Padre Cristoforo

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Padre Cristoforo da Cremona, O.F.M. Cap.
Frate
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al secolo Lodovico Picenardi
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Raffigurazione artistica di fra Cristoforo da un'edizione de I promessi sposi.
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Titolo
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Età alla morte 62 anni
Nascita Cremona
1568
Morte Milano
10 giugno 1630
Sepoltura
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Collegamenti esterni

Padre Cristoforo da Cremona, al secolo Lodovico Picenardi (Cremona, 1568; † Milano, 10 giugno 1630) è stato un religioso dell'ordine dei Frati Minori Cappuccini italiano, morto durante l'assistenza agli appestati nel lazzaretto di Milano nel 1630. È universalmente noto per essere figura ispiratrice del savio, caritatevole e integerrimo fra Cristoforo del romanzo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, dove è confessore e difensore di Lucia, freno contro gli spropositi di vendetta violenta di Renzo.

Personaggio letterario

Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni rappresenta un protagonista principale, ricorrente in vari capitoli del romanzo, figura integerrima e granitica contrapposta in particolare al pavido curato don Abbondio.

Nel c. 3 viene detto risiedere al convento cappuccino di Pescarenico (Lecco), confessore di Lucia.

Nel c. 4 («E chi era questo padre Cristoforo?») Manzoni racconta la sua vita. Lodovico, figlio di un mercante di *** (Cremona nella prima edizione del Fermo e Lucia), era un giovane ozioso «e s'era dato a viver da signore». Con indole «onesta insieme e violenta», «sentiva un orrore spontaneo e sincero per l'angherie e per i soprusi», ed era «protettor degli oppressi e un vendicator de' torti». Un giorno Lodovico passeggia col servo Cristoforo e incontra un tale aristocratico arrogante col quale disputa per «dar passo» (spostarsi per lasciare passare l'altro), e dopo un puerile battibecco («nel mezzo vile meccanico», «voi mentite ch'io sia vile», «tu menti ch'io abbia mentito») e venuti alle armi il servo Cristoforo difende il padrone, è ucciso dal prepotente, che è ucciso da Lodovico. La folla accorsa e compiacente («ha ucciso un birbone superbo») invita Lodovico a riparare presso i cappuccini (diritto d'asilo). Poi Lodovico con sincero dolore e pentimento matura la vocazione cappuccina, pronto alla richiesta di scuse con la famiglia del morto. In una cerimonia pubblica e solenne la famiglia del morto, pronta ad umiliare Lodovico, è spiazzata dalla sua sincera umiltà («certo, certo, io le perdono di cuore», «quasi quasi gli chiedevo scusa io»), ripiena della gioia serena del perdono e della benevolenza, donando a Lodovico il pane del perdono. Per la sua tempra a Lodovico - fra Cristoforo furono poi assegnati compiti per «accomodar le differenze e proteggere gli oppressi».

Nel c. 6 fra Cristoforo si reca da don Rodrigo e chiede giustizia e libertà per Lucia, e l'opposizione del signorotto («quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica so benissimo andare in chiesa») causa la solenne e ferma minaccia del frate: «Verrà un giorno...», immediatamente interrotta da Rodrigo. Torna dai promessi sposi con un nulla di fatto e invita Renzo alla pazienza.

Nel c. 8, dopo il fallito matrimonio a sorpresa presso don Abbondio (all'insaputa di Cristoforo), Renzo Lucia e Agnese si rifugiano presso il convento di fra Cristoforo a Pescarenico. Un frate sconsiglia l'ingresso di donne nel convento di notte, ma Cristoforo ribatte «Omia munda mundis» (Tt 1,15, «tutte le cose sono pure per i puri»). Cristoforo invia le donne a Monza e Renzo a Milano.

Nel c. 18 il conte Attilio, d'accordo con don Rodrigo, si reca presso il potente «conte zio» a Milano. Presenta (con mezze verità) lo scontro tra don Rogrigo («il torto non è dalla parte di mio cugino») e fra Cristoforo, assassino fattosi frate per scampare la forca, mettendolo in cattiva luce con frasi allusive (protegge «una contadinotta di là, e ha per questa creatura una carità, una carità... non dico pelosa, ma una carità molto gelosa, sospettosa, permalosa») e suggerisce «di far cambiare aria al frate».

Nel c. 19 il conte zio invita a pranzo il padre provinciale («due potestà, due canizie, due esperienze consumate») e gli parla dello scontro tra fra Cristoforo («l'abito non fa il monaco») e il nipote don Rodrigo. Il padre dopo un'iniziale sospettosa prudenza («quando un povero frate è preso a noia da voi altri [...] subito, senza cercar se abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare») decide di inviarlo a Rimini («sopire, troncare»), non per punizione ma per prudenza («abbiam spento una favilla che poteva destare un grand'incendio»).

Nel c. 33 Cristoforo compare minaccioso nel sogno del febbricitante appestato don Rodrigo.

Nel c. 35. nel lazzaretto di Milano Renzo incontra fra Cristoforo visibilmente ammalato, giunto a Milano da Rimini per servire gli appestati. Gli chiede di Lucia, e «se la peste non ha già fatto giustizia [...] la farò io la giustizia!» (uccidendo don Rodrigo). Cristoforo rimprovera Renzo strappandogli il perdono e lo conduce da don Rodrigo appestato.

Nel c. 36 Cristoforo spiega a Lucia l'invalidità del voto («voi non potevate offrirgli la volontà d'un altro, al quale v'eravate già obbligata»), e alla di lei richiesta Cristoforo scioglie il voto benedicendoli («amatevi come compagni di viaggio»).

Nel c. 37 si apprende che Cristoforo era morto di peste.

Personaggio storico

Come comprensibile diversi letterati e storici hanno cercato corrispondenze reali per il personaggio manzoniano, ricostruendo idealmente le ricerche del Manzoni.

È verosimile che il Manzoni abbia fatto coincidere fra Cristoforo con il nobile cremonese Lodovico Picenardi, figlio di Giuseppe e di Susanna Cellana, battezzato il 5 dicembre 1568, simile al Lodovico manzoniano per la giovinezza audace e scapestrata.

Cristoforo morì nel lazzaretto di Milano il 10 giugno 1630 "di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, avendo servito con molto fervore di carità et essempi religiosi a' poveri apestati".

Bibliografia
  • Eduardo Melfi, "Cristoforo da Cremona", in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 31 (1985), online
Voci correlate

Suggerimenti



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