Donna

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Cristofano Allori, Giuditta con la testa di Oloferne (1580 ca.), olio su tela; Firenze, Palazzo Pitti.
Giuditta è un modello di donna ideale dell'Antico Testamento.

La donna, partner femminile dell'uomo, creata da Dio nella fondamentale uguaglianza di dignità con l'altro sesso, è nella sua struttura fisica e psicologia segno dell'accoglienza e della ricettività dell'amore umano.

Nel matrimonio vive nella santità la sua vocazione di sposa e madre, a immagine della Chiesa, sposa di Cristo (Ef 5,22-24), e dona tutta sé stessa ai figli che con il marito genera e alleva.

Nella Verginità e nella Vedovanza, si dona con cuore indiviso a Cristo, che sceglie come suo unico sposo.

Antico Testamento: sposa e madre

Nei codici di Israele come in quelli del Medio Oriente antico, la condizione della donna resta quella di una minorenne: la sua influenza permane legata alla funzione materna. Ma Israele si distingue per la sua fede nel Dio Creatore che afferma la sostanziale parità dei sessi.

Il ritratto della donna nell'Antico Testamento, per quanto bello, non riconosce ancora alla donna tutta la sua dignità. La preghiera quotidiana dell'ebreo lo dice ancor oggi con ingenuità: "Benedetto sii tu, Dio nostro, per non avermi fatto né pagano, né donna, né ignorante!", mentre la donna si accontenta di dire: "Lodato sii tu, o Signore, che mi hai creata secondo la tua volontà".

Nei racconti delle origini

I sessi sono un dato fondamentale della natura umana: l'uomo fu creato "maschio e femmina" (Gen 1,27). Questa sintesi del redattore sacerdotale suppone il racconto jahvista, dov'è esposta la duplice funzione della donna in rapporto all'uomo.

A differenza degli animali, la donna, tratta dal più intimo di Adamo, ne ha la stessa natura; tale è la constatazione dell'uomo dinanzi alla creatura che Dio gli presenta. Più ancora, rispondendo al disegno divino di dargli "un aiuto, una specie di riflesso" (2,18), Adamo si riconosce in essa; riconoscendone il nome, dà un nome a se stesso: dinanzi ad essa non è più semplicemente Adamo[1], ma diventa ("uomo", nel senso di "maschio"), ed essa è iššah (femminile di )[2]. Sul piano della creazione la donna completa l'uomo, facendolo diventare suo sposo. Questa relazione avrebbe dovuto rimanere perfettamente uguale nella differenza, ma il peccato l'ha snaturata assoggettando la sposa al proprio marito (3,16).

La donna è nel Genesi la "madre di tutti i viventi" (3,20). Mentre numerose religioni assimilano volentieri la donna alla terra, la Bibbia la identifica piuttosto con la vita: essa è, secondo il senso del suo nome di natura, Eva, "la vivente" (3,20). Se, a causa del peccato, essa non trasmette la vita se non attraverso la sofferenza (3,16), trionfa non di meno della morte assicurando la perpetuità della specie; e le è data la speranza che un giorno la sua posterità schiaccerà la testa del serpente, del nemico primordiale (3,15).

Nella storia sacra

In tutto l'Antico Testamento la funzione della donna rimane limitata. In casa i suoi diritti sembrano uguali a quelli del marito, per lo meno nei confronti dei figli che essa educa; ma la legge la mantiene al secondo posto:

Al di fuori del culto, la legge si preoccupa molto di proteggere la donna, soprattutto nel suo campo proprio, la vita: essa vive il mistero della fecondità (Dt 25,5-10). L'uomo la deve rispettare nel suo ciclo mensile (Lev 20,18); la rispetta a tal punto da esigere da essa un ideale di fedeltà nel matrimonio a cui egli stesso non si attiene.

Nel corso della storia dell'alleanza alcune donne hanno avuto una parte importante, sia in bene che in male:

Accanto a questi esempi al rovescio, ecco le mogli dei patriarchi che mostrano il loro lodevole slancio verso la fecondità.

Vengono presentate anche figure eroiche di donne: lo spirito di YHWH scende su talune donne, trasformandole, proprio come gli uomini, in profetesse, mostrando che il loro sesso non costituisce un ostacolo alla irruzione dello spirito:

Nella riflessione dei sapienti

Gerrit van Honthorst, Sansone e Dalila - particolare, Dalila

Rare, ma per nulla tenere, sono le massime attribuite a donne sulle donne (Pr 31,1-9); tuttavia il ritratto biblico della donna è firmato da uomini; e se non sempre è lusinghiero, non si può affermare che ci sia misoginia. La severità dell'uomo nei confronti della donna è la contropartita del bisogno che egli ne ha. Così descrive il suo sogno: "Trovare una donna è trovare la fortuna" (Pr 18,22; cfr. 5,15-18), significa avere "un aiuto simile a sé", un saldo sostegno, una siepe per la propria vigna, un nido contro l'appello alla vita errabonda (Sir 36,24-27); significa trovare, oltre la forza mascolina che lo rende fiero, la grazia personificata (Pr 11,16); notevole poi è il ritratto della "donna perfetta" (Pr 12,4; 31,10-31), ed è deliziosa la descrizione della sposa nel Cantico dei Cantici (4,1-5; 7,2-10).

Ma l'uomo che ha esperienza teme la fragilità essenziale della sua compagna. La bellezza non basta (Pr 11,22); anzi, è pericolosa quando in Dalila è congiunta all'astuzia (Gdc 14,15-17; 16,4-21), quando seduce l'uomo semplice (Sir 9,1-9; cfr. Gen 3,6). Le figlie causano molta preoccupazione ai loro genitori (Sir 42,9-11); e l'uomo che si permette molte libertà al di fuori della donna della sua giovinezza (cfr. Pr 5,15-20), teme la versatilità della donna, la sua inclinazione all'adulterio (Sir 25,13-26,18); deplora che essa si dimostri vanitosa (Is 3,16-24), "stolta" (Pr 9,13-18; 19,14; 11,22), rissosa, lunatica e malinconica (Pr 19,13; 21,9.19; 27,15-16).

Non bisognerebbe limitare a questi quadretti di costume l'idea che i sapienti avevano della donna. Di fatto la donna è figura della sapienza divina (Pr 8,22-31); manifesta poi la forza di YHWH che si serve degli strumenti deboli per procurare la sua gloria. Già Anna magnificava il Signore degli umili (1Sam 2); Giuditta, come una profetessa in atto, mostra che tutti possono contare sulla protezione di YHWH; la sua bellezza, la sua prudenza, la sua abilità, il suo coraggio e la sua castità nella vedovanza ne fanno un tipo perfetto della donna secondo il disegno di Dio nell'Antico Testamento.

Nuovo Testamento: Vergine, sposa e madre

Gesù consacra la dignità della donna: secondo l'ordine della creazione ella si completa diventando sposa e madre, ma in Cristo può anche completarsi, nell'ordine della nuova creazione, con la verginità.

Maria, la donna della fede

Antonello da Messina, L'Annunciata, 1476 - Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis

La consacrazione della nuova dignità della donna ha luogo nel giorno dell'annunciazione. Il Figlio di Dio vuole nascere da una donna (Gal 4,4).

Maria, vergine e madre, realizza in sé l'ideale femminile della fecondità: nello stesso tempo rivela e consacra il desiderio fino allora soffocato della verginità, assimilata ad una vergognosa sterilità. In Maria si incarna l'ideale della donna, perché essa dà i natali al principe della vita.

Ma, mentre su un piano unicamente umano si corre il rischio di limitare l'ammirazione per Maria alla vita corporale che ella ha donato al "più bello dei figli dell'uomo" (cfr. Sal 44[43],3), Gesù rivela in Maria e annuncia per tutti l'esistenza di una maternità spirituale, frutto portato dalla verginità della fede (Lc 11,28-29). In Maria la donna diventa simbolo dell'anima credente.

Si comprende quindi come Gesù accetti di lasciarsi seguire da sante donne (Lc 8,1-3), di prendere come esempio delle vergini[3] fedeli (Mt 25,1-13), o di affidare a donne una la missione di annunciare la sua Risurrezione (Gv 20,17).

Si comprende quindi come la Chiesa nascente segnali il posto e la parte avuta da numerose donne (At 1,14; 9,36.41; 12,12; 16,14-15), ormai chiamate a collaborare all'opera della Chiesa.

La rivelazione della dignità della donna

La partecipazione della donna alla vita della Chiesa primitiva suppone che la scoperta di una nuova dimensione della donna: la verginità.

Paolo ha elaborato così una teologia della donna, mostrando in qual senso la divisione dei sessi è superata e consacrata:

« Non c'è più né uomo né donna: voi tutti siete uno in Cristo Gesù. »

In un certo senso la distinzione dei sessi è superata, al pari delle divisioni di ordine razziale o sociale. L'esistenza celeste, quella vita angelica di cui parlava Gesù (Mt 22,30), può essere anticipata; ma essa può essere compresa solo nella fede in Cristo, e solo nella condizione della fede diventa possibile.

Se saggiamente Paolo continua a dire che "è meglio sposarsi che ardere" (1Cor 7,9), esalta tuttavia il carisma della verginità; osa persino contraddire la Genesi che affermava: "Non è bene che l'uomo sia solo" (Gen 2,18; 1Cor 7,26): tutti, ragazzi e ragazze, possono, se chiamati, rimanere vergini.

Così alla distinzione tra uomo e donna si aggiunge una nuova distinzione, quella tra sposati e vergini. La fede e la vita celeste trovano nella verginità vissuta un tipo concreto di esistenza, in cui l'anima si unisce con decisione e completezza al suo Signore (1Cor 7,35). Per rispondere alla sua vocazione la donna non deve necessariamente diventare sposa e madre, ma può restare vergine di cuore e di corpo.

L'ideale della verginità, che la donna può ormai fissare e realizzare, non sopprime la condizione normale del matrimonio (1Tim 2,15), ma apporta un valore di compenso.

Infine, il rapporto naturale uomo-donna è fondato sul rapporto tra Cristo e la Chiesa. Di Cristo, e non soltanto di Adamo, la donna è l'altra parte, e allora rappresenta la Chiesa (Ef 5,22-24).

La donna nella vita della Chiesa

Giuliano Amidei, Le pie donne al sepolcro, XV secolo

La divisione dei sessi, benché trascesa dalla fede, rinasce nel corso dell'esistenza e si impone nella vita concreta della Chiesa.

Dall'ordine che esiste nella creazione Paolo deduce due dei modi di comportarsi della donna:

  • Essa deve portare un velo nell'assemblea del culto, esprimendo con questo simbolo che la sua dignità cristiana non l'ha liberata dalla dipendenza nei confronti del marito (1Cor 11,2-16);
  • Essa mantiene ancora un posto secondario nell'insegnamento ufficiale: non deve "parlare" in Chiesa, cioè non può insegnare (1Cor 14,34; cfr. 1Tim 2,12); tale è il "comandamento del Signore" ricevuto da Paolo (1Cor 14,37).

Ma Paolo non nega alla donna la possibilità di profetare (1Cor 11,5), perché, come nell'Antico Testamento, lo Spirito non conosce la distinzione dei sessi. Velata e silenziosa nel culto, affinché sia mantenuto l'ordine, la donna d'altra parte è incoraggiata a testimoniare in casa mediante una "vita casta e piena di rispetto" (1Pt 3,1-2; 1Tim 2,9-10); e quando, vedova, ha raggiunto un'età avanzata che la preserva dai ripensamenti, ha una parte importante nella comunità cristiana (1Tim 5,9).

L'Apocalisse non perde di vista la funzione svolta da Gezabele (2,20) né i delitti della famosa prostituta (17,1.15-16; 18,3-9; 19,2), ma magnifica soprattutto la donna incoronata di stelle, quella che dà alla luce il figlio maschio e che è perseguitata nel deserto dal dragone, ma che ne deve trionfare con la sua progenie (12). Questa donna è anzitutto la Chiesa, nuova Eva che dà i natali al corpo di Cristo; poi, secondo l'interpretazione tradizionale, è Maria stessa; vi si può infine vedere il prototipo della donna, di quella che ogni donna desidera in cuor suo di diventare.

Nel magistero di Giovanni Paolo II

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Mulieris Dignitatem.

Nella Mulieris Dignitatem (15 agosto 1988) Papa Giovanni Paolo II approfondisce la dignità della donna, le verità antropologiche fondamentali dell'uomo e della donna, l'uguaglianza in dignità e l'unità dei due, la radicata e profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla reciprocità e alla complementarità, alla collaborazione e alla comunione[4]. Insegna che l'unità-duale dell'uomo e della donna si basa sul fondamento della dignità di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, il quale "maschio e femmina li creò" (Gen 1,27)[5].

Più tardi, nella sua Lettera alle donne del 29 giugno 1995[6] lo stesso papa mette a fuoco il mistero della donna in alcune coordinate fondamentali[7]:

  • madre: ella si fa grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica; si fa sorriso di Dio per il bambino che viene alla luce, si fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita;
  • sposa: ella unisce irrevocabilmente il suo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita;
  • figlia e sorella: ella porta nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della sua sensibilità, della sua intuizione, della sua generosità e della sua costanza;
  • lavoratrice: ella si impegna nei vari ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, e contribuisce all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del "mistero", alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità;
  • consacrata: ella, sull'esempio di Maria, si apre con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei suoi confronti una risposta sponsale.
Note
  1. Il termine ebraico 'adam esprime il concetto collettivo della specie umana, cioè l'"uomo" che rappresenta l'umanità. Catechesi di Giovanni Paolo II su L'unità originaria dell'uomo e della donna nell'umanità, Udienza generale del 7 novembre 1979.
  2. Usualmente iššah è tradotto "donna", ma sarebbe da tradurre "uoma" per mantenere il tenore originale del testo.
  3. Nel linguaggio del tempo di Gesù la parola "vergine" indicava la ragazza prima del matrimonio.
  4. Cfr. n. 6.
  5. Papa Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al convegno internazionale "Donna e uomo. L'Humanum nella sua interezza", 9 febbraio 2008.
  6. http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/documents/hf_jp-ii_let_29061995_women_it.html
  7. n. 2.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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