Fanino Fanini

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Fanino Fanini
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Età alla morte circa 30 anni
Nascita Faenza
1520 ca.
Morte Ferrara
22 agosto 1550
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Collegamenti esterni

Fanino Fanini (meno noto col nome proprio Fannio Camillo; Faenza, 1520 ca.; † Ferrara, 22 agosto 1550) è stato un fornaio e predicatore italiano, "uno dei più famosi protestanti italiani nei primordi della Riforma",[1] impiccato e bruciato come eretico.

Fonti storiche

Importante fonte storica è l'opera del riformato Giulio da Milano "La vita e la mora di Fanino martire", nella sua Esortatione al martirio (1552), che dichiara d'aver narrato la biografia di Fanino sulla base di un documento stilato da un suo diretto conoscente. Il taglio dell'opera è chiaramente apologetico e confessionale in senso filo-luterano.

Importanti ricerche di archivio utili a sentire anche la "campana" cattolica sono state svolte dallo storico faentino Francesco Lanzoni (1926), e di recente da Lucia Felici per la voce su Fanini del Dizionario Biografico degli Italiani (1994).

Contesto

Assieme a Modena, Lucca, e Trento, la città romagnola di Faenza fu segnata da "una consistente adesione al movimento filoriformatore di esponenti della nobiltà vecchia e nuova"[2] Le idee luterane approdarono a Faenza in particolare nel 1538 con la predicazione di Bernardino Ochino, all'epoca vicario generale dell'Ordine dei frati minori cappuccini, che nel 1542 aderì pienamente alla Riforma lasciando il saio. Così scriveva il gesuita Pascasio Broët a Francesco Saverio da Faenza il 1° marzo 1545: "Molti huomini et donne sonno in questa città, quali sono machiati di questa dottrina lutherana, qual hanno seminato alcuni predicatori passati, maxime frate Bernardino Ochino da Siena".[3]

Famiglia

Fanino nacque a Faenza in una data ignota, convenzionalmente fissata attorno al 1520.[4] I genitori erano Melchiorre Fanini e Chiara Brini. I Fanini erano popolani ma agiati, fornai da alcune generazioni. Possedevano una casa nella parrocchia di S. Stefano, una vigna e qualche altro appezzamento di terreno. La madre aveva portato in dote la somma piuttosto cospicua di 100 scudi d'oro, che le fu restituita alla morte del marito, avvenuta dopo il 7 ottobre 1546.

Fanino fu l'unico beneficiario dell'eredità paterna: il fratello Giuseppe era diventato prete, la sorella Bianca si era sposata con tal Virgilio Raccagni, e il testamento paterno andò a beneficio di Fanino. Questo aveva continuato il mestiere di fornaio del padre e si era sposato nel 1542 con Barbara Baroncini, che gli portò la discreta dote di 266 lire bolognesi. Ebbero due figli: Giovanni Battista, nato nel 1544 circa e già morto il 3 ottobre 1562, e Giulia, che nel 1566 risulta sposata a tal Giulio Milzetti e forse morì prima del 27 gennaio 1578.

L'inventario postumo dei beni di Fanino,[5] redatto il 19 settembre 1552, lo indica come persona agiata: possedeva sette appezzamenti di terreno e una casa fornita di comoda suppellettile.

Adesione alla Riforma

Non risulta da alcun documento il periodo esatto nel quale Fanini cominciò a orientarsi verso le nuove idee religiose. I biografi fanno di solito riferimento alla possibile influenza del Beneficio di Cristo del benedettino Benedetto Fontanini da Mantova (1543) e della Tragedia del libero arbitrio del luterano ex benedettino Francesco Negri da Bassano (1546). Si trattava comunque di opere con una certa diffusione. Parimenti non è chiaro l'eventuale influsso su Fanino da parte di predicatori itineranti, come Ochino.

La tradizione agiografica protestante gli attribuisce un'eccezionale conoscenza delle Scritture, tale da consentirgli di citarle diffusamente a memoria. Testimoni d'accusa gli attribuirono il possesso e la conoscenza di "molti libri contagiosi".[6] Secondo lo storico Francesco Lanzoni, "egli accettò i sistemi teologici d’oltralpe e se ne fece appassionato e animoso propagatore, forse più per dispetto contro l’ignavia, l’ignoranza e i vizi intollerabili del clero contemporaneo che per altre ragioni".[7]

Predicazione e arresto

Secondo Giulio da Milano subito dopo la conversione al protestantesimo Fanini si diede a un'intensa propaganda segreta.

Venne arrestato nel 1547, fu processato una prima volta dall'inquisitore Alessandro da Lugo e, "liberato per pietà", fu "bandito da Faenza et dalle terre dj santa Chiesa romana per conto d'haeresia, con speranza si dovesse emendare".[8] Giulio da Milano non descrive la liberazione come un atto di misericordia della Chiesa, ma scrive che Fanini aveva abiurato "per le preghiere dei congiunti", e che, pentitosi, "per fare ammenda del suo errore voleva tanto più magnificamente confessare Dio. E così se ne andò per la Romagna predicando apertamente in ogni città".[9]

Anche se, dati alla mano, "ogni città" della Romagna sembra doversi ridurre alla sola Bagnacavallo, l'efficacia della seppur breve e limitata predicazione di Fanini è attestata anche da una lettera del 27 febbraio 1549, scritta in occasione del suo secondo arresto, dall'inquisitore Giovanni Antonio Delfini al cardinale Marcello Cervini (poi papa Marcello II). In essa l'inquisitore definisce Fanini come "capo di setta",[10] attivo assieme a tali Barbone Morisi e Giovan Matteo Bulgarelli.

L'interrogatorio di sette suore del convento di Santa Chiara di Bagnacavallo, avvenuto probabilmente tra il 18 maggio e il 23 ottobre 1548,[11] permette di ricostruire il contenuto della predicazione di Fanini: l'eucaristia non ha fondamento nelle Scritture; la messa era un'invenzione a scopo di lucro; l'ordine sacro non è un sacramento ("non fu mai altro sacerdote che Christo"); le intercessioni dei santi non sono utili e quindi non è valido il loro culto (in particolare le suore "dicono che San Francesco non hebbe le stigmate da Christo, ma ch'egli se le fece con un cortellino, per ingannare il mondo").

Da altre dichiarazioni delle stesse suore risulta quanto la predicazione di Fanini fosse stata persuasiva: molte di esse si dichiarano esplicitamente "lutherane"; tutte contestavano gli aspetti quotidiani della regola, negando la validità della recita dell'ufficio e del rosario, la pratica del digiuno, i fondamenti della stessa vita claustrale. Tale opera di persuasione era avvenuta mediante la proposta di molti libri eterodossi da parte di Fanini.

Dopo una breve detenzione nella rocca di Lugo fu trasferito a Ferrara, che all'epoca estendeva il suo dominio fino a Bagnacavallo, sede dell'arresto.

Processo e morte

Nei diciotto mesi intercorsi tra l'arresto (febbraio 1549) e l'esecuzione della condanna (agosto 1550), il processo di Fanini suscitò attenzione e interventi per la sua liberazione. Figura chiave è stata la duchessa Renata di Francia, moglie del duca d'Este Ercole II, la quale conobbe e sostenne personalmente Calvino e aveva già sostenuto economicamente la predicazione di Fanini.[12]

In primo luogo il conte di Parma Camillo Orsini, personaggio di prestigio legato da tempo alla corte estense e poi accusato di simpatie protestanti, il 9 marzo del 1549 propose a Ercole di consegnare a lui l'inquisito, e un secondo tentativo si ebbe nel gennaio del 1550. Il 7 ottobre 1549 la duchessa Renata di Francia si rivolse direttamente al marito Ercole chiedendo la liberazione del "povero Fanin".[13]

L'umanista e protestante ferrarese Olimpia Morata, dal suo esilio in Germania, aveva fatto pressione all'amica Lavinia Della Rovere (nuora di Camillo Orsini) per intervenire sia a Roma sia presso Ercole d'Este perché Fanini venisse liberato.[14]

Da Roma venne invece la richiesta di estradizione. Pochi giorni dopo l'arresto di Fanini il cardinale Alessandro Farnese (il Giovane) chiese a Ercole II la consegna del prigioniero, affinché "si possa anco per suo mezo rinvenire di molti complici".[15] In risposta alla richiesta, il duca diede assicurazione (26 marzo 1549) che Fanini a Ferrara sarebbe stato processato con rigore e promise che sarebbe stato estradato a Roma, qualora "si justificasse talmente" da essere assolto.[16]

Intanto era stato costituito un tribunale nel quale, con una procedura inconsueta, l'inquisitore di Ferrara Girolamo Papino veniva affiancato, per disposizione del duca, da un rappresentante dei domenicani, da un rappresentante dei frati minori, da un rappresentante della curia ferrarese e da tre consiglieri di giustizia della corte ducale. Risulta che il cardinale Cervini fosse favorevole a questa procedura.

Il tribunale il 25 settembre 1549 giudicò Fanini, in quanto relapso, colpevole di morte per impiccagione e rogo. La condanna non fu subito eseguita poiché Ercole aveva interpellato il papa se non desiderasse mitigare la pena, ma ne ottenne un rifiuto. Intanto il voluto differimento dell'esecuzione da parte di Ercole Il trovò giustificazione nella morte di Paolo III. Ercole, di ritorno a Ferrara dopo la partecipazione all'incoronazione di Giulio III, evidentemente per premunirsi nei riguardi delle pressioni esercitate da "infiniti personagij de importantia", sollecitò il suo residente a Roma Bonifacio Ruggieri a chiedere "una lettera, alla ricevuta della quale non mancharemo di fare exequire quanto sarà necessario".[17] Tale lettera, in forma di breve, porta la data del 31 maggio 1550. L'assenso di Ercole alla condanna di Fanini derivò anche dalle preoccupanti notizie che gli giungevano da Roma circa le tendenze calviniste di Renata.[18]

La sentenza fu eseguita a Ferrara il 22 agosto 1550.

Eredità

La figura di Fanini diede luogo, nei paesi protestanti, a una letteratura di tipo agiografico, volta a farne un esempio di fermezza per quanti cedevano alla repressione dell'Inquisizione.

Una prima breve biografia fu pubblicata nel 1550 a cura di Francesco Negri,[19] che si sofferma in particolare su dettagli riguardanti la fermezza di Fanini, con l'intento di contrapporre l'atrocità del supplizio alle promesse di "libero concilio" fatte da Giulio III alla vigilia della seconda fase tridentina.

Tuttavia artefice del profilo agiografico divenuto esemplare nel mondo protestante fu la più diffusa biografia di Giulio da Milano (1552). Il vaglio critico della sua narrazione è estremamente difficoltoso. Comunque è certo che la pur frondosa narrazione di tipo emotivo contiene un nucleo di fatti realmente accaduti. Nella quaresima del 1550 Giulio da Milano fu clandestinamente a Ferrara, dove predicò e celebrò la cena alla corte di Renata. Non pochi particolari della narrazione di Giulio coincidono anche con la cronaca coeva del Biondi.[20]

Cenni storici tratti da Giulio da Milano furono inseriti nel martirologio calvinista pubblicato nel 1560 a Ginevra dallo stampatore Jean Crespin[21] e nelle Icones di Teodoro di Beza (1580).[22]

Opere

Non ci sono pervenute opere, ma Giulio da Milano ricorda i numerosi scritti che Fanini avrebbe composto e che descrive come se li avesse visti:[23] "Molte delle sue opere sono insieme confuse, senza alcuna distinzione; ma chi le volesse distinguere potrebbe cominciare dalle sue Epistole, e pigliare le spirituali e farne quattro copiosi libri. Di altri varii suoi scritti composti in prigione, si possono comodamente fare tre libri. Vi sono poi queste opere da lui medesimo ordinate, due trattati della proprietà di Dio, due trattati della confessione, due trattati del modo di conoscere Gesù, il fedele dall'empio, cento sermoni sopra gli articoli della fede, dichiarazioni sui Salmi, dichiarazioni su Paolo, dispute contro l'Inquisitore, consolazione ai suoi parenti sopra ai casi suoi, avvisi delle cose della sua vita. Vanno attorno alcuni sonetti spirituali a lui attribuiti, e un componimento di merito, che non si trovano ne' suoi scritti. Quanto a questo suo modo di comporre, piegava la carta, e da un lato scriveva, dall'altro notava i luoghi della Scrittura, e spesso sono più i luoghi notati nel margine che non sono le sue parole. E faceva ciò piuttosto miracolosamente che altrimenti, perocché mostrava di avere ogni cosa nella memoria e non giungere parola insieme che non fosse in due o tre luoghi o dell'uno o dell'altro Testamento. Ponea nel cominciamento di ciascheduna sua scrittura: non moriar sed vivam et narrabo opera domini" (non morirò ma vivrò e narrerò le opere del Signore).

In una delle varie edizioni della storia della Riforma in Italia, Maccrie informa che scritti di Fanini furono stampati dopo la sua morte,[24] ma la notizia non ha fondamento.

Note
  1. Cf. Enciclopedia Treccani, 1932.
  2. S. Adorni Braccesi, Una città infetta. La repubblica di Lucca nella crisi religiosa del Cinquecento, Olschki, Firenze 1994, p. XIII.
  3. P. Tacchi Venturi, Storia della Compagnia di Gesù in Italia I,2, Roma 1931, p. 142.
  4. La data è ipotizzata a partire dalle indicazioni nel matrimonio nel 1542, e dall'accenno di Giulio da Milano che lo dice "giovine" nel 1550.
  5. Sez. Archivio di Stato di Faenza, Notarile, vol. 1494, cc. 127-132.
  6. Casadei, p. 33.
  7. Lanzoni, p. 95.
  8. Lettera del frate conventuale Giovanni Pietro Celso Giusti a Ercole II d'Este, 7 febbraio 1549, cit. da Casadei, p. 33.
  9. Giulio da Milano, p. 96.
  10. Casadei, p. 6.
  11. Casadei, pp. 30 ss.
  12. B. Fontana, Renata di Francia duchessa di Ferrara, vol. III, Roma 1899, p. XLIII.
  13. B. Fontana, Renata di Francia duchessa di Ferrara, vol. II, Roma 1893, p. 273.
  14. Lettera senza data a Lavinia Della Rovere, in Olimpia Morata, Opere, vol. I, Epistolae, a cura di L. Caretti, Ferrara 1954, pp. 67 ss.
  15. Casadei, p. 34.
  16. Casadei, p. 13.
  17. Casadei, p. 20.
  18. Archivio di Stato di Modena, Ambasciatori. Venezia, Feruffini, 18 luglio 1550.
  19. Francesco Negri, De Fanini faventini et Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia Rom. Pon. iussu impie occisi sunt. Brevis historia, Tiguri 1550, online.
  20. B. Fontana, Renata di Francia duchessa di Ferrara, vol. III, Roma 1899, p. 185 ss.
  21. Jean Crespin, Actiones et monimenta martyrum, Ginevra 1560, pp. 162-166, online.
  22. Teodoro di Beza, Icones, id est Verae imagines virorum doctrina simul et pietate illustrium: quorum praecipuee ministerio partim bonarum literarum studia sunt restituta, partim vera religio in variis orbis Christiani regionibus, nostra patrúmque memoria fuit instaurata: additis eorundem vitae & operae descriptionibus, quibus adiectae sunt nonnullae picturae quas emblemata vocant, Ginevra 1580, online.
  23. Giulio da Milano, pp. 105 s.
  24. T. Maccrie, Istoria del progresso e dell'estinzione della Riforma in Italia, Parigi 1835, pp. 260.
Bibliografia
  • Francesco Lanzoni, La controriforma nella città e diocesi di Faenza, Lega, Faenza 1926, in paricolare pp. 89-101.
  • Giulio da Milano (Giulio da Milano), "La vita e la mora di Fanino martire", in Esortatione al martirio, di Giulio da Milano, riveduta, et ampliata, Dolfino Landolfi, Poschiavo 1552, pp. 95-106. Ristampato in La Rivista Cristiana, 8 (1880) I, pp. 3-10.
  • A. Casadei, "Fanino Fanini da Faenza", in Nuova Rivista Storica, 18 (1934), 2-3, pp. 3-34.
  • Pietro Tacchi Venturi, voce "Fanini, Fanino", in Enciclopedia Italiana Treccani, 1932, online.
  • Lucia Felici, voce "Fanini, Fanino", in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 44 (1994), online.
Voci correlate
Collegamenti esterni
  • Giorgio Bassi, "Fanino Fanini. Evangelico faentino per la sua fede impiccato ed arso", online
  • Fanino Fanini da Faenza (1520 - 1550), cenni della vita e del martirio, online

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