Condiscendenza

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Gerard Hoet e altri, Sacrificio di Isacco (1728); Università dell'Oklahoma, Biblioteca: Genesi 22, n tale episodio Dio manifesta la sua condiscendenza, perché passa attraverso un elemento negativo della cultura di quel tempo, il sacrificio del figlio, per portare avanti il suo disegno di salvezza
« Nella Sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, " affinché possiamo apprendere l'ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare"[1]. Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell'uomo, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo. »

La Condiscendenza (attemperatio in latino, synkatábasis in greco) è una qualità dell'agire di Dio verso gli uomini. Egli condiscende, cioè sa scendere accanto ad essi, mettersi al loro livello, esprimendosi in maniera che essi possano intendere.

Il Concilio Vaticano II riassunse in Dei Verbum 13[2] la dottrina tradizionale dei padri della Chiesa al riguardo.

La condiscendenza di Dio si manifesta in vari momenti importanti della Storia della Salvezza, ma soprattutto nell'incarnazione del Figlio (Lc 1,26-38; cfr. Eb 1,5-10): il Verbo ha preferito nascere da una donna Gal 4,4 piuttosto che scendere dal cielo con un corpo già adulto, plasmato dalla mano di Dio (cfr. Gen 2,7)[3].

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