Neoplatonismo

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Musei Vaticani, Raffaello,La scuola di Atene,Plotino (dett.)

Il Neoplatonismo è una particolare interpretazione del pensiero di Platone, caratterizzata dall'unione di aspetti di pensiero platonici e pitagorici con altri aristotelici ed anche di origine cristiana, sia in autori esplicitamente cristiani sia in pensatori polemici con il Cristianesimo stesso, che ne assorbivano però degli elementi per meglio legittimare il pensiero pagano. Il Neoplatonismo nacque in età imperiale romana e diventò la principale scuola filosofica antica a partire dal III secolo.

Il neoplatonismo andrà ad influenzare soprattutto la filosofia occidentale, distinguendosi dal platonismo di marca bizantina, rimasto più fedele al Platone della tradizione.

Nascita

Il neoplatonismo nacque in un particolare momento storico, in cui l’uomo sembrava avvertire una profonda crisi interiore e si accorgeva della caducità della realtà sensibile.[1] Era l'epoca del tardo ellenismo, un periodo di grandi difficoltà e sconvolgimenti, preludio della caduta dell’Impero romano, ma culturalmente fecondo per la varietà di correnti filosofiche e religiose da cui fu caratterizzato e per il fatto che proprio allora stava cominciando a diffondersi il messaggio cristiano mescolato con altri culti (specie orientali). Convenzionalmente il neoplatonismo viene fatto iniziare o con l'attività di Plotino di Licopoli, che visse nella prima metà del III secolo e studiò ad Alessandria d'Egitto, dove fu allievo di Ammonio Sacca, o con le stesso Ammonio. Egli, infatti, ebbe numerosi discepoli, sia pagani (come Plotino) sia cristiani (come Origene), accomunati da vari principi filosofici che ricorrono nel neoplatonismo: si ritiene pertanto che l'insegnamento di Ammonio sia all'origine del neoplatonismo stesso.

Diffusione e correnti

Il neoplatonismo si impose come corrente dominante della tarda antichità e soppiantò le altre principali correnti filosofiche imperiali, soprattutto lo stoicismo e l'aristotelismo, ottenendo una posizione di egemonia non solo tra i filosofi pagani, ma anche tra i cristiani.

Il dibattito intorno al platonismo e all'interpretazione che ne aveva dato Plotino portarono alla fondazione di diverse scuole, alcune delle quali concorrenti le une con le altre, che si situavano nei principali centri di insegnamento delle nuove dottrine. Le principali scuole neoplatoniche pagane furono:

Anche in ambito cristiano il neoplatonismo conobbe notevole diffusione, soprattutto a partire dal circolo intellettuale che si era formato a Milano verso la fine del III secolo, attorno alla figura dell'arcivescovo Ambrogio: fu grazie ai contatti con il cenacolo milanese che Agostino, il futuro vescovo di Ippona e Padre della Chiesa conobbe il pensiero dei "filosofi platonici".

Concezione della Filosofia come esegesi

Come praticamente tutte le scuole filosofiche post-ellenistiche, anche il neoplatonismo considera la filosofia prima di tutto come esegesi, cioè interpretazione dei testi. I filosofi neoplatonici non si consideravano per nulla degli innovatori, quanto piuttosto dei fedeli lettori dei dialoghi del maestro. Il loro compito non era elaborare nuove dottrine, ma portare alla luce il vero messaggio degli scritti platonici. Anche per questo, le opere che di loro ci sono giunte - e in ogni caso la maggior parte degli scritti che produssero - sono per lo più commenti ai testi di coloro che consideravano i pensatori più importanti che li avevano preceduti: Platone e Aristotele in primo luogo, ma anche la tradizione ermetica e neopitagorica.

Nonostante i loro proclami di assoluta fedeltà, i pensatori neoplatonici non vanno considerati dei semplici ripetitori: il loro pensiero porta notevoli tratti di originalità, e condizionerà fortemente l'interpretazione che della filosofia antica daranno le epoche successive. Quello che si definiva (e spesso si definisce tutt'oggi nei manuali) platonismo è in realtà la dottrina neoplatonica.

Dottrina

I punti salienti delle sistemazioni dottrinali delle varie correnti neoplatoniche e soprattutto del pensiero del massimo esponente di questa filosofia, Plotino, possono essere così schematizzati:

  • L'intero cosmo deriva la sua esistenza da un principio primo ineffabile, totalmente trascendente e buono, chiamato da Plotino "Uno" (τὸ ἕν, tò hèn).
  • La potenza infinita dell'Uno genera l'universo attraverso un processo spontaneo e necessario, chiamato processione o ἀπόρροια (apòrroia), tramite il quale l'energia vitale emanata dall'Uno penetra ovunque, formando i diversi livelli di cui è costituita la realtà: per Plotino sono l’Intelletto e l’Anima;
  • Il processo di emanazione avviene per natura, non meccanicamente o in vista di un fine deliberato, come quando l’uomo compone artificialmente più parti tra di loro, bensì in maniera organica, a partire da un principio assolutamente semplice e irriproducibile. La visione neoplatonica del mondo è pertanto agli antipodi del meccanicismo determinista, perché anti-antropomorfa;
  • Al punto più basso dell’emanazione c’è la materia, la quale è un inganno perché in realtà è un semplice non-essere. Essa è il luogo delle presenze oscure e maligne, ma è anche indice di qualcosa di superiore: è un segnale, "nunzio dell’Intellegibile", decifrando il quale l’uomo riconosce il primato dell’uno rispetto al molteplice;
  • Le anime umane sono decadute dalla loro condizione iniziale, nella quale erano unite all'anima del tutto e assolutamente libere dai bisogni del corpo. In seguito a questo atto di tracotanza, che le ha portate a volersi separare dall'anima del mondo e ad interessarsi eccessivamente del corpo a loro affidato, esse vivono in una condizione di dimenticanza e di lontananza dalla loro reale condizione, "come prìncipi in esilio".
  • Lo scopo dell'uomo si configura perciò come un cammino di liberazione dalle conseguenze della caduta, e dai falsi bisogni che la eccessiva attenzione per i corpi ha imposto alle anime. Al termine di questo percorso l'anima riacquisirà il suo status iniziale, e la coscienza della propria felicità.

A tali principi sono connessi alcuni punti chiave, che vengono ora esaminati in dettaglio:

Polarità e ciclo alessandrino

Secondo la concezione neoplatonica, il mondo è teso tra due poli: a un’estremità si trova Dio o l’Uno, che è la luce divina; all’altra c’è il buio assoluto, dove questa luce non giunge. Il buio però non esiste veramente, perché consiste soltanto in una mancanza di luce. I due estremi, dunque, sono in realtà uno solo. Questo tema della polarità che si risolve in unità, permea, come vedremo, tutto il sistema neoplatonico.

Ad esempio, l'articolarsi della realtà dal semplice al complesso ha come riflesso l’articolarsi del pensiero. Esso infatti si può svolgere in due direzioni opposte ma complementari: verso l’unità intuitiva o verso la dispersione discorsiva. Come questi due procedimenti sono solo apparentemente antitetici, così anche l’Uno e il molteplice vanno conciliati organicamente l’uno con l’altro, essendo due facce di una stessa realtà. In polemica contro le dottrine empiriste della conoscenza, il neoplatonismo sostiene che la conoscenza non deriva dall’esperienza. Tutto il sapere giace già a livello inconscio nella nostra mente per una sorta di innatismo delle idee, che si risvegliano tramite il contatto coi sensi non per una nostra volontà deliberata, ma in virtù di una reminiscenza involontaria. La vera sapienza è quella che nasce dalla ragione e non dai sensi. Anche qui tuttavia la razionalità e la sensibilità sono visti in un’ottica bipolare di complementarietà, come lo sono l’Uno e il molteplice, l’essere e il non-essere, il bene e il male. In maniera simile a un organismo, composto armonicamente di tante singole parti che sono a sua volta un uno, e nelle quali opera una particolare idea o "lògos" genetico, così anche il pensiero neoplatonico vuole partire da un principio assolutamente semplice articolandolo nella complessità, senza perdere tuttavia la visione organica d'insieme, e ritrovando ogni volta l'uno dentro il molteplice.

Analogamente, il processo di emanazione che avviene per necessità dal punto più alto a quello più basso, ha il suo contraltare nella libertà dell'uomo, il quale, unico fra tutte le creature, ha la possibilità di compiere il percorso a ritroso (epistrofé) tramite la purificazione e la catarsi. Il conflitto tra processione e contemplazione, tra la necessità dei condizionamenti in cui risiede il male, e la possibilità umana di scegliere il bene, si risolve quindi in un cerchio. Il ciclo alessandrino era appunto il processo circolare che veniva utilizzato dai neoplatonici ellenistici per descrivere le emanazioni in senso discensivo fino al punto di massima dispersione, e poi giunto alla materia si invertiva per ricominciare la "via all’insù". Questo tema della circolarità presenta inoltre molte affinità con le filosofie orientali, quali il buddhismo o il taoismo (si pensi allo yin e yang).

Teologia negativa

La polarità del mondo, costituita dalle due estremità, permetteva di stabilire un rapporto dialettico tra di esse, essendo l'una il negativo dell'altra. Ad esempio, la verità (assunta come il polo positivo) diventava definibile tramite il suo negativo, ovvero la falsità. Così, pur affermando che l'Uno si trova al di là di tutto, persino del pensiero logico, il sistema neoplatonico non intendeva presentarsi come un mero salto nell'irrazionale o nell'intuizione mistica, ma diventò anzi quella corrente filosofica che ha fornito al pensiero occidentale lo strumento critico della teologia negativa. Ricorrendo a tale strumento, la teologia neoplatonica mirava a ricucire, tramite l'uso della dialettica e della logica formale, quell'unità immediata di soggetto e oggetto, spirito e materia, che nel mondo sensibile appariva invece terribilmente frantumata in un dualismo insanabile.

L'Uno è indefinibile di per sé, in quanto se definito verrebbe delimitato; ma ci si può avvicinare a Lui dicendo piuttosto ciò che l’Uno non è, eliminando tutti quegli attributi che altrimenti lo renderebbero finito: non è volontà, né atto morale, né coscienza. L'Uno è semmai ciò che rende possibile la coscienza, la quale nella forma dell'Intelletto o Noùs ci fa accorgere della realtà fenomenica. Ma la fonte del pensiero è anche il limite del pensiero, il punto in cui questo si annichila: la sorgente della razionalità non può essere a sua volta razionalizzata, essendo realtà e ragione l'una il negativo dell'altra. La filosofia pertanto, nel ricercare la realtà ultima da cui ha origine, deve riconoscere di non essere la verità, ma solo un'emanazione di questa, e deve quindi cancellarsi negando se stessa fino a quando, uscendo da sé, ci si trovi in estasi. La filosofia culmina così nella religione; l'estasi è l'identificazione dell'anima individuale con Dio, il quale può essere posseduto solo lasciandosi possedere da Lui.

Nel neoplatonismo pagano Dio restava comunque un'entità impersonale, che si rivela indirettamente, e a cui è possibile risalire solo tramite la consapevolezza del suo contrario, cioè del falso, mentre la verità rimane qualcosa di assolutamente inconsapevole.

Assoluto come potenza

L'Uno è così da un lato inconoscibile, dall'altro però va ammesso come condizione del costituirsi della razionalità stessa, per un'impossibilità logica di dare altrimenti una spiegazione al molteplice.

Per spiegare il modo con cui l'Uno genera la dispersione, e instaura con essa un rapporto dialettico di reciproca complementarietà e polarità, si imponeva di pensare l'Assoluto non come una realtà statica e definita una volta per tutte, perché in tal caso significava oggettivarlo e renderlo conoscibile, bensì di concepirlo come potenza infinita, come attività mai conclusa che genera continuamente se stessa, e oggettivandosi crea il mondo. "Potenza" è da intendersi qui non in senso aristotelico, come passaggio all'atto (essendo l'Uno già del tutto autosufficiente in quanto causa di sé), ma viceversa come capacità di donare all'infinito la propria natura. Si trattava di una concezione nuova e originale nel panorama della filosofia greca, con tratti ancora una volta simili a quelli delle filosofie orientali. Cusano nel Quattrocento dirà in maniera simile che l'universo è l'esplicarsi in grande della potenza di Dio.[2]

Così anche Plotino concepiva l'Uno superiore allo stesso Essere (cioè superiore alla realtà oggettiva), come pura energia che per la sua sovrabbondanza trabocca, emanando da sé la seconda ipostasi dell’Intelletto, il quale genera a sua volta la terza ipostasi dell’Anima. La molteplicità viene emanata perché il momento della divisione è essenziale come quello dell'unità, essendo due termini dialetticamente legati. Il processo di emanazione non è però il risultato di un'attività finalistica o antropomorfa, perché l’Uno non si propone alcuno scopo, ma genera in maniera involontaria e spontanea. Assegnare ragioni a una tale potenza generatrice era peraltro impossibile, perché la ragione prende ad agire solo ad un certo punto della discesa in poi, cioè nella fase in cui le determinazioni intelligibili (o idee) in cui si specifica l’Intelletto divengono, attraverso l’Anima, la ragione del presentarsi in un certo modo della realtà sensibile. Al di sopra di questo livello la ragione è presente solo in forma eminente, cioè nella sua radice intuitiva unitaria, ma non sviluppa ancora un’attività discorsiva e quindi giustificatrice.

Il motivo per cui l'assoluto incondizionato si rende condizionato, dando luogo alla necessità, può essere compreso solo ricorrendo ad analogie, immaginando ad esempio l'Uno come volontà che radia all'esterno di sé il risultato della sua natura attributiva (essendo la natura della volontà quella di volere), o come un sole che emana la luce fuori di sé.

La necessità della dispersione scende quindi fino al punto più basso rappresentato dalla materia: anche il male in essa presente ha perciò una sua causa, perché sottostà ad una necessità cieca, ed è pertanto inevitabile; è il regno dell’apparenza e degli inganni del mondo, dal quale il filosofo cerca di risollevare gli uomini, indicando loro la via della salvezza e della libertà.

Vitalità del mondo

L'idea centrale del neoplatonismo è che la natura, in quanto generata dalla potenza infinita dell'Uno, non è una combinazione meccanica e accidentale di più parti, ma è animata da un’unità interiore che obbedisce alle leggi che essa stessa si dà, e autodeterminandosi si articola nel molteplice. Questa unità vitalizzatrice veniva chiamata "anima del mondo", un concetto filosofico destinato ad avere molta fortuna in Occidente. In virtù di questo principio, tutto l'universo era concepito armonicamente come un unico grande Organismo, penetrato da energie spirituali, e nel quale anche gli oggetti apparentemente inanimati sono dotati di vita propria. Ciò avviene perché ogni elemento della realtà risulta animato da un particolare lògos o idea, che rappresenta la ragione del suo costituirsi: le idee platoniche erano viste cioè come il principium individuationis degli organismi, come la forza che li differenzia "plasmandoli" per così dire dall'interno secondo un fine prestabilito, in maniera simile all’entelechia aristotelica, o ai caratteri genetici di un individuo.

Le idee inoltre sono al contempo causa essendi e causa cognoscendi, ovvero rappresentano la causa per cui il mondo risulta fatto così, e grazie a cui possiamo conoscerlo. In esse pertanto si trova anche il fondamento soggettivo del nostro pensare: per i neoplatonici il pensiero non è un fatto, un concetto collocabile in una dimensione temporale, ma un atto fuori dal tempo. Il pensiero pensato, posto cioè in maniera quantificabile e finita, è per essi un'illusione e un inganno, perché nel pensare una realtà sensibile, questa non si pone come un semplice oggetto, ma è in realtà soggetto che si rende presente al pensiero. In altri termini, la caratteristica principale del pensiero è quella di possedere la mente, non di essere posseduto, e comporta dunque il rapimento della coscienza da parte del suo stesso oggetto.

Ancora una volta soggetto e oggetto erano visti così come i poli di un'unità, senza la quale nulla è pensabile, e nulla può vivere. Qualunque vivente infatti, a differenza di un ingranaggio, non può essere spaccato, altrimenti muore, senza poter essere ricomposto. Il "semplice" che è alla base del complesso non può essere un’entità materiale, perché qualunque oggetto esteso spazialmente può essere pensato diviso a metà. La polemica dei neoplatonici fu rivolta di conseguenza contro il meccanicismo democriteo, secondo cui tutta la realtà è composta di singole parti o atomi, che combinerebbero esternamente e meccanicamente gli organismi, in un modo per così dire artificiale. Secondo i neoplatonici invece, gli atomi non possono costituire il principio primo perché sono a loro volta potenzialmente divisibili; la vita nasce non in forma meccanica o programmabile, ma da un principio semplice, autònomo e immateriale, che non opera "deliberando" né è riproducibile pragmaticamente nei suoi passaggi. Esso origina i molti dall’uno; l’uomo invece costruisce artificialmente l’uno a partire dai molti. Schopenhauer nell’Ottocento dirà similmente che la vita viene da una volontà non progettuale e pertanto "cieca". Questo principio è l'anima, che è il vero centro della persona. L'anima funge da tramite: da un lato è rivolta verso l'unità superiore dell'intellegibile, ma per la sua cecità è portata a discendere disperdendosi nel molteplice; essa ha così una doppia natura, fonte di lacerazioni e dualismi.

Esoterismo e gerarchie cosmiche

I cardini del sistema neoplatonico sono posti in tal modo nell'attenzione alla strutturazione ontologica del mondo, nella sempre più marcata separazione tra il mondo sensibile, imperfetto, e il mondo noetico perfetto e primo, e nella ricerca del cammino di liberazione che l'anima deve percorrere per ritrovare la sua condizione originaria.

Poiché soltanto l’anima del sapiente sa compiere però una tale ascesa, si viene a creare una profonda differenza tra i pochi eletti che riescono a raggiungere la salvezza e la moltitudine dei sofferenti che, incapaci di raggiungerla, restano ciechi alla luce; la filosofia neoplatonica assume così i connotati di una dottrina esoterica rivolta solo a pochi iniziati.

Tutti questi elementi erano per i pensatori neoplatonici già contenuti nelle opere di Platone. Per esempio, nella parte finale del Parmenide Plotino leggeva la sua dottrina delle ipostasi, mentre il percorso di liberazione poteva facilmente essere dedotto dalle dottrine contenute nel Fedone o nella Repubblica, come per esempio il famoso mito della caverna.

Al suo interno il pensiero neoplatonico conobbe un dinamismo, che portò a rivedere le interpretazioni precedenti e ad elaborare nuove dottrine. Con il pensiero di Giamblico alcuni cardini della filosofia di Plotino — come la discussa dottrina dell'anima non discesa — vennero abbandonati, mentre si fecero più forti il disprezzo per la corporeità e l'afflato religioso. Giamblico sostenne l'importanza della teurgia, un insieme di pratiche magiche, in parte dedotte dalla tradizione ermetica, che permettevano all'anima dell'uomo di mettersi in contatto con i livelli superiori della realtà.

Un'altra tendenza sempre più marcata fu la gerarchizzazione del cosmo: le tre ipostasi plotiniane (dopo l'Uno la realtà conosceva i livelli dell'Intelletto, dell'Anima e del mondo sensibile) vennero al loro interno divise in più sotto-livelli. Anche qui si riteneva che la maggior parte delle anime riuscissero a percepire unicamente l'aspetto materiale e fenomenico della realtà fermandosi al livello più basso, mentre soltanto pochi uomini fossero in grado di vedere, col pensiero e non coi sensi (arguendole per via negativa), le varie gerarchie in cui è strutturato l'universo. Nei pensatori più tardi, per esempio Proclo, ad ognuno degli aspetti della processione derivante dall'Uno venne quindi associata una divinità del pantheon ellenistico.

Così nonostante la sua concezione monistica veniva salvato al contempo l'impianto del politeismo tradizionale, e fu per questo che il neoplatonismo pagano, a partire se non dal suo fondatore, quantomeno da Porfirio e Giamblico, lottò strenuamente contro la diffusione sempre più forte della religione cristiana, contestando i presupposti teologici del pensiero della Chiesa, come la dottrina dell'incarnazione o quella della Trinità. Se ne trova eco nella polemica tra Celso e Origene, testimoninata dal Contra Celsius di quest'ultimo.

La battaglia raggiunse l'apice sotto l'impero di Giuliano, che cercò di rifondare il culto pagano rileggendolo sulla base della filosofia neoplatonica. Dopo il suo fallimento, il neoplatonismo, pur battuto, continuò a sopravvivere, e arrivò a produrre alcuni dei suoi più importanti pensatori nello stesso ambito cristiano.

Eredità e sviluppi

Il neoplatonismo ha influito sulla cultura occidentale in maniera determinante anche se spesso velata; il posto che occupa nella storia della filosofia è ancora oggi tutto da studiare. Le forme nuove con cui esso ciclicamente si ripresenta rivelano una sostanziale continuità, venendo a costituire così una sorta di cerniera tra la filosofia antica, l’età imperiale, il medioevo e l’età moderna. La sua nascita nell’ambiente fecondo della cultura ellenista ha contribuito inoltre a sviluppare un tipo di conoscenza scientifica che ha dato avvio, attraverso Archimede, e poi tramite gli alchimisti rinascimentali, alla scienza moderna.

Il neoplatonismo cristiano

L'influsso del pensiero neoplatonico può essere rintracciato già nella Patristica. Agostino in particolare è considerato il capostipite del neoplatonismo cristiano occidentale. In lui si ritrova ad esempio il tema tipicamente neoplatonico della polarità/unità nel rapporto che egli instaura tra la fede e la ragione, tra dubbio e verità: pur essendo due termini apparentemente antitetici, essi si conciliano l’uno con l’altro, perché non si può dubitare senza con ciò ammettere l’esistenza di una verità che al dubbio si sottrae. Alla reminiscenza platonica, inoltre, Agostino sostituì la dottrina dell’illuminazione: le idee si rivelano non per un atto deliberato dell’uomo, ma per una loro autonoma volontà. Concetto questo più facilmente accettabile da Plotino, per la sua teoria dell’involontarietà e del carattere inconscio del pensiero umano, che da Platone. Come in Plotino, inoltre, Agostino identifica il male con il non-essere: egli salva in questo modo il dualismo tra Dio e materia evitando la caduta nel manicheismo, poiché il non-essere non è una realtà vera e propria contrapposta all’essere, ma è solamente assenza, mancanza di luce.

Nello Pseudo-Dionigi l'Areopagita la polarità neoplatonica la si ritrova nella contrapposizione tra la positività di Dio, cioè la possibilità di avvicinarsi a Lui indefinitamente, tramite l’accrescimento all’infinito di tutte le proprietà della realtà finita, e la sua negatività, ovvero l’impossibilità di parlare comunque di Lui in qualche modo, di determinarlo in maniera finita.

Anche Scoto Eriugena si riallaccia al tema dualistico del rapporto tra fede e ragione, soggetto e oggetto, risolvendolo in un cerchio.

Da un punto di vista teologico, si può dire in generale che avviene un profondo cambiamento rispetto alla prospettiva pagana. L’Uno viene visto ora come un Dio personale, e non più come un atto impersonale che genera per necessità. La difficoltà di spiegare il processo di emanazione, cioè il motivo che spinge Dio a creare il mondo, viene superato così dall’idea dell’Amore e del dono: Dio crea perché ama. È un amore non più identificabile con l’eros ascensivo, ma con un amore discensivo, indicato col termine agape, una parola di derivazione ebraica che non trovava corrispondenza nel greco antico. Il rapporto tra ascesi e discesa, filosofia e religione, aspetto personale e impersonale di Dio, veniva comunque a sua volta fatto rientrare in quella prospettiva bipolare di cui si è parlato. Il carattere degradante della trinità plotiniana, che consisteva nella subordinazione dell’Anima all’Intelletto, e di quest’ultimo all’Uno, venne sostituito (già da Origene nel III secolo) con la consustanzialità delle tre ipostasi. La Persona del Figlio veniva facilmente identificata col Noùs, e lo Spirito Santo con l’Anima, in un rapporto paritario e non più di subordinazione. Col Cristianesimo viene riscattato anche il giudizio negativo che i neoplatonici avevano dato della materia: non solo il "mondo di lassù" ha valore, ma anche quello terreno, perché frutto dell'amore di Dio. In epoca scolastica i neoplatonici di maggior rilievo furono Alberto Magno, San Bonaventura, Duns Scoto, e gli esponenti della mistica speculativa tedesca, ad esempio Meister Eckhart, influenzato da Alberto Magno; questi ultimi accentuarono il carattere apofatico di Dio. Nello stesso San Tommaso d'Aquino sono state rilevate tracce di neoplatonismo.

Ma una vera e propria ripresa delle idee neoplatoniche si ebbe durante l’Umanesimo e il Rinascimento, quando esse arrivarono a caratterizzare quasi tutta la filosofia rinascimentale, e durante il quale verranno sottoposte a deformazioni ermetiche, magiche ed esoteriche, senza tuttavia smarrire la loro struttura logica di fondo, costituita dal metodo critico della teologia negativa. La rinascita del neoplatonismo fu favorita in particolare dall’influsso della cultura bizantina; la filosofia rinascimentale tuttavia non si limitò a recepire il platonismo greco, ma lo rielaborò integrandolo non solo col neoplatonismo già presente in ambito occidentale, ma anche con l’aristotelismo. Platone, Aristotele e Plotino si ricongiunsero così nella città di Firenze, culla dell’Italia rinascimentale. Il neoplatonismo conobbe allora una notevole diffusione in quasi tutti gli ambienti culturali, anche al di fuori delle scuole o delle accademie. Soprattutto Cusano, Ficino, e Pico della Mirandola contribuirono alla sua grande rinascita.

Ficino in particolare diede vita a un'accademia con l'intento di far rivivere la tradizione neoplatonica, da lui concepita come pia philosophia, cioè una sorta di divina rivelazione filosofica e religiosa che percorre un intero filone spirituale, da Platone fino al Cristianesimo.

Sul piano filosofico, venne recuperata in particolare la concezione secondo cui tutti gli aspetti della realtà materiale partecipano dell’idea o lògos che li fa essere così, il che portava a considerarli come entità vive, dominati da una vita autonoma. Vi fu dunque un ritorno al concetto di Anima Mundi, identificata colla Terza Persona della Trinità cristiana (lo Spirito Santo), quale principio vivificante e unificatore della molteplicità sensibile.

Nel Cinquecento, un pensatore di primo piano fu Giordano Bruno, che interpretò il neoplatonismo in un'ottica panteista, e fece propria la concezione della filosofia come Eros: secondo Bruno la verità oggettiva è tale solo quando si fa vita nel soggetto. Un altro esponente di rilievo fu Campanella, il quale pure vedeva l'universo intimamente penetrato da energie spirituali e senzienti, ma conciliando il neoplatonismo con l'aristotelismo tomista.

Nel Seicento l’ontologia neoplatonica, basata sull’identità di essere e pensiero, cominciò invece a entrare in crisi col dualismo elaborato da Cartesio tra res cogitans e res extensa. Il cogito ergo sum cartesiano proponeva l’idea di una ragione che si pone esternamente rispetto all’oggetto della sua indagine, dissolvendo così l’unità immediata di soggetto e oggetto. Nella ricerca della verità, cioè, il soggetto non risultava più coinvolto.

Ma fu poi lo sviluppo dell’empirismo anglo-sassone e del meccanicismo newtoniano, che riproponevano il determinismo di Democrito (storico avversario del neoplatonismo) ad avversarlo sul piano della conoscenza e in generale della visione del mondo.

Il neoplatonismo rimase tuttavia fortemente presente nella cultura popolare, continuando a mescolarsi con elementi magici, esoterici, gnostici e astrologici che, pur avendo poco a che fare col suo impianto filosofico, gli permisero di esercitare ancora notevoli influssi sulla vita e sul pensiero dell’Occidente, durante tutto il Seicento e il Settecento. Esso, fondendosi con le nuove istanze del razionalismo moderno, riemerse ad esempio con Spinoza, che ripropose in forma dogmatica e panteista l’unità immediata di essere e pensiero, ricucendo così il dualismo cartesiano. Con Leibniz, dove ritrovò nel complesso sistema delle Monadi l'articolarsi armonico dell'Uno nel molteplice. E con Vico, ancora in funzione anti-cartesiana, il quale applicò le idee platoniche alla storia, da lui concepita come uno sviluppo in divenire delle verità eterne.

Fu poi soprattutto con l’idealismo tedesco che il neoplatonismo godette di nuova fioritura. Già Kant aveva riattirato l’attenzione sull’unità suprema dell’io penso, attività unificante di soggetto e oggetto, seppure su un piano unicamente gnoseologico. Fichte invece fece dell’Io il fondamento non solo gnoseologico, ma anche ontologico della realtà, riproponendo così le caratteristiche dell’idea platonica, fondamento sia della conoscibilità del reale che della sua esistenza, secondo il tipico schema della teologia negativa. Fichte instaura un rapporto dinamico e dialettico tra io e non-io: la reciproca contrapposizione tra questi due opposti è tuttavia apparente, perché il non-io è posto inconsciamente dall'io supremo, così come in Plotino l'Uno emanava da sé il molteplice.

Schelling

La stessa complementarietà la si ritrova in Schelling: Spirito e Natura sono i due momenti antitetici, e tuttavia funzionali l'uno all'altro, in cui si esplica l'attività dell'Assoluto.

L'assolutizzazione della dialettica da parte di Hegel, invece, che ravvisò nella mediazione della ragione il punto di unione dei due princìpi opposti (anziché nell'immediatezza dell'intuizione), finì col lacerare l'organicità unitaria del neoplatonismo. Con Hegel infatti soggetto e oggetto ridiventano, come già in Cartesio, due momenti distinti, il cui tratto d'unione non si trova non più nell'indifferenza originaria, ma è una conseguenza dell'opera mediatrice della ragione.

Prima Schelling e poi Schopenhauer si opposero al sistema hegeliano, che riduceva di fatto la verità a un semplice pensato oggettivabile e quantificabile, riproponendo la visione neoplatonica di un atto inconscio originario dal quale ha origine la vita, la cui impossibilità di razionalizzarsi e di far rientrare totalmente l'Essere nell'Idea è causa della sofferenza.

Sempre nell'Ottocento, il neoplatonismo andava ad influenzare i Platonici di Cambridge e i Trascendentalisti americani (soprattutto Emerson e Thoreau). Fu inoltre proprio nell'Ottocento che Friedrich Schleiermacher, esponente minore dell'idealismo tedesco, coniò per la prima volta il termine neoplatonismo per distinguerlo dal platonismo.

Nella seconda metà del XIX secolo l'influsso del neoplatonismo e della sua concezione circolare può essere ancora rintracciato nel tema nietzschiano dell'eterno ritorno.

Nel Novecento il neoplatonismo riaffiora infine con Bergson, in una rinnovata polemica contro il determinismo e il materialismo. Bergson torna infatti ad affermare che la vita biologica, come del resto la coscienza, non è un semplice aggregato di elementi composti che si riproduce in maniera sempre uguale a se stessa. La vita invece è una continua e incessante creazione che nasce da un principio assolutamente semplice, non rieseguibile deliberatamente, né componibile a partire da nient'altro.

Sempre nel Novecento il neoplatonismo influenzò anche la psicanalisi di Carl Gustav Jung, in particolare la nozione di inconscio collettivo. Secondo Jung nell'inconscio sono presenti sin dalla nascita degli archetipi, simili alle idee platoniche o alle kantiane "forme a priori". Jung diede vita a una psicologia analitica che, diversamente da quella freudiana, voleva essere oltre che uno strumento per guarire dalle patologie mentali, una specie di filosofia di vita con cui poter cogliere le infinite potenzialità espressive dell'anima.

L'estetica

Notevole importanza riveste la concezione estetica del neoplatonismo, secondo cui la bellezza è uno dei principali strumenti di elevazione verso l'Idea. Nonostante Platone avesse alquanto svalutato l'arte, la sua filosofia era animata da una tensione ideale espressa in forma poetica e fervidamente artistica, che venne fatta propria dal suo allievo Plotino. La musica soprattutto, e l'amore (sublimato però dalla sua componente sessuale) hanno per costui la capacità di farci volgere al "mondo di lassù". Per Plotino, l'alunno delle Muse si accorge che belli non sono i corpi ma il principio che li fa essere tali, e che la bellezza consiste in una simmetria delle parti, le une rispetto alle altre e ognuna rispetto all'insieme. L'armonia del bello non risulta però da relazioni estrinseche tra le varie componenti, ma nasce da una semplicità assoluta, da un principio intelligente e unitario come appunto l'Idea.

L'estetica neoplatonica poggia dunque sulla teoria fondamentale di Plotino, cioè che il complesso è unitario solo quando nasce dal semplice, non quando se ne mettono insieme le parti.

Questa concezione fu importantissima nell'influenzare l'estetica rinascimentale, la quale vedeva nell'artista l'intermediario di una realtà trascendente, in cui avviene il "prodursi" (cioè letteralmente il presentarsi innanzi) di un valore superiore, non strumentale alla contemplazione ma coincidente colla contemplazione stessa. Botticelli, Michelangelo, Raffaello, Tiziano[3] vollero esprimere al massimo nelle loro opere questo ideale sublime di armonia e perfezione. Anche i Medici e numerosi altri artisti della Firenze rinascimentale si rifecero ai canoni neoplatonici.

Questa visione estetica tornò in auge durante il Romanticismo, insieme con l'ideale di organicità e di armonia che si realizza, diceva Kant, quando «la natura dia la regola all'arte» (Critica del Giudizio). Per i romantici, e in particolare per Schelling, l'Assoluto, in quanto è l'assolutamente immediato, è attingibile solo al di là dell'opera mediatrice della ragione, quindi solo attraverso il sentimento o un pensare intuitivo che superi la ragione stessa.

Un certo neoplatonismo estetizzante è rintracciabile ancora nelle correnti decadentiste e irrazionali a cavallo tra Ottocento e Novecento; in D'Annunzio ad esempio è costante il riferimento al desiderio di un'unione totale con l'Anima del mondo (panismo), attraverso la ricerca di un piacere sensuale.

Note
  1. Cfr. G. Faggin, introduzione a La presenza divina (v. bibliografia).
  2. Concetto espresso da Cusano nel significato teologico di Dio come posse ipsum, scilicet omnis posse, «potere stesso, cioè il potere di ogni potere» (cfr. Cusano, De apice theoriae, in AA.VV., La persona e i nomi dell'essere, Vita e Pensiero, 2002, p. 880).
  3. v. Augusto Gentili, Da Tiziano a Tiziano. Mito e allegoria nella cultura veneziana del Cinquecento, Bulzoni, Roma 1996
Bibliografia
  • Plotino, La presenza divina, introduzione e antologia a cura di G. Faggin, D'Anna editrice, Messina-Firenze 1967, ISBN 88-8104-436-6
  • Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana - Vol. 8: Plotino e il neoplatonismo pagano, Bompiani, Milano 2004
  • Cleto Carbonara, La filosofia di Plotino, Ferraro, Napoli 1954
  • Vittorio Mathieu, Come leggere Plotino, Bompiani, Milano 2004
  • Werner Beierwaltes, Platonismo e idealismo, trad. di Elena Marmiroli, Il mulino, Bologna 1987
  • Mubabinge Bilolo, Fondements Thébains de la Philosophie de Plotin l'Égyptien, Kinshasa-Munich-Paris 2007, ISBN 978-3-931169-00-8
  • Philip Merlan, Dal Platonismo al Neoplatonismo, introduzione di G. Reale, traduzione di E. Peroli, ed. Vita e Pensiero 1994, ISBN 88-343-0805-0
  • Nuccio D'Anna, Il neoplatonismo. Significato e dottrine di un movimento spirituale, Il Cerchio, Rimini 1989
  • Christian Vassallo, La dimensione estetica nel pensiero di Plotino. Proposte per una nuova lettura dei trattati "Sul bello" e "Sul bello intelligibile", Giannini, Napoli 2009 ISBN 978-88-7431-431-7
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