Relativismo

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« Io sono la via, la verità, la vita »

Il Relativismo è una concezione filosofica che nega l'esistenza di verità assolute, o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva.

Il relativismo sostiene che una verità assoluta non esiste, oppure, anche se esiste, non è conoscibile o esprimibile o, in alternativa, è conoscibile o esprimibile soltanto parzialmente (appunto, relativamente); gli individui possono dunque ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione è riferita a particolari fattori e solo in riferimento ad essi è vera.

La Chiesa ritiene inaccettabile il relativismo in quando contrasta con la concezione che essa ha della verità fondata in Dio. Quando poi il relativismo diventa etico esso contrasta con l'insegnamento di tutta la Rivelazione circa le norme morali.

Posizioni relativistiche nella filosofia

Nella filosofia greca

In Europa comparve all'interno della sofistica greca; in seguito posizioni relativiste furono espresse dallo scetticismo antico e moderno, dal criticismo, dall'empirismo e dal pragmatismo.

Per i sofisti, nessun atto conoscitivo raggiunge la natura oggettiva delle cose, né rappresenta una verità assoluta valida per ognuno.

Protagora

Per Protagora la conoscenza è sempre condizionata dal singolo soggetto che percepisce e pensa, e non esistono criteri universali che consentano di discriminare la verità e la falsità delle conoscenze soggettive, né un bene ed una giustizia assoluti, che possano valere da norma definitiva per i comportamenti etici.

La misura del giusto e del bene non è l'individuo singolo, ma l'intera comunità a cui egli appartiene. Giusto sarà ciò che appare tale alla maggioranza, ciò che giova alla città (secondo il criterio dell'utile) ed ottiene il consenso più ampio possibile dei cittadini. Cosí il consenso del pubblico diviene la riconosciuta misura della verità di un discorso.

Come si vede, in Protagora c'è in ogni caso modo di discriminare fra due opzioni, che non sono equivalenti per il solo fatto di non potere essere nettamente divise in "vere" e "false", "giuste" e "sbagliate".

Gorgia

Per Gorgia, tutte le possibilità si equivalgono, perché non sono conoscibili e comunque non sono comunicabili. Ne consegue che con l'arte oratoria si può dimostrare che "tutto è il contrario di tutto".

Nella filosofia moderna e contemporanea

Il relativismo della filosofia greca si differenzia da quello moderno: esso è, secondo Abbagnano, un dato della cultura del XIX secolo.

È possibile parlare di relativismo riferendosi al pensiero di Francesco Guicciardini nei Ricordi e nella Storia d’Italia. Rifiutando il tentativo di Machiavelli di sintetizzare la realtà tramite principi unici ed assoluti, il fiorentino, infatti, si soffermò sulla pluralità delle cose. Concluse che è necessario considerare ogni singola situazione in funzione del contesto nel quale essa si determina. L’attenzione si sposta dunque dall'universale al molteplice.

Uno dei maggiori rappresentanti del relativismo moderno, considerato precursore del relativismo antropologico, è Montaigne. Un suo grande seguace è Ralph Waldo Emerson (relativista ma nel contempo perfezionista sovramorale), al quale si richiama poi, ma con grande originalità, il pensiero di Nietzsche. Quest'ultimo supererà il relativismo, elaborando il concetto, per certi versi di derivazione Leibniziana, del prospettivismo: è di Nietzsche la celebre frase: "Non esistono fatti, solo interpretazioni", ossia visioni diverse, spinte da volontà competitive.

Come spesso rimarcherà Deleuze, il relativismo è tuttavia diverso dal prospettivismo, in quanto quest'ultimo introduce il concetto di punto di vista, uno stato esistenziale entro il quale è compresa la presunzione di una oggettività, che solo il confronto critico fra diversi punti di vista può smentire (e il relativismo comporta appunto l'istituirsi di questa relazione).

Anche Friedrich Schiller nega ogni verità "assoluta" o "razionale": la verità è sempre relativa all'uomo, valida perché utile a lui; il detto di Protagora è per lui la più grande scoperta della filosofia (l'uomo misura di tutte le cose)[1]

Ludwig Wittgenstein sostenne che, poiché tutto viene filtrato dalle percezioni umane, limitate ed imperfette, per forza di cose ogni conoscenza è relativa alle esperienze sensibili per l'uomo.

Manifestazione estrema del relativismo moderno è la dottrina di Oswald Spengler nel suo libro Il Tramonto dell'Occidente (1918-1922), dove afferma la relatività di tutti i valori della vita in rapporto alle epoche storiche, considerate come entità organiche, ognuna delle quali cresce, si sviluppa e muore senza rapporto con l'altra:

« Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale »
(Oswald Spengler, Der Untergang des Abendlandes, I, 55)

Secondo Spengler tra le varie civiltà non è possibile alcuna comunicazione, poiché non vi sono valori comuni tra esse; per questo anche la civiltà occidentale sarebbe destinata ad estinguersi.

In epoca contemporanea, il pensiero postmoderno ha elaborato varie concezioni che in diverso modo si rifanno a posizioni relativiste; fra queste ricordiamo il decostruzionismo, la teoria del pensiero debole, il post-strutturalismo, il neocostruttivismo di Deleuze, nonché alcuni esiti dello storicismo; ma sono tante le tendenze filosofiche contemporanee in varia misura considerate relativiste.

Il relativismo culturale

La teoria del relativismo culturale fu formulata dall'antropologo statunitense Melville Jean Herskovits (1895-1963) a partire dal particolarismo culturale di Franz Boas.

Secondo Herskovits, considerato il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. In seguito il concetto di relativismo culturale diviene imprescindibile in campo antropologico, grazie anche all'attività divulgativa dell'allieva di Boas Margaret Mead, la cui opera più celebre, L'adolescenza in Samoa (precedente di qualche anno alla formulazione esplicita del relativismo culturale), può essere considerata paradigmatica dell'utilizzo di argomentazioni di carattere relativistico come strumento di critica della società occidentale (in quel caso americana).

Da questa teoria sono derivate numerose tesi che raccomandano il rispetto delle diverse culture e dei valori in esse professati. Tali idee sostengono ad esempio l'opportunità di un riesame degli atteggiamenti nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, richiedendo maggior cautela negli interventi e criticando la tendenza coloniale e post-coloniale ad imporre anche un sistema culturale mediante l'intervento umanitario, gli aiuti per lo sviluppo economico e/o la cooperazione internazionale. Spesso critiche di questo tipo sono state rivolte alle organizzazioni che fornivano aiuti umanitari condizionati all'adozione di determinati comportamenti, come ad esempio l'attività missionaria cristiana.

Il relativismo culturale porta avanti la convinzione per cui ogni cultura ha una valenza incommensurabile rispetto alle altre, ed ha quindi valore di per sé stessa e non per una sua valenza teorica o pratica. Secondo il relativismo culturale i vari gruppi etnici dispongono quindi di diverse culture e tutte hanno valenza in quanto tali. Il ruolo dell'antropologo viene di conseguenza ristretto all'analisi e alla conoscenza profonda di tali espressioni culturali da un punto di vista emico, mentre ogni valutazione di valore viene messa al bando come espressione di etnocentrismo, ovvero del punto di vista opposto rispetto al relativismo.

La società aperta di Popper

Nel pensiero di Karl Popper e della corrente che sviluppa la sua filosofia,

« tutta la conoscenza rimane fallibile, congetturale. Non esiste nessuna giustificazione, compresa, beninteso, nessuna giustificazione definitiva di una confutazione. Tuttavia, noi impariamo attraverso confutazioni, cioè attraverso l'eliminazione di errori [...]. La scienza è fallibile perché la scienza è umana. »
« La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti»
(Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, Vol. I, Platone totalitario, dalla IV di copertina.)

Notevole danno ha prodotto, secondo Popper, il pensiero marxista e il materialismo: un pensiero che contraddice il canone principale della ricerca scientifica, che è quello di accettare le confutazioni. Molta della tradizione marxista si è configurata, infatti, come

« una specie di sala operatoria in cui è stata praticata tutta una serie di operazioni di plastica facciale (iniezione di ipotesi ad hoc) alla teoria lacerata dalle confutazioni fattuali. »

Critica filosofica

Il relativismo fin dalla sua nascita è stato oggetto di contestazioni, in particolare:

  • Sul piano logico: se, come affermano i relativisti, nessuna rappresentazione umana può aspirare al rango di "oggettività", allora neanche il relativismo stesso può aspirarvi; pertanto esso si contraddirebbe qualora pretenda di essere nel vero. Sant'Agostino diceva in proposito che chi sostiene l'impossibilità di ogni certezza è destinato a contraddirsi, perché non volendo dà sempre per scontata una certezza, ossia la certezza che non vi sono certezze. Per quanti tentativi uno faccia, non si può mai negare del tutto l'esistenza di una verità assoluta, verità che si manifesta proprio nella scoperta della relatività del mondo delle apparenze.
  • Sul piano etico: se, come affermano i sostenitori del relativismo etico, vale il principio di equivalenza di ogni prescrizione morale, ciò non può non avere effetti esiziali sulla società; se infatti non esiste una Verità assoluta di riferimento in base a cui poter distinguere il bene dal male, allora tutto è lecito, affermazione che pretende di porsi a sua volta come una norma assoluta, a dispetto del presunto carattere "non prescrittivo" del relativismo.

Queste critiche potrebbero essere superate solo asserendo che "niente è assoluto e oggettivo, tranne questa stessa frase", ma allora bisognerebbe ammettere che non tutto è relativo, e c'è sempre qualcosa di assoluto da cui non si può prescindere.

Platone

Fra i detrattori antichi del relativismo vi fu Platone, il quale combatté tutta la vita per demolire l'edificio relativista dei sofisti e sostituirlo con un sistema che rendesse possibile una conoscenza certa, e quindi una qualche forma di verità assoluta, dopo aver attribuito al relativismo la colpa dell'uccisione di Socrate, da lui ritenuto "il più giusto degli uomini", e condannato perché considerato corruttore di giovani. Oggi si ritiene che Socrate sia stato condannato a morte principalmente per motivi politici[2][3]; tuttavia la famosa frase di Socrate "io so di non sapere niente", se da un lato esclude la pretesa di avere una conoscenza certa e valida della realtà, nasceva proprio dalla ricerca disinteressata di un criterio assoluto di verità e di giustizia: quella di Socrate "è una verità povera - che consiste appunto nel semplice sapere di non sapere - ma è anche una verità che si dispone a diventare ricca, nel senso che è il mettersi alla ricerca di quel vero sapere che ora si sa di non possedere"[4].

Aristotele

Anche Aristotele criticò i relativisti, accusando Protagora di contraddittorietà, perché se l'uomo fosse misura di tutte le cose non ci sarebbe alcun criterio per distinguere il vero dal falso[5]. I relativisti inoltre, secondo Aristotele,

« ...osservando che tutta quanta la natura è in movimento e che non è possibile dire alcuna verità su ciò che cambia, sostennero che non si può dire la verità su tutto quello che per ogni dove e per ogni guisa attua il cambiamento. Da questa considerazione germogliò l’opinione che tra quelle da noi esaminate è la più estremistica, quella, cioè, di quanti si professano seguaci di Eraclito, opinione che è stata sostenuta da quel Cratilo, il quale finì col credere che non si dovesse proferire neppure una parola, e soleva fare soltanto movimenti col dito e rimproverava ad Eraclito di aver detto che non si può scendere due volte nello stesso fiume, giacché la sua opinione personale era che non vi si potesse scendere neppure una volta! »
(Aristotele Metafisica, 1010 a 12)

Max Scheler

All'inizio del XX secolo un'importante critica al relativismo fu sviluppata da Max Scheler nel Formalismus (1913-1916).

Secondo Scheler il fatto che i valori non siano dati in modo apodittico, e non possano essere esauriti da un unico punto di vista non dimostra necessariamente che siano frutto di convenzioni e siano privi di basi ontologiche. Cercando di conciliare l'ontologia dei valori con il prospettivismo solidaristico dell'etica cita una leggenda indiana: a un gruppo di saggi ciechi venne chiesto di descrivere l'elefante che avevano di fronte, al che ognuno di loro lo descrisse in modo completamente diverso a seconda della parte che era riuscito a toccare. La pluralità delle descrizioni e dei punti di vista non intaccava però il fatto che davanti a loro esistesse un unico elefante e che, se i saggi si fossero messi a discutere fra di loro, forse sarebbero riusciti, in uno sforzo solidaristico reciproco, a farsene un'idea più completa.

Il giusto e il bene non dipendono, secondo Scheler, da ciò che pensa la maggioranza o il più forte, ma da ciò che incrementa la completezza oggettiva del punto di vista, quello che più tardi Scheler definirà Weltoffenheit ("cosmopolitanesimo"). La tesi di Scheler è che il singolo punto di vista etico esprima il modo in cui si costituisce l'identità della persona e quindi non sia relativistico, anche se incompiuto e quindi bisognoso di un confronto rettificativo della comunità per la sua piena definizione. A variare secondo Scheler non sono i valori, ma il modo in cui i valori sono storicamente percepiti[6].

Relativismo e democrazia: la vera comprensione del pensiero di Popper

L'idea popperiana della società aperta, analizzata restrittivamente, ha ispirato alcuni pensatori a ritenere che una società democratica, libera e aperta, debba necessariamente essere legata al relativismo, inteso come rifiuto di ogni verità oggettiva: la pretesa di conoscere una verità condurrebbe alla società chiusa e autoritaria.

Occorre invece ricordare che Popper, invece, fu sempre animato dall'aspirazione all'oggettività, sia in ambito conoscitivo (dove concepiva la verità come corrispondenza ai fatti), sia in ambito morale; nell'Addenda alla Società aperta e i suoi nemici, ad esempio, egli tentò esplicitamente di demolire il relativismo etico istituendo un paragone con l'ambito gnoseologico.

Altri popperiani, tra cui il professor Marcello Pera, a questa banalizzazione delle idee di Popper, che condurrebbero alla nascita dell'equivalenza "democrazia=relativismo", obiettano che le libertà civili e politiche, lungi dall'essere fondate sulla relatività delle nostre conoscenze, debbano ricondursi alla dignità intrinseca della persona umana, che permane quale che sia la verità, o non verità, delle idee e delle convinzioni di ciascuno, e che assicura a tutti il diritto di far valere tali idee e convinzioni in ambito sociale e politico:

« Non c'è bisogno per fondare la democrazia di rifarsi al relativismo etico: basta invece riferirsi alla dignità della persona. »
(Marcello Pera)

Nel dibattito se esista o meno una verità sull'uomo, si gioca quella costruzione che ha come fondamento oggettivo quei diritti umani inviolabili che sono alla base del moderno stato di diritto. Senza verità sull'uomo, dicono gli oppositori del relativismo, è difficile costruire una linea di resistenza concettualmente robusta e fondata nei confronti delle derive autoritarie o anche totalitarie.

Visione cattolica

I fondamenti della posizione della Chiesa dei nostri giorni sul relativismo sono quelli presentati nella Gaudium et Spes.

Giovanni Paolo II ha dedicato le encicliche Fides et Ratio e Veritatis Splendor alla riflessione generale sui temi che hanno a che fare con il relativismo.

In particolare nella Veritatis Splendor afferma:

« [..] l'uomo non è più convinto che solo nella verità può trovare la salvezza. La forza salvifica del vero è contestata, affidando alla sola libertà, sradicata da ogni obiettività, il compito di decidere autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Questo relativismo diviene, nel campo teologico, sfiducia nella sapienza di Dio, che guida l'uomo con la legge morale. A ciò che la legge morale prescrive si contrappongono le cosiddette situazioni concrete, non ritenendo più, in fondo, che la legge di Dio sia sempre l'unico vero bene dell'uomo. »
(n. 84)

La Congregazione per la Dottrina della Fede afferma in una Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica:

« ...[il] relativismo culturale [..] offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia »

Il 17 aprile 2005 l'allora cardinale Ratzinger affermava nell'Omelia della Missa pro eligendo romano pontefice

« Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina"[7], appare come l’unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. »
(Missa pro eligendo romano pontefice, omelia del cardinale Joseph Ratzinger)

.

L'Enciclica di Benedetto XVI Spe salvi del 30 novembre 2007, ribadisce la posizione della Chiesa cattolica sul relativismo. Vi si legge infatti che

« Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa. In caso contrario la situazione dell'uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato. »
(Spe Salvi, 23)

Benedetto XVI ha poi messo in luce che

« ...le discussioni internazionali sembrano caratterizzate da una logica relativistica che vorrebbe considerare come sola garanzia di una pacifica coesistenza tra i popoli un rifiuto di ammettere la verità sull'uomo e la sua dignità, senza dire nulla sulla possibilità di un'etica fondata sul riconoscimento di una legge morale naturale. Ciò ha condotto, in realtà, all'imposizione di una nozione della legge e della politica che alla fine genera consenso tra gli Stati - un consenso condizionato da interessi di breve termine o manipolato dalla pressione ideologica - considerato l'unica vera base delle norme internazionali »
(1/12/2007)

Le parole del papa si riferiscono in particolare alle politiche demografiche praticate da vari organismi internazionali, come Amnesty International[8].

Note
  1. Friedrich Schiller, Studies in Humanism, 1902, p. x segg.
  2. E. Zeller, Socrates and the socratic Schools, Kessinger Publishing, pp. 214 ss.
  3. Cfr. Il processo a Socrate, a cura di Maria Chiara Pievatolo.
  4. Emanuele Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo, BUR, 2006, pag. 110.
  5. Metafisica, 1062 b 14.
  6. Cfr.: G. Cusinato, Katharsis, ESI Napoli, 1999, pp. 228-259.
  7. Cfr. Ef 4,14.
  8. RaiNews
Bibliografia
Voci correlate
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