Julius Nyerere

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Servo di Dio Julius Kambarage Nyerere
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Età alla morte 77 anni
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13 aprile 1922
Morte Londra
14 ottobre 1999
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Il Servo di Dio Julius Kambarage Nyerere (Butiama, 13 aprile 1922; † Londra, 14 ottobre 1999) è stato un insegnante e politico tanzaniano. Fu per quasi trenta anni il primo presidente della Tanzania, educando con la parola e l'esempio il suo popolo alla fraternità e alla autodeterminazione.

Biografia

Kambarage Nyerere nacque nel 1922 nel villaggio di Butiama (a circa 30 km da Musoma, nella regione di Mara) nel nord della Tanzania, che a quel tempo si chiamava Tanganyika. Fu uno dei 26 figli che Nyerere Burito, capo della tribù dei Wazanaki (una delle più piccole tribù del territorio tanzanese) ebbe dalle sue 18 mogli. Kambarage nacque dalla quinta moglie, Christina Mgaya Wang'ombe.

Gli studi

Secondo le abitudini di tutte le popolazioni africane dedite alla pastorizia Kambarage da fanciullo accudì il bestiame della famiglia. Gli anziani del villaggio e soprattutto uno dei suoi fratelli maggiori, Edward Wanzagi, essendosi accorti delle straordinarie capacità d'intelligenza di Kambarage, convinsero il padre Burito a mandarlo alla "Mwisenge Primary Boarding School" di Musoma. Kambarage iniziò a frequentare la scuola a 12 anni. Dopo aver superato brillantemente gli esami delle scuole primarie fu ammesso a frequentare la "Tabora School", una prestigiosa scuola riservata ai figli delle "famiglie reali" (le famiglie dei capi tribù) del Tanganyika.

A 20 anni, dopo un lungo periodo di maturazione personale, fu battezzato con il nome di Julius.

I religiosi della "Tabora School", riconoscendo le doti d'intelligenza di Julius, lo indirizzarono agli studi di Pedagogia alla "Makerere University College", a Kampala, in Uganda, che frequentò dal 1943 al 1945. La "Makerere University College" era una cittadella universitaria per gli studenti della British East Africa (Kenya, Tanganyika, Uganda e Zanzibar). Qui Nyerere fondò una sezione dell'"Unione degli studenti Tanganikani" e iniziò insieme ad altri compagni la costituzione di un gruppo dell'"African Association", movimento che diventerà nel 1948 il "Tanganyika African Association" (TAA).

Nel 1945, dopo il diploma in Pedagogia alla "Makerere University" ritornò a Tabora dove iniziò la sua attività di insegnamento alla "Saint Mary's Secondary School" retta dai Missionari d'Africa (Padri Bianchi). Dopo quattro anni di insegnamento la direzione della scuola gli concesse una borsa di studio per continuare gli studi alla "Edinburgh University", in Scozia. Fu il primo tanzanese a studiare in una università inglese.

Durante gli anni trascorsi in Scozia studiò con passione soprattutto la storia dell'Impero Romano e si avvicinò con convinzione alla "Fabian Socialist Society", un movimento politico e sociale nato in Inghilterra e che si proponeva l'elevazione delle classi lavoratrici per renderle idonee ad assumere i mezzi di produzione. Fu da questa esperienza che iniziò a pensare e a sostenere una riorganizzazione socialista della società. Alla "Edinburgh University" Nyerere si laureò in storia ed economia.

Tornato in Tanganyika nel 1952 iniziò ad insegnare storia, lingua inglese e swahili al "Saint Francis College" di Pugu, una scuola cattolica vicino Dar es Salaam (attualmente è una istituzione statale e si chiama "Pugu Secondary School"). Fu in questo periodo che per le sue eccezionali capacità oratorie e di insegnamento incominciò ad essere chiamato "Mwalimu", cioè maestro, appelativo che lo accompagnerà per sempre.

L'impegno politico

Nel 1953 fu eletto presidente della "Tanganyika African Association" (TAA), l'associazione culturale che egli stesso aveva promosso alla "Makerere University". Quello stesso anno sposò Maria Gabriel Magige con la quale avranno otto figli. Nel 1954 la TAA divenne TANU ("Tanganyika African National Union") e si prefiggeva obiettivi politici più impegnativi rispetto a quelli prevalentemente culturali della TAA.

La crescente influenza che Nyerere stava acquistando tra il popolo lo costrinse ad abbandonare l'insegnamento per dedicarsi alla politica. Diceva che lui per scelta era maestro e per ventura politico. Iniziò a girare per il Tanganyika per parlare alla gente e ai capi sul progetto di condurre lo Stato alla libertà e all'unità.

La sua capacità unica di guidare e di unire fece in modo che il Tanganyika raggiungesse l'indipendenza senza spargimento di sangue. La sua tattica fu di esercitare ogni tipo di pressione non violenta sugli inglesi, sulle Nazioni Unite e sull'opinione pubblica mondiale. La stima di cui godeva, oltretutto, da parte del governatore dei colonizzatori inglesi Sir Richard Turnbull affrettò l'indipendenza: gli inglesi, anche se riluttanti, erano consapevoli dell'inevitabilità dell'indipendenza e videro in Nyerere una persona degna di fiducia col quale poter continuare una relazione politica ed economica all'interno del sistema del Commonwealth.

Presidente della Repubblica

Nyerere entrò nel Parlamento coloniale nel 1958 e divenne Primo Ministro nel 1960. Nel 1961 il Tanganyika raggiunse l'indipendenza e il 9 dicembre 1961 Nyerere fu eletto Primo Ministro del Tanganyika. Il governo britannico riconobbe la sovranità costituzionale del Paese anche se tecnicamente capo dello Stato fu ancora per un anno la Regina d'Inghilterra rappresentata da un Governatore Generale. Un anno dopo, il 9 dicembre 1962, Nyerere divenne il primo Presidente della Repubblica del Tanganyika e il suo fedele compagno Rashidi Kawawa Primo Ministro.

Nyerere ebbe un notevole ruolo anche nell'unione tra il Tanganyika e Zanzibar che portò il 26 aprile 1964 alla nascita della Tanzania dopo la rivoluzione di Zanzibar che depose il sultano Jamshid bin Abdullah.

Il motto della nuova nazione, come lo era stato del TANU, divenne il programma politico del nuovo Presidente: "libertà e unità" (uhuru na umoja, in lingua swahili). La libertà conquistata dalla colonizzazione inglese si precisava ora come libertà da qualunque legame, soprattutto economico, che avesse messo a repentaglio l'indipendenza e l'ideale di autosussistenza della nazione. La politica per l'unità politica della Tanzania si indirizzò soprattutto a creare un'identità comune del popolo che era diviso in circa 130 tribù: per raggiungere una comune coscienza nazionale Nyerere abolì i regni tribali che esistevano sul territorio e soprattutto usò e diffuse l'uso della lingua swahili che diventando lingua ufficiale favorì la comunicazione tra i diversi gruppi tribali, che pure avevano la loro lingua, e forgiò nel popolo un senso di appartenenza alla comune Patria.

Per raggiungere i suoi obiettivi Nyerere propugnò una forma di socialismo rurale fondato sulla idea di "Ujamaa" (una parola swahili che significa famiglia, fratellanza, comunità) e che si concretizzava nel villaggio comunitario autosufficiente e nella statalizzazione dell'economia.

Già negli anni in cui, ritornato da Edinburgh, iniziò la politica attiva, Nyerere iniziò ad introdurre l'idea di un Socialismo Africano ("African Socialism", sostenuto pure, ad esempio, da Amílcar Cabral in Guinea-Bissau e Capo Verde, Kenneth Kaunda in Zambia, Nelson Mandela in Sudafrica, Thomas Sankara in Burkina Faso, Léopold Sédar Senghor in Senegal) che, pur distinguendosi in modo preciso dalle ideologie atee socialiste di matrice europea, si caratterizzò per il rifiuto del sistema economico capitalistico introdotto nei paesi africani dai colonizzatori occidentali. L'originalità consisteva nell'intendere questo socialismo come connaturale all'identità dell'uomo africano, soprattutto per l'enfasi posto sui valori della comunità, della solidarietà familiare, del lavoro agricolo[1].

Nyerere precisò le sue idee sul socialismo in un congresso sul socialismo panafricano tenuto a Dar es Salaam nell'aprile 1962. Il titolo del discorso era "Ujamaa. Il fondamento del Socialismo Africano". Lì, tra le altre cose, affermò:

« Il nostro primo passo, perciò, deve essere una specie di rieducazione di noi stessi, così da conquistare la nostra antica mentalità. Nella società africana tradizionale noi eravamo individui all'interno di una comunità. Ci curavamo della comunità e la comunità si curava di noi. Non si sentiva né la necessità né il desiderio di sfruttare il prossimo. Respingendo la mentalità capitalistica che il colonialismo ha esportato in Africa, dobbiamo rifiutare anche i metodi capitalistici che vi sono concessi. Uno di questi è la proprietà individuale della terra. Da noi in Africa la terra è sempre stata considerata proprietà delle comunità (...). Gli stranieri hanno introdotto un concetto totalmente diverso, il concetto della terra come bene commerciabile. Secondo questo sistema, una persona può rivendicare un pezzo di terra per sé, in proprietà personale, intenda o no usarla. Al limite uno può impossessarsi di alcuni ettari di terra, proclamarla "sua", e andarsene sulla luna (...). Un simile sistema non solo è completamente estraneo all'Africa, ma è radicalmente ingiusto. »
(Julius K. Nyerere, Ujamaa. The basis of African Socialism, in Freedom and Unity, Dar es Salaam 1966, 162-171)

Però è con la "Dichiarazione di Arusha", del 5 febbraio 1967[2], che Nyerere espose organicamente il suo pensiero politico: egli mirava soprattutto al coinvolgimento della popolazione nelle più importanti attività economiche e politiche nel tentativo di educarla alla cooperazione, all'uguaglianza e alla responsabilità sociale per poter sperare in un futuro sviluppo economico e per poter avere la libertà di non dipendere da aiuti provenienti dall'estero e da prestiti internazionali che in quel periodo avevano ormai già intrappolato la maggior parte delle altre nazioni africane in un circolo vizioso di dipendenza e di paralizzanti debiti pubblici con l'Occidente:

« Lo sviluppo di un paese dipende dalla sua gente e non dal denaro. Il denaro, e la ricchezza che esso rappresenta, è il risultato e non il fondamento per lo sviluppo. (..) Il requisito più importante è il lavoro. Andiamo nei villaggi e parliamo con la nostra gente per capire se sia possibile lavorare ancora di più. »
(Julius K. Nyerere, The Arusha Declaration, in Freedom and Socialism, Dar es Salaam 1968, 231-250)

Egli sperava sostanzialmente che la numerosa manodopera rurale disponibile, la valorizzazione del patrimonio agricolo e pastorale, lo sviluppo di un'industria e di un artigianato locale liberassero la Tanzania dalle dipendenze della tecnologia e degli aiuti stranieri.

Coerentemente con questi presupposti Nyerere portò a termine la politica di nazionalizzazione: vennero statalizzate tutte le banche, le compagnie assicurative, le grandi industrie e le piantagioni private.

Cardine della politica nazionalistica furono però soprattutto le "jamaa", villaggi comunitari di circa 2000 persone, composti da varie unità familiari che usufruivano di servizi comuni collettivi autogestiti, come scuole, dispensari, infrastrutture per l'approvvigionamento di acqua potabile ecc. Queste famiglie dovevano lavorare insieme i terreni comuni, pur essendo responsabile ognuna di un piccolo appezzamento singolo, e dovevano raggiungere l'autosufficienza vendendo i loro prodotti per acquistare il necessario per la cooperativa agricola. L'esperimento dei villaggi comunitari autosufficienti nel 1972 aveva coinvolto solo il 20% della popolazione che volontariamente aveva accettato di trasferirsi nelle "jamaa". Vista la reticenza della popolazione, tra il 1973 e il 1977 furono forzatamente trasferiti nelle "jamaa" circa dodici milioni di persone pari all'80% della popolazione. Nel 1981 il numero dei villaggi registrati fu di 8180, abitati da 14 milioni di cittadini, cioè il 90% della popolazione rurale.

Gli effetti positivi della "villaggizzazione" furono molti: miglioramento delle infrastrutture per l'approvvigionamento dell'acqua potabile, aumento della qualità e dei servizi sanitari e scolastici (agli inizi degli anni '80 la percentuale di alfabetizzazione era oltre il 90%), ma soprattutto la formazione di una identità "tanzaniana" ottenuta con la pacifica convivenza nello stesso luogo e con il lavoro condiviso di gente di tribù diverse unite da un comune progetto di sviluppo nazionale. Nel 1985 un rapporto delle Nazioni Unite poneva la Tanzania, che pure era tra le nazioni più povere del mondo, al primo posto in Africa come fornitore di servizi sociali di base.

Bisogna riconoscere che la politica socialista di Nyerere se fu positiva dal punto di vista sociale e culturale, fu un fallimento dal punto di vista economico: gli obiettivi che si era prefissati esigevano una maturazione diversa della popolazione e una radicata convinzione della responsabilità sociale dei cittadini nella gestione dei diritti e doveri in uno Stato democratico. Il sistema collettivo innescò un meccanismo di corruzione e di appropriazioni indebite del quale Nyerere stesso si rese conto e cercò di arginare senza riuscire a debellarlo. Aumentò il parassitismo e la produzione agricola tra il 1975 e il 1982 crollò di un terzo mentre la produzione industriale non raggiungeva la metà delle reali possibilità. Il popolo tanzanese non era pronto per la politica "alta" del "Mwalimu", ma anche il Paese, in se stesso, non avrebbe potuto avere quelle risorse economiche di base che avrebbero reso possibile uno sviluppo economico autonomo; fu detto che la Tanzania aveva coltivato l'utopia di costruire uno Stato socialista in una nazione in cui c'era un socialista solo, appunto Nyerere[3].

« Le grandi idee hanno bisogno di scarpe per camminare e la Tanzania ne aveva assai poche, visto che i neri amano andare a piedi nudi: mancavano gli intellettuali che dirigessero i vari progetti, mancavano i quadri politici preparati ed onesti in grado di organizzare le ujamaa, mancavano i soldi, le strade, i camion, i trattori, i concimi, i pezzi di ricambio, il gasolio e, come se tutto questo non bastasse, i contadini se ne infischiavano altamente della ideologia politica della solidarietà comunitaria, che imponeva loro di lavorare senza un utile personale. Per cui i primi anni furono un totale disastro e un completo fallimento, aggravati dall'aumento del prezzo del petrolio, da furti e malversazioni, da dissidi e boicottaggi, da malintesi e gelosie, da privati interessi e dal grande repertorio delle umane debolezze. »
(Mauro Burzio, Tanzania. Da Zanzibar al Kilimanjaro, Gorle 1995, 51)

Nello scritto "La Dichiarazione di Arusha dieci anni dopo"[4], però, Nyerere pur ammettendo che il Paese si trovava di fronte a molti problemi che dovevano essere risolti, e pur riconoscendo errori che dovevano essere corretti, affermò che la Tanzania si stava muovendo nella direzione giusta («But we are moving in the right direction»).

Per quanto riguarda la politica estera fu sostenitore del non allineamento (anche se favorevole al Commonwealth), ebbe un ruolo di primo piano nell'"Organizzazione per l'Unità Africana" ("Organization of African Unity", nata ad Addis Ababa nel 1963) e soprattutto operò attivamente a favore dei movimenti africani rivoluzionari che combattevano per la liberazione da regimi razzisti e reazionari (soprattutto Rhodesia-Zimbabwe, Mozambico, Angola e Sud Africa): la "Commissione di Liberazione" della OAU aveva sede a Dar es Salaam. Nel 1967 sostenne insieme al Kenya e all'Uganda la nascita dell'"East African Community" che però fu soppressa nel 1977 per l'incompatibilità, da una parte, con il sistema capitalistico che il Kenya aveva adottato e, dall'altra, con la dittatura che Idi Amin aveva instaurato in Uganda.

Tra il 1978 e il 1979 dovette far fronte alla guerra scatenata proprio da Idi Amin il quale aveva invaso la regione tanzaniana di Kagera. Fu una guerra breve vinta dalla Tanzania e che costrinse il dittatore Amin all'esilio. Lo sforzo economico sostenuto, però, insieme alla già difficile situazione in cui versava il paese a causa del progressivo fallimento della politica di autosufficienza, portarono il paese ad un collasso che difficilmente sarebbe stato superato senza gli aiuti finanziari esterni e della Banca Mondiale ai quali Nyerere fu costretto ad appoggiarsi per sostenere un terzo del budget nazionale. Da questo momento i paesi finanziatori e gli organismi economici internazionali iniziarono a far pressioni perché la Tanzania si decidesse per una liberalizzazione della economia e per una politica di privatizzazione. Nyerere rifiutò ogni compromesso.

Agli inizi degli anni '80 una grossa crisi economica investì la Tanzania. In questa occasione le spinte separatistiche dell'isola di Zanzibar, il cui governo non aveva mai realmente condiviso la politica socialista di Nyerere essendo Zanzibar per tradizione cresciuta con una cultura mercantile e imprenditoriale, si fecero minacciose. Nel 1984 il pericolo di scissione divenne reale. Nel 1985 Nyerere, «stanco di dirigere un Paese obbligato a mendicare» e per salvaguardare l'unità nazionale cedette la presidenza della Tanzania al Presidente di Zanzibar Alì Hassan Mwinyi, il quale iniziò com'era prevedibile una politica di riforma economica e liberale, sottomettendosi alle misure del "Fondo Monetario Internazionale" e della "Banca Mondiale" che Nyerere non aveva mai accettato.

Gli ultimi anni

Nyerere continuò tuttavia a dirigere il suo Partito, il CCM, fino al 1990 e ad esercitare un notevole influsso nel mantenimento della stabilità politica della Tanzania pur constatando, realisticamente, che il Governo si allontanava a larghi passi dal progetto da lui accarezzato per la Tanzania. Nyerere ebbe in questi anni anche un ruolo decisivo dei dialoghi di pace in Burundi e nella regione dei Grandi Laghi.

Gli ultimi anni della sua vita li trascorse tra viaggi in molti paesi del mondo e la sua semplice casa nel villaggio di origine, Butiama, coltivando il suo pezzo di terra e accogliendo con semplicità quelli che andavano a visitarlo. Morì di leucemia al Saint Thomas Hospital di Londra il 14 ottobre 1999. Fu sepolto a Butiama il 23 ottobre 1999.

Nyerere aveva sostenuto con convinzione e passione un socialismo "non allineato", basato su un'autentica indipendenza, sull'unità nazionale, su un'economia in grado di autosostenersi, sulla riduzione del divario tra poveri e ricchi, sull'accesso alla salute e all'istruzione per tutti. Così si espresse in una intervista due anni prima della sua morte:

« Un anno fa [1997] a Washington, alla Banca Mondiale, la prima cosa che mi chiesero fu: "Perché hai fallito?". Io risposi loro che l'impero britannico ci consegnò un paese con l'85% di analfabeti, due ingegneri e dodici medici. Quando lasciai la mia carica, gli analfabeti erano il 9% e c'erano migliaia di ingegneri e di medici. Quando, tredici anni fa, io lasciai, il reddito pro capite era il doppio di quello attuale, mentre oggi abbiamo un terzo di bambini in meno nelle scuole, e la sanità e i servizi sono in rovina. In questi tredici anni, la Tanzania ha fatto tutto quello che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale le hanno imposto di fare. Chiesi così loro: "Perché voi avete fallito?" »
(Intervista del dicembre 1998 a Nyerere del New Internationalist, in Godfrey Mwakikagile, Life under Nyerere, Dar es Salaam 2006, 126)

La causa di beatificazione

Il 21 gennaio 2006 il Cardinale Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar es Salaam, diede inizio al processo di canonizzazione di Nyerere. La legittima decisione da parte cattolica creò non poche perplessità nella popolazione tanzaniana di diversa religione per l'impressione che la Chiesa cattolica volesse monopolizzare la figura del "Padre della Patria". La stessa volontà di Nyerere di essere sepolto nella chiesa parrocchiale di Butiama, ad esempio, non fu possibile. Egli è sepolto in un mausoleo costruito nei pressi della sua casa per permettere a tutti i cittadini, di qualunque religione siano, di rendergli omaggio senza il disagio di sentirsi in un luogo di culto estraneo alle proprie convinzioni di fede.

Aldilà di una legittima e ufficiale canonizzazione da parte della Chiesa cattolica il Mwalimu Nyerere resta per il popolo tanzanese e per tutti coloro che si avvicinano e conoscono la sua figura un esempio di uomo integro e onesto. Padre Bernard Joinet, dei Missionari d'Africa (Padri Bianchi), elenca almeno tre motivi per cui Nyerere è realmente un esempio universale[5].

Il primo è dato dai rapporti che ha saputo tenere con l'islam e le altre religioni. Il Mwalimu ha saputo far coesistere in seno al suo partito musulmani e cristiani. Una coesistenza pacifica, che rifletteva quella che si praticava nel Paese. Non ci sono tensioni religiose nella Tanzania continentale (problemi di tolleranza emergono di tanto in tanto sulle isole di Zanzibar e Pemba) e non esiste un partito di ispirazione religiosa. In questo, è stato esemplare.

In secondo luogo la sua relazione con il potere. Nyerere è sempre stato convinto che il potere politico era la chiave dell'indipendenza e della costruzione di una società egualitaria. Occorreva assolutamente conquistarlo e mantenerlo. Eppure, ciò che più colpiva in lui era la sua libertà nei riguardi proprio del potere. L'ha infatti ceduto non appena i suoi mandati presidenziali sono pervenuti a regolare scadenza.

Un'altra cosa esemplare è il suo distacco dal denaro. Nyerere indossava sempre un abito semplice, a maniche corte. Risiedeva in una villetta in riva al mare e la moglie, Maria, curava personalmente la casa. Aveva fatto costruire nel giardino un lungo edificio con il solo piano terra per alloggiarvi i parenti e quanti andavano a trovarlo. Non ha abitato nel palazzo presidenziale. La sua famiglia non ha goduto di privilegi.

« Tutte queste scelte erano ispirate dalla sua fede viva. Nyerere ha chiesto il battesimo a venti anni, prendendo il nome cristiano di Julius, a conclusione di una lunga riflessione personale. Anche da presidente partecipava tutte le domeniche alla messa nella sua chiesa parrocchiale. E il suo sogno di una società solidale era ispirato alla fede, come dimostra anche il suo biglietto di auguri inviato ai Capi di Stato nel 1967: "Avevano un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune" (Atti degli Apostoli 4,32). Per tutte queste ragioni il Mwalimu può essere portato come esempio, soprattutto ai detentori del potere. »
(Pier Maria Mazzola, Il padre della Tanzania tra fede e politica, in Africa 3 (2006))

Come in tutte le cose umane la figura di Nyerere insieme alle tante luci presenta anche ombre: la sofferenza procurata alla popolazione forzosamente trasferita nelle "jamaa", ad esempio, o la guida autoritaria del partito unico che ha costretto alla carcerazione di molti capi tradizionali e degli oppositori alla politica di unificazione nazionale:

« Sono misure che si resero probabilmente necessarie per l'edificazione del Paese e per dare a tutti i cittadini la possibilità di un'istruzione, l'accesso ai servizi sanitari e una formazione politica di base, ma hanno anche indotto grandi sofferenze, forse inevitabili, che però milioni di tanzaniani non hanno ancora dimenticato. »
(Pier Maria Mazzola, Il padre della Tanzania tra fede e politica, in Africa 3 (2006))

Scritti

Julius Nyerere non ha lasciato scritti sistematici; i suoi discorsi e le sue conferenze sono raccolte soprattutto in questi volumi:

  • Freedom and Unity. Uhuru na Umoja. A Selection from Writing and Speeches 1961-1965, Dar es Salaam 1966.
  • Freedom and Socialism. Uhuru na Ujamaa. A Selection from Writing and Speeches 1965-1966, Dar es Salaam 1968.
  • Freedom and Development. Uhuru na Maendeleo, A Selection from Writing and Speeches 1968-1969, Dar es Salaam 1973.
  • Ujamaa. Essays on Socialism, Dar es Salaam 1968.

Dopo il 1985 Nyerere si dedicò alla traduzione poetica in lingua swahili dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli. Lo stile usato corrispondeva a quello dei componimenti poetici tradizionali usati per il canto e per la recitazione:

  • Utenzi wa Enjili kadiri ya Utungo wa Matayo, Peramiho 1996.
  • Utenzi wa Enjili kadiri ya Utungo wa Marko, Peramiho 1996.
  • Utenzi wa Enjili kadiri ya Utungo wa Luka, Peramiho 1996.
  • Utenzi wa Enjili kadiri ya Utungo wa Yohana, Peramiho 1996.
  • Utenzi wa Matendo ya Mitume, Peramiho 1996.
Bibliografia
  • Julius Nyerere, Socialismo in Tanzania, Il Mulino, Bologna 1970
  • Godfrey Mwakikagile, Life under Nyerere, Dar es Salaam 2006
  • Godfrey Mwakikagile, Tanzania under Mwalimu Nyerere. Reflections on an African Statesman, Dar es Salaam 2006
  • Godfrey Mwakikagile, Nyerere and Africa: End of an Era, Atlanta 2004
  • Chambi Chachage - Annar Cassam (edd.), Africa's Liberation. The Legacy of Nyerere, Nairobi 2010
  • Francesco Bernardi, Il maestro signore. Julius Nyerere, grande statista e grande santo?, in Missioni Consolata 10(2011)35-50
  • Silvia Cinzia Turrin, Julius Nyerere: un politico cristiano per l'Africa, in Ad gentes. Teologia ed antropologia della missione A. 1, n. 1 (I semestre 1997), pp. 223-228
  • Silvia Cinzia Turrin, Nyerere, il maestro. Vita e utopie di un padre dell'Africa, cristiano e socialista, EMI, Bologna 2012
Note
  1. cfr. Vassili Solodovnikov, Julius Nyerere: the theorist of socialist orientation, in Russian Academy of Sciences Institute for African Studies, Julius Nyerere. Humanist, politician, thinker, Peramiho 2003, 21-34.
  2. Julius K. Nyerere, The Arusha Declaration, in Freedom and Socialism, Dar es Salaam 1968, 231-250; traduzione in italiano a questo indirizzo: [1]
  3. Cfr. Michaela Von freyhold, Ujamaa Villages in Tanzania. Analysis of a social experiment, London 1979.
  4. Julius K. Nyerere, The Arusha Declaration. Ten Years After, Dar es Salaam 1977.
  5. Cfr. Pier Maria Mazzola, Il padre della Tanzania tra fede e politica, in Africa 3 (2006) a questo indirizzo: [2].
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 4 gennaio 2014 da Padre Mimmo Spatuzzi, licenziato in Teologia Fondamentale.

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