenza e gloria, alla fine dei tempi.

A volte parusia è reso nelle lingue moderne con l'espressione "ritorno di Cristo", ma essa non è del tutto felice, perché non lascia trasparire la differenza tra il primo avvento di Cristo nella povertà e nella bassezza (Fil 2,7; Gv 1,14; vedi anche i Vangeli dell'infanzia di Gesù: Mt 1-2 e Lc 1-2) e la comparsa di Cristo nella potenza e nella gloria, e perché dà l'impressione che si tratti di un evento che si è già verificato una volta[1].

L'origine greca del termine

Il termine è di origine greca, e deriva dal termine παρουσία, parousía, che significa "presenza"[2]. Conservando questo significato fondamentale, già a partire dal III secolo a.C. il termine ha cominciato ad essere usato per riferirsi alla visita solenne e all'entrata gioiosa e festosa di un principe. In particolare, diventa di particolare rilievo la parousía a una provincia dell'imperatore, e i cronisti aulici s'affrettarono a descriverlo come l'inizio di una nuova era[3].

Nella Bibbia

Nell'Antico Testamento

In ebraico non esiste un sostantivo corrispondente al greco parousía; vi è però tutta una preparazione sia in termini di idee, sia in termini linguistici[4].

Nell'esperienza religiosa di Israele hanno un'importanza fondamentale le teofanie di YHWH che viene a liberare il suo popolo dalla schiavitù d'Egitto (Es 3,8; 19,18.20); si tratta di una venuta circondata da una cornice di gloria, e che culmina nella stipulazione dell'alleanza. Anche in momenti seguenti, in circostanze nuovamente difficili, YHWH viene nuovamente a liberare il suo popolo. Nel suo culto, poi, Israele non si limitava a commemorare fatti del passato: in esso YHWH veniva e si rendeva presente al suo popolo.

A partire da tutto questo si viene formando la speranza escatologica di Israele: come YHWH è venuto in passato, così si attende la sua venuta anche nel futuro; l'accento escatologico compare quando si attendono, in una certa sovrapposizione di piani, la liberazione dall'esilio babilonese e l'inaugurazione perfetta e definitiva del Regno di Dio.

Le speranze si concretizzano nel forgiarsi di un'espressione tecnica: il "giorno di YHWH" (Am 5,18; Gl 1,15; 2,1-2; 3,4; Is 2,12-22; Sof 1,14-15; Zc 14,5-8). Se all'inizio l'espressione ha un significato di liberazione militare contro i nemici del popolo (da qui il suo aspetto terribile), essa evolve verso un significato di salvezza, restaurazione e felicità definitiva. Il giorno del Signore sarà un giorno di giudizio sui pagani così come su Israele (cfr. Am 5,18), secondo il criterio della fedeltà a Dio e non dell'appartenenza a un popolo. A livello descrittivo, il giorno del Signore è legato a catastrofi naturali (Gl 3,4), pioggia di fuoco (Am 2,5), ma anche ad elementi positivi di sorgenti paradisiache (Gl 4,18; Zc 14,8). Nel Deutero-Isaia non compare l'espressione, ma ne compare la realtà (Is 40,5), e nel Trito-Isaia si giunge al tema dei "cieli nuovi e terra nuova" (Is 65-17).

Queste tematiche si congiungono con la speranza messianica, e si giunge ad usare il verbo viene per il Messia nelle Benedizioni di Giacobbe (Gen 49,10). Lo stesso verbo ricompare in Zc 9,9-10, dove il Messia viene per proclamare la pace universale e stabilire definitivamente il suo regno. Ma dove il tema diventa maturo è in Dn 7,13-14, in cui appare la venuta sulle nubi del cielo del Figlio dell'uomo, che giunge al "Vegliardo" per ricevere da lui un regno eterno ed universale.

Nel Nuovo Testamento

Per comprendere l'uso del termine parousía nel Nuovo Testamento va tenuta presente, oltre alla preparazione che di esso ne fa l'Antico, anche la sfumatura di significato che esso assunse nel mondo profano in riferimento alle visite dell'imperatore: il termine vuol senz'altro riferirsi a un avvenimento al quale si attribuisce un'importanza singolare.

In prima approssimazione si può dire che nel Nuovo Testamento la parusia coincide con il giorno del Signore atteso dall'Antico Testamento[5].

Tenendo conto di tutto il Nuovo Testamento, è necessario distinguere tra il termine e la realtà che esso indica.

Il termine

Il Nuovo Testamento usa il termine in riferimento al tema veterotestamentario dell'uscita di YHWH dal nascondimento, nelle teofanie (Gen 18,1-2; Es 3,2-6), o nelle visioni di vocazione dei profeti (Is 6,1-9; Ger 1,4-10; Ez 1,4-28).

Nei Sinottici il termine si trova solo in Mt 24,3.27.37.39; nell'opera giovannea soltanto in 1Gv 2,28.

Il termine assume invece un'importanza straordinaria nelle lettere paoline, mentre nelle lettere pastorali è sostituito dal termine epifania, "manifestazione". Anche le lettere cattoliche usano il termine in alcuni passi (Gc 5,7.8; 2Pt 1,16; 3,4.12).

La realtà indicata dal termine

Nei Sinottici si trovano affermazioni riguardanti il contenuto della parusia nel discorso escatologico (Mt 24,1-25,46; Mc 13,1-37; Lc 21,5-36):

La concezione sinottica della parusia è contraddistinta dall'idea dell'attesa prossima, insieme all'esortazione alla vigilanza: nessuno infatti conosce il giorno o l'ora, all'infuori del Padre (Mt 24,36; Mc 13,32).

Negli Atti degli Apostoli il termine non appare, ma il suo contenuto è ben presente e in maniera centrale: la risurrezione di Gesù, la sua Ascensione e la sua parusia sono viste come un tutt'uno (cfr. At 1,11). Il Signore Gesù, per mezzo del suo Spirito, opera nella Chiesa, il cui tempo è quello tempo intermedio tra l'Ascensione e la parusia.

Nelle lettere paoline la parusia assume poi grande importanza, all'interno della cristologia del Kyrios, la cui venuta è attesa come prossima. La parusia diventa il coronamento dell'evento della salvezza, poiché ad essa sono collegati la risurrezione dei morti (1Ts 4,15-17) e il conferimento del corpo glorioso (1Cor 15,51-53; Fil 3,21). Paolo, poi, in maniera simile ai sinottici, presente la parusia del Signore usando il linguaggio dell'apocalittica (1Ts 4,16-17; 2Ts 1,7-8).

In Paolo il termine Kýrios, "Signore", attribuito a Cristo, indica Gesù che è risorto e che viene nella parusia, tanto che si può dire che parusia e "Signore" sono due termini interscambiabili, come indicano le espressioni "la parusia del Signore" (1Ts 3,13; 4,15; 5,23), "la speranza nel Signore" (1Ts 1,3; 2,19), "il rapimento da parte del Signore" (1Ts 4,17) e "il giorno del Signore" (1Ts 5,2; 2Ts 2,2)[6].

Paolo non esclude che la parusia sia imminente (1Ts 4,16), e in questa ottica le comunità utilizzavano frequentemente l'invocazione maràna tha, "Vieni, o Signore" (1Cor 16,22; Ap 22,20). Prima della parusia dovrà avvenire l'apostasia, con la rivelazione dell'"l'uomo dell'iniquità, ilfiglio della perdizione" (2Ts 2,3-4).

Nelle lettere pastorali non si trova più il termine, ma il termine "epifania" può indicare sia la venuta di Cristo nell'Incarnazione, sia la comparsa del Signore glorificato (1Tim 6,14; 2Tim 1,10; 4,1.8; Tt 2,13). L'attesa prossima, caratteristica delle prime lettere paoline, non è più presente, ed è sostituita da una modificata speranza escatologica (cfr. Tt 2,13; 1Tim 6,14; 2Tim 4,1).

Giovanni propone una "escatologia prevalentemente presente"[6]; nell'ultimo capitolo del suo Vangelo (epilogo), però, viene affermata la speranza nella venuta finale di Cristo (Gv 21,22; cfr. 1Gv 2,28). Quando il quarto evangelista parla di eventi che hanno attinenza con la parusia, usa l'espressione "l'ultimo giorno" (Gv 6,39.40.44.54; 11,24; 12,48).

Nell'Apocalisse il termine parusia non ricorre, anche se la realtà da esso indicata viene trattata a lungo, come lasciano intravedere l'inizio (1,1.3) e la fine del libro (22,20). Il Cristo che viene è descritto in maniera simile a quanto fa il discorso escatologico dei sinottici, con immagini e motivi apocalittici (14,14-16; 19,11-16).

Nella Tradizione e nel Magistero

Nella Tradizione della Chiesa la speranza nella parusia compare di solito in unione ad altre affermazioni riguardanti l'escatologia, in particolare in unione con le dottrine della risurrezione dei morti, del giudizio universale, della retribuzione dopo la morte.

La parusia è insegnata nei simboli di fede della Chiesa antica[7] così come nelle decisioni del Medioevo[8], che hanno per contenuto la risurrezione dei morti e il giudizio finale, e parlano di una venuta di Cristo (nella gloria).

In tempi più recenti, un Responso della Pontificia Commissione Biblica del 1915 affrontò alcune questioni minori[9]. Il 17 maggio 1979 vi fu poi un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede Su alcune questioni riguardanti l'escatologia[10]: in esso la comparsa di Cristo nella gloria viene distinta dalla situazione dell'uomo subito dopo la morte. Tale pronunciamento magisteriale risponde alla tesi della risurrezione al momento della morte, diffusa nelle altre confessioni cristiane e in certa teologia contemporanea.

Nella pietà dei fedeli

Nel corso dei secoli la pietà dei fedeli passò dall'attesa ardente della parusia e dall'invocazione di essa alla percezione di essa in termini terrorizzanti. I fattori che indussero tale cambiamento sono i seguenti[11]:

Il tema della parusia fece la sua ricomparsa nella teologia del periodo seguente alla seconda guerra mondiale, e produsse la polemica tra incarnazionisti ed escatologisti. Di tale dibattito vi fu eco nella discussione preparatoria dei documenti, soprattutto della Lumen Gentium e della Gaudium et Spes.

Note
  1. Josef Finkenzeller (1990) 478.
  2. Più precisamente, "il sostantivo parousía viene dal verbo pareimi che, tanto nel greco profano quanto nella Bibbia, ha due sensi fondamentali:
    1. essere presente;
    2. trovarsi presente in conseguenza di un movimento avvenuto, quindi 'essere venuto' e, talvolta, anche 'arrivare'" (Feuillet, Parousie, in Louis Pirot, André Robert, Dictionnaire de la Bible (Supplement), Parigi, 1934 e segg., 6, 1331, citato da Cándido Pozo, 1983, 102-103).
  3. Cándido Pozo (1983) 103.
  4. Per tutta questa sezione vedi Cándido Pozo (1983) 102-107.
  5. Josef Finkenzeller (1990) 477.
  6. 6,0 6,1 Josef Finkenzeller (1990) 478.
  7. Ippolito, Tradizione Apostolica (DS 10); Simbolo Quicumque (DS 76); Simbolo Costantinopolitano (DS 150).
  8. Concilio Lateranense IV (1215 DS 801); II Concilio di Lione (1274, DS 852).
  9. Il Responso' della Pontificia Commissione Biblica reca la data del 18 giugno 1915. Esso, a fronte di alcune posizioni di teologia paolina non in linea con la dottrina della Chiesa, confermò che "l'apostolo Paolo nei suoi scritti" non affermò "alcuna cosa che non concordi perfettamente con quella ignoranza del tempo della parusia che Cristo stesso proclamò essere propria degli uomini"; precisò inoltre che nell'interpretare 1Ts 4,15-17 non è lecito considerare "troppo forzata e priva di solido fondamento l'interpretazione tradizionale" che spiega le parole di Paolo sulla parusia prossima senza contare l'apostolo e i suoi lettori fra i fedeli che superstiti andranno incontro a Cristo. Il Responso è online sia nel testo ufficiale che nellatraduzione ufficiale italiana, sul sito della Santa Sede.
  10. http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19790517_escatologia_it.html
  11. Cándido Pozo (1983) 128-133.
  12. "Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’'estremità della terra fino all'estremità del cielo" (Mc 13,27).
  13. Lo schema romano delle orazioni liturgiche si rivolge a Dio Padre e prende come intercessore Cristo: il fedele sente Cristo dalla sua parte. Nello schema carolingio, il termine della preghiera è la Trinità e Cristo resta incluso in essa: pertanto non è più percepito dalla parte dell'uomo, e l'uomo inizia a sentire Dio lontano, e ugualmente Cristo.
Fonti
Bibliografia
Voci correlate

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