Lavoro

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Giorgio De Chirico, Gesù divino lavoratore (1951), olio su tela; Assisi, Galleria d'Arte Contemporanea della Pro Civitate Christiana

Il lavoro è definito dalla Dottrina Sociale della Chiesa un diritto fondamentale ed un bene per l'uomo: un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana. La Chiesa insegna il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il suo carattere di necessità. Alcuni documenti del Magistero ne individuano le caratteristiche fondamentali. Nell'enciclica Gaudium et Spes si legge:

« Col suo lavoro e col suo ingegno l'uomo ha cercato sempre di sviluppare la propria vita; ma oggi, specialmente con l'aiuto della scienza e della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su quasi tutta la natura e, grazie soprattutto alla moltiplicazione di mezzi di scambio tra le nazioni, la famiglia umana a poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una comunità unitaria nel mondo intero. »
(n. 33)

Gli uomini e le donne praticano il lavoro, non solo per sviluppare la propria vita e contribuire al progresso della famiglia umana ma anche perché nell'ottica cristiana essi corrispondono alle intenzioni di Dio. Si legge sempre nella Gaudium et spes:

« Per i credenti una cosa è certa: considerata in se stessa, l'attività umana individuale e collettiva, ossia quell'ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, corrisponde alle intenzioni di Dio. »
(n. 34)
« Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo o dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più pressante. »
(n. 34)

Il lavoro dunque è l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, in particolar modo alla conservazione ed ha la caratteristica di essere personale perché è inerente alla persona la sua forza attiva ed è a vantaggio della persona che esercita un lavoro. Altra caratteristica è che il lavoro è necessario per il mantenimento in vita del singolo e della collettività e questo risponde ad un dovere imposto dalla natura.

Il lavoro nella Parola di Dio

Il primo capitolo della Genesi descrive la creazione sulla base di una scansione di tipo liturgico, sei giorni dedicati al lavoro, che trovano il loro culmine nel riposo del settimo giorno. Nella narrazione Dio stesso appare come un lavoratore che ordina e separa il frutto del proprio lavoro. A mano a mano che tutte le cose vengono create le considera e le valuta. Il refrain, vide che era buono, scandisce il ritmo e le sequenze narrative. Alla prima coppia umana Dio assegna un compito di primaria importanza. Si legge, infatti, in Gen 1,28-30 che dopo averli benedetti disse loro: siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominate su di essa. I verbi soggiogare e dominare indicano l'azione dell'uomo volta a fecondare e riempire l'opera di Dio. Un invito ad essere collaboratori della creazione. Il lavoro degli uomini e delle donne è dunque continuazione di quel buono e giusto che in sei giorni ha avuto vita per separazione e distinzione. Le realtà create esistono in funzione dell'uomo.

In Gen 2,8-23 è possibile operare un'ulteriore considerazione. Si tratta della descrizione dell'Eden, in cui compaiono due verbi: coltivare e custodire. Dio pose l'uomo nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. In questa opera è aiutato da ogni sorta di bestie selvatiche alle quali lui stesso attribuisce il nome. Poi ecco la donna, carne della sua carne, compagna adeguata per coltivare e custodire.

La Gen 3,17-19 inserisce una rottura nella sequenza narrativa. C'è la descrizione del peccato originale a cui fa seguito la cacciata dal giardino e l'inizio di una condizione decisamente nuova. Anche in questo passo due verbi sono significativi: trarre (con dolore), lavorare (il suolo da cui era stato tratto). Da questa lunga narrazione presente in Genesi si ricavano alcune considerazioni di rilievo circa il lavoro:

  1. Il lavoro compare prima del peccato, non è quindi da intendersi come un castigo, una maledizione per l'uomo e la donna. È l'espressione della condizione umana.
  2. Il lavoro si configura come dominio e custodia ossia come valorizzazione del suo significato intrinseco. È come qualcosa che dà senso e significato profondo alla natura umana.
  3. Il lavoro non si esaurisce nel dare il nome alle bestie. Nella tradizione semitica dare il nome significava dominare. Il lavoro non è riconoscere quale ruolo avere nell'economia o avere il dominio delle cose. Adamo si sente solo finché fa unicamente questo e resterebbe per sempre in solitudine se Dio non gli ponesse al fianco una compagna. Il significato profondo è che il lavoro non deve annullare la vita di relazione, gli affetti e la famiglia.
  4. Alla condizione successiva al peccato appartiene qualcosa che ha a che fare con il lavoro: la fatica, una certa alienazione nel significato letterale del diventare altro da sé. La terra si farà ostile e solo con il sudore della fronte sarà possibile trarne gli alimenti necessari. Nonostante il peccato della prima coppia tuttavia, il disegno di Dio che chiama uomini e donne ad essere coltivatori e custodi rimane inalterato.

Gesù uomo del lavoro

Nella sua predicazione Gesù insegna ad apprezzare il lavoro. Lui stesso fu impegnato nelle mansioni di carpentiere a fianco di Giuseppe e in diverse occasioni presenta come modello da seguire il servo buono e fedele che il padrone troverà al lavoro al suo arrivo.(Mt 24,26). Gesù insegna anche a non lasciarsi asservire dal lavoro. Lo scopo della vita è accumulare tesori in cielo (Mt 6,19-21) e non occorre perciò agitarsi e preoccuparsi eccessivamente (Mt 6,33).

Gesù lavora per liberare uomini e donne dalla malattia, dalla sofferenza, dalla morte. Le sue opere permettono all'umanità ferita e in angoscia di conoscere la condivisione, la fraternità, la misericordia. Così facendo Gesù conferisce al lavoro il suo significato più nobile, l'incontro con Dio Padre.

Gesù è il Signore del sabato, ossia del riposo, la festa alla quale l'umanità aspira interiormente prefigurazione dell'eterno riposarsi in Dio. Proprio nel giorno di sabato Gesù opera guarigioni e miracoli (Mt 12,9-14),(Mc 3,1-6),(Lc 6,6-11). Il comandamento del riposo del sabato rappresenta il culmine dell'insegnamento biblico sul lavoro. Riposando l'uomo ricorda e rivive le opere di Dio e prende coscienza di essere lui stesso Sua opera.

Sull'importanza e sul significato del riposo Leone XIII aveva scritto nella Rerum Novarum[1].

Il lavoro nel Magistero

Nella Rerum Novarum, l'enciclica promulgata da Leone XIII nel 1891 si legge:

« Il lavoro è l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione: Tu mangerai pane nel sudore della tua fronte (Gn 3,19). Ha dunque il lavoro dell'uomo come due caratteri impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all'uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. »
(n. 34)

Nella Rerum Novarum è presente anche un altro concetto fondamentale: l'uomo è chiamato da Dio attraverso il lavoro a partecipare all'opera di creazione, in virtù dell'immagine divina che porta scolpita in sé[2].

Leone XIII condannò il socialismo soprattutto perché operò una mortificazione del valore e dell'autonomia del lavoro. Con questa enciclica per la prima volta nella storia della questione sociale un papa interveniva e invitava a prendere coscienza della radicale ingiustizia di cui erano vittime gli operai nella nuova società industriale. Era il momento storico in cui la ricchezza si concentrava nelle mani di pochi, mentre la povertà era largamente diffusa. Per Leone XIII questa situazione ingiusta si configura come un disordine al quale occorre mettere rimedio. Pertanto lo Stato ha il dovere di intervenire nelle questioni che riguardano il lavoro per limitare gli egoismi, ma sempre nel rispetto della dignità della persona umana]][3][4].

Lo Stato cioè è tenuto a promuovere il principio di solidarietà e a rispettare il principio di sussidiarietà. Si legge nella Rerum Novarum:

« È quindi giusto che il governo s'interessi dell'operaio, facendo si che egli partecipi (...) di quella ricchezza che esso medesimo produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo ciò che può in qualche modo migliorare la condizione di lui, sicuri che questa provvidenza, anziché nuocere a qualcuno, gioverà a tutti, essendo interesse universale che non rimangano nella miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo. »
(n. 27)
« Non è giusto, (...) che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all'uno e all'altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. »
(n.28)

Leone XIII evoca nella sua enciclica il diritto ad un orario di lavoro che permetta un livello di vita più umano, il diritto alla proprietà privata, il diritto delle donne e dei bambini a un trattamento speciale, il diritto al giusto salario e all'adempimento festivo. Forte è la condanna da parte di Leone XIII dell'ideologia liberale e degli abusi del sistema capitalista, ritenuti responsabili della situazione di degrado della classe operaia di quel tempo. La proprietà privata, infatti, va considerata nel contesto della destinazione universale dei beni, secondo cui:

« nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso. Naturale diritto dell'uomo è, come vedemmo, la privata proprietà dei beni e l'esercitare questo diritto é, specialmente nella vita socievole, non pur lecito, ma assolutamente necessario. »
(Rerum Novarum n. 19)

L'enciclica dedica ampio spazio al tema del giusto salario. Il concetto ha il suo fondamento del Vangelo (Gc 5,4). Leone XIII afferma che:

« La quantità del salario, la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte (..). Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l'intera mercede o l'operaio non presta tutta l'opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l'intervento dello Stato. »

Il salario non deve essere inferiore al sostentamento dell'operaio altrimenti, afferma l'enciclica, l'operaio subisce una violenza contro la quale la giustizia protesta. La Rerum Novarum passa poi a considerare i doveri dei capitalisti e dei padroni[5].

Il Magistero dunque proclama la dignità del lavoro. L'operaio in quanto persona è latore di una dignità che non può essere sminuita o negata da sistemi economici che rendono l'essere umano finalizzato al puro guadagno. Significativo il testo dell'enciclica che usa l'espressione abusarne come di cosa. Il lavoro nella visione della Chiesa è ciò che offre all'uomo dignità, permettendogli il sostentamento personale e l'opportunità di cooperare al bene comune. E il fine dell'economia, per la Chiesa, non è il profitto ma l'uomo considerato nella sua totalità, persona che porta impressa l'immagine di Dio. Per questo l'enciclica esorta capitalisti ed operai a cercare insieme soluzioni al conflitto che anima le due parti[6] nella convinzione che Iddio non ci ha creati per questi beni ma per quelli celesti ed eterni e che dell'uso di questi beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto a Dio.

Contro il capitalismo e l'accumulo del denaro tornerà a parlare Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno nel 1931, quaranta anni dopo Leone XIII. Il capitalismo viene definito come un enorme potere economico dispotico in mano di pochi che costituisce una ricchezza che ferisce gli occhi. I capitalisti sono dunque padroni di denaro che hanno defraudato il lavoro della sua intrinseca dignità. Il desiderio di possesso e la concentrazione di denaro nelle mani di pochi alimenta il nazionalismo e la corsa al dominio mondiale. Il magistero interpreta i preoccupanti segnali che vengono dal mondo del lavoro invitando le forze sociali, principalmente quelle che si riconoscono nel messaggio cristiano a trovare gli accordi necessari a rimuovere i contrasti interni. Il mondo, infatti, attraversava la grande depressione economica iniziata nel 1929 e la questione operaia lacerava la compattezza sociale. La Quadragesimo Anno afferma che la Chiesa non può rinunciare all'ufficio datole da Dio d'intervenire con la sua autorità non nelle problematiche di carattere tecnico nelle quali non ha ragione di intromettersi ma in tutto ciò che riguarda la legge morale. Separare il lavoro dalla giustizia è inammissibile come pure è avvilente ed improprio trattare dei problemi economici con la sola categoria della carità e dell'aiuto da parte dello stato. Occorre un programma graduale di riforme a favore degli operai. L'enciclica a tal fine espone anche le finalità dei due partiti fra loro inimicissimi il comunismo ed il socialismo.

L'enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII pubblicata nel 1961 riprende alcune tematiche fondamentali sul tema del lavoro. Il contesto storico-sociale presenta un nuovo scenario ed anche l'economia ne fa parte. La civiltà industriale ha cambiato il volto delle città, l'urbanizzazione ha spopolato le campagne. Nell'enciclica il papa mette a fuoco tre problemi che ruotano intorno al mondo del lavoro. Il primo, evidente, l'arretratezza dell'agricoltura rispetto ad altri settori produttivi. Questo comporta l'abbandono delle zone rurali, la trasformazione della famiglia che da patriarcale tende a farsi nucleare. Il lavoro della campagna legato a ritmi più naturali rispetto a quello della fabbrica i cui tempi sono diversi. In secondo luogo l'esistenza in seno all'unica famiglia umana di squilibri nell'accesso ai beni della terra. Molte sono le regioni insufficientemente sviluppate. Infine gli squilibri di natura politica e ideologica che dividono le nazioni ricche da quelle povere. Il papa invita al rispetto del principio di giustizia e di responsabilità. Chiama in causa le organizzazioni e lo Stato ad intervenire per rimuovere gli ostacoli che impediscono l'accesso al bene comune. Ritorna a trattare anche il tema del giusto salario che va determinato secondo giustizia ed equità[7].

L'enciclica che più di tutte ha affrontato il tema del lavoro è la Laborem exercens scritta da papa Giovanni Paolo II nel 1981. In essa si afferma l'assoluta priorità del lavoro nei confronti del capitale giungendo a dire che di tratta di un postulato appartenente all'ordine della morale sociale. Il papa, infatti, analizzando i contrasti presenti all'interno del mondo del lavoro considera errata la prospettiva che vorrebbe al primo posto il capitale e non l'uomo. Occorre ricordare che il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, che essendo l'insieme dei mezzi di produzione rimane solo uno strumento. Sottolinea che anche il capitale è nato dal lavoro dell'uomo e porta in sé i segni del lavoro umano. L'enciclica affronta poi il problema del diritto al lavoro, e sollecita lo Stato a pianificare interventi di natura economica ed assistenziale per venire incontro al crescente fenomeno della disoccupazione. In questo ambito papa Giovanni Paolo II inserisce la questione del lavoro femminile. Un'autentica promozione della donna richiede che il lavoro venga pensato in modo tale da non rendere possibile l'abbandono della propria specificità di madre a vantaggio della promozione sociale. Un'ulteriore considerazione sul lavoro emerge nella Laborem Exercens, come risulta dal cap. 24:

« Se la Chiesa considera come suo dovere pronunciarsi a proposito del lavoro dal punto di vista del suo valore umano e dell'ordine morale, in cui esso rientra, in ciò ravvisando un suo compito importante nel servizio che rende all'intero messaggio evangelico, contemporaneamente essa vede un suo dovere particolare nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell'uomo e del mondo e ad approfondire nella loro vita l'amicizia con Cristo, assumendo mediante la fede una viva partecipazione alla sua triplice missione: di Sacerdote, di Profeta e di Re, così come insegna con espressioni mirabili il Concilio Vaticano II. »

Il lavoro dunque come via a Dio, luogo dell'incontro e dell'amicizia con Cristo[8].

Le parole del lavoro

Lavoro atipico

Quando l'una o l'altra caratteristica, descritta per definire il lavoro standard, ossia a tempo indeterminato e full-time viene a mancare siamo in presenza di lavoro definito atipico. Le figure coinvolte nei lavori atipici sono molteplici. Troviamo lavoratori a tempo parziale, a tempo pieno, con un contratto temporaneo, lavoratori interinali, i lavoratori socialmente utili e altre categorie.

Lavoro interinale

Forma di lavoro temporanea che consente di lavorare presso un'azienda, per un certo periodo di tempo, dopo essere stati assunti da un'agenzia (detta interinale) con la quale si instaura il rapporto di lavoro, e il cui business è proprio quello di fornire prestazioni professionali. Il lavoratore temporaneo ha gli stessi diritti (dalla retribuzione alle ferie, alla copertura previdenziale) e obblighi di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato della stessa categoria.

Lavoro parasubordinato

Tipo di lavoro formalizzato da contratti di collaborazione coordinata e continuativa per questo o quel datore di lavoro. Già contemplata dal vecchio codice di procedura civile, essa era stata ridefinita per legge negli anni sessanta, poi negli anni ottanta aveva ricevuto uno specifico trattamento fiscale, e da ultimo era stata ricompresa nella previdenza obbligatoria con la riforma pensionistica del 1995. Può essere considerata insieme al lavoro con contratto di collaborazione occasionale l'unica forma veramente atipica presente nel panorama lavorativo italiano. Il contratto di collaborazione coordinato e continuativo sta inserendosi tra il lavoro subordinato e quello autonomo, ma in termini di tutela di questo profilo lavorativo occorre ancora un intervento legislativo.

Lavoro part-time

Tipo di lavoro che prevede un contratto che garantisce una continuità di rapporto, ma con orario ridotto. Il contratto a tempo parziale deve essere stipulato per iscritto, e indicare mansioni e distribuzione dell'orario, di lavoro che può essere variabile, ma deve essere indicato con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all'anno. È recente il varo di un decreto legislativo che introduce delle novità alla disciplina del part-time con incentivi. È prevista in particolare riduzione delle aliquote contributive per i nuovi assunti con contratti di part-time a tempo indeterminato purché vadano ad aumentare l'organico dell'impresa.

Telelavoro

Modalità di lavoro che comporta una ristrutturazione del lavoro e della vita delle persone. Il telelavoro può essere realizzato in forme assai semplici o con l'aiuto di tecnologie ancora più sbrigative come la posta elettronica. Per le aziende vi sono benefici in termini di flessibilità, di produttività e di creatività; per i lavoratori vi sono benefici in termini di autonomia, di condizioni fisiche, di rapporti familiari, di buon vicinato, di accessibilità al lavoro (soprattutto per handicappati, anziani e casalinghe); per la collettività vi sono benefici in termini di ridistribuzione geografica e sociale del lavoro, riduzione del traffico, stimoli alla creazione di nuovi lavori, rivitalizzazione dei quartieri, riduzione dell'inquinamento e delle spese di manutenzione stradale, eliminazione delle ore di punta. Il telelavoro può essere adottato solo per alcune mansioni che meglio si presentano al decentramento e può essere limitata ad alcuni giorni della settimana o ad alcune settimane del mese. Può essere svolto nella casa del lavoratore o in uffici satelliti vicini più alla sua casa che non all'azienda madre. Ogni telelavoratore opera, comunque, entro un piano operativo che lo raccorda con tutti gli altri suoi colleghi, con i suoi capi e con i suoi dipendenti. Il controllo, anziché avvenire sul processo avviene prevalentemente sui risultati: è, quindi, meno dispendioso, meno alienante, più appropriato al lavoro intellettuale che ormai prevale ovunque sul lavoro manuale, più rispettoso della dignità del lavoratore. I singoli telelavoratori possono essere raggiunti e coordinati dal datore di lavoro in qualsiasi momento. Il minor numero di rapporti interpersonali con i colleghi di ufficio è ampiamente compensato dal maggior numero di rapporti personali in famiglia, nel palazzo, nel quartiere. Grazie al telelavoro, infatti, è probabile che il lavoratore oggi sradicato dalla propria casa, potrà integrarsi nel quartiere in cui è situato il proprio palazzo.

Note
  1. « A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell'uomo, di cui Dio stesso dispone con grande riverenza, (...) che anzi, neanche di sua libera elezione potrebbe l'uomo rinunziare ad esser trattato secondo la sua natura, ed accettare la schiavitù dello spirito, perché non si tratta di diritti dei quali sia libero l'esercizio, bensì di doveri verso Dio assolutamente inviolabili. Di qui segue la necessità del riposo festivo. Sotto questo nome non s'intenda uno stare in ozio più a lungo, e molto meno una totale inazione quale si desidera da molti, fomite di vizi e occasione di spreco, ma un riposo consacrato dalla religione. Unito alla religione, il riposo toglie l'uomo ai lavori e alle faccende della vita ordinaria per richiamarlo al pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla Maestà divina. Questa è principalmente la natura, questo il fine del riposo festivo, che Iddio, con legge speciale, prescrisse all'uomo nel Vecchio Testamento dicendogli: ricordati di santificare il giorno di sabato (Es 20,8) e che egli stesso insegnò di fatto, quando nel settimo giorno, creato l'uomo, si riposò dalle opere della creazione. Riposò nel giorno settimo da tutte le opere che aveva fatte (Gen 2,2). »
  2. « In questo tutti gli uomini sono uguali, né esistono differenze tra ricchi e poveri, padroni e servi, monarchi e sudditi, perché lo stesso è il Signore di tutti. A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell'uomo. »
    (Rerum Novarum n. 32)
  3. « Innanzi tutto, l'insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all'operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l'opera che liberamente e secondo equità fu pattuita. Questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. (..) È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l'età e con il sesso. »
  4. « Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio»
    (Rerum Novarum n. 17)
  5. « Questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze.(..)È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l'età e con il sesso. »
    (Rerum Novarum n. 16)
  6. « Ma la Chiesa, guidata dagli insegnamenti e dall'esempio di Cristo, mira più in alto, cioè a riavvicinare il più possibile le due classi, e a renderle amiche. Le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l'animo non si eleva ad un'altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua, anzi l'intera creazione diventa un mistero inspiegabile. Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l'edificio della religione: cioè che la vera vita dell'uomo è quella del mondo avvenire. Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all'eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui. Se persevereremo, regneremo insieme. Accettando volontariamente sopra di sé travagli e dolori, egli ne ha mitigato l'acerbità in modo meraviglioso, e non solo con l'esempio ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire. Poiché quella che attualmente è una momentanea e leggera tribolazione nostra, opera in noi un eterno e sopra ogni misura uno smisurato peso di gloria. I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nocciono; che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo; che dell'uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice. »
    (Rerurm Novarum n. 18)
  7. « Riteniamo opportuno richiamare l'attenzione su un principio fondamentale, che cioè allo sviluppo economico si accompagni e si adegui il progresso sociale, cosicché degli incrementi produttivi abbiano a partecipare tutte le categorie di cittadini. Occorre vigilare attentamente e adoperarsi efficacemente perché gli squilibri economico-sociali non crescano, ma si attenuino quanto più è possibile. »
    « Il nostro animo è preso da una profonda amarezza dinanzi allo spettacolo smisuratamente triste di numerosissimi lavoratori di molti paesi e di interi continenti, ai quali viene corrisposto un salario che costringe essi stessi e le loro famiglie a condizioni di vita infraumane. »
    (Mater et Magistra n. 55)
    « Riteniamo perciò nostro dovere riaffermare ancora una volta che la retribuzione del lavoro, come non può essere interamente abbandonata alle leggi di mercato, così non può essere fissata arbitrariamente; va invece determinata secondo giustizia ed equità. Il che esige che ai lavoratori venga corrisposta una retribuzione che loro consenta un tenore di vita veramente umano e di far fronte dignitosamente alle loro responsabilità familiari; ma esige pure che nella determinazione della retribuzione si abbia riguardo al loro effettivo apporto nella produzione e alle condizioni economiche delle imprese; alle esigenze del bene comune delle rispettive comunità politiche, specialmente per quanto riguarda le ripercussioni sull'impiego complessivo delle forze di lavoro dell'intero paese, come pure alle esigenze del bene comune universale e cioè delle comunità internazionali di diversa natura ed ampiezza. »
    (Mater et Magistra n. 58)
  8. « Il primo fondamento del valore del lavoro è l'uomo stesso,il suo soggetto. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l'uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l'uomo», e non l'uomo «per il lavoro». (..) ognuno di essi si misura soprattutto con il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell'uomo che lo compie. (..) indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo (..), in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall'uomo - fosse pure il lavoro più «di servizio», più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante - rimane sempre l'uomo stesso. »
    « Di fronte all'odierna realtà, nella cui struttura si trovano così profondamente inscritti tanti conflitti causati dall'uomo, e nella quale i mezzi tecnici - frutto del lavoro umano - giocano un ruolo primario (si pensi qui anche alla prospettiva di un cataclisma mondiale nell'eventualità di una guerra nucleare dalle possibilità distruttive quasi inimmaginabili), si deve prima di tutto ricordare un principio sempre insegnato dalla Chiesa. Questo è il principio della priorità del «lavoro» nei confronti del «capitale». Questo principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il «capitale», essendo l'insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale. Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l'esperienza storica dell'uomo. »
    (Laborem Exercens n. 12)
    « Quando nel primo capitolo della Bibbia sentiamo che l'uomo deve soggiogare la terra, noi sappiamo che queste parole si riferiscono a tutte le risorse, che il mondo visibile racchiude in sé, messe a disposizione dell'uomo. Tuttavia, tali risorse non possono servire all'uomo se non mediante il lavoro. Col lavoro rimane pure legato sin dall'inizio il problema della proprietà: infatti, per far servire a sé e agli altri le risorse nascoste nella natura, l'uomo ha come unico mezzo il suo lavoro. E per poter far fruttificare queste risorse per il tramite del suo lavoro, l'uomo si appropria di piccole parti delle diverse ricchezze della natura: del sottosuolo, del mare, della terra, dello spazio. Di tutto questo egli si appropria facendone il suo banco di lavoro. »
    (Laborem Exercens n. 12)
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