Psicologia della religione

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La psicologia della religione è la branca della psicologia che studia caratteristiche, strutture, dinamiche psichiche della religione, cioè gli aspetti mentali (individuali o collettivi) dei fenomeni correlati a un credo religioso, come esperienze religiose, credenze o comportamenti.

In quanto disciplina scientifica, cioè basata su razionalità ed esperienza, non prende in considerazione la dimensione propriamente trascendente della realtà religiosa (p.es. la grazia, i doni che lo Spirito Santo infonde ai fedeli, la tentazione operata dal diavolo), che è oggetto della teologia.

Approccio teorico ed empirico

La dicotomia ricerca teorica / ricerca empirica, che caratterizza la storia della psicologia, è evidente anche nel campo della psicologia della religione. Si possono riscontrare pertanto due tipi di approccio alla realtà religiosa:[1]

  • approccio teorico o ermeneutico: prevede analisi cliniche e psicodinamiche di singoli casi, analizzati qualitativamente, al fine di comprendere l'origine e lo sviluppo della religione soggettiva. Entro tale approccio rientrano le cosiddette psicologie del profondo (Freud, Jung, Adler) elaborate nel primo '900, ma vi possono essere inclusi (quanto a risultati, non a metodi di ricerca) intuizioni e teorie relative alla religione avanzate da pensatori precedenti e/o non psicologi, come filosofi, antropologi, sociologi;
  • approccio empirico: prevede ricerche sociografiche, condotte con test e questionari quantitativi e psicometrici, per analizzare e definire la religiosità e stabilire correlazioni con altre dimensioni della personalità, cercando di scoprire possibili direzioni causali. Corrisponde alla vocazione propriamente empirica, scientifica, oggettiva e statistica della psicologia. L'approccio si è sviluppato soprattutto nella ricerca statunitense, che discende dal comportamentismo, preoccupato di indagare ciò che è empiricamente misurabile e non tanto interessato a concetti individuali e soggettivi come mente, emozioni, intenzioni.

Origine e dinamiche della religione

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Origine della religione.

Per larga parte del '900 la psicologia della religione è stata soprattutto ermeneutica e teorica, coincidente con teorie relative all'origine del fenomeno religioso individuale e alle sue caratteristiche. In questi casi si trattava, più propriamente, di teorie inserite in maniera più o meno organica in visioni antropologiche, non tanto di ipotesi delle quali si cercava conferma empirica né di metodi o direttive che garantivano una certa applicazione pratica.

Psicologia pastorale

Con psicologia pastorale si intende l'applicazione di teorie e metodi psicologici a situazioni e contesti propri della vita religiosa. Il primo studioso attivo in tal senso è stato il pastore protestante svizzero Oskar Robert Pfister (1873-1956), discepolo e amico di Freud. Per Pfister l'applicazione della psicanalisi alla vita comunitaria e spirituale dei credenti può avere effetti positivi, nell'ottica comune a religione e psicologia del conseguimento per la persona di uno stato di benessere. Un duplice pericolo metodologico relativo alla psicologia pastorale è, da un lato, il pericolo del riduzionismo del religioso a un mero psicologismo, e dall'altro un approccio al religioso marcato da intenti apologetici e focalizzato sul soprannaturale (che di per sé esula dalla sfera empirica e scientifica).

Accompagnamento spirituale

All'interno di un'ottica di psicologia pastorale, la psicologia può avere una particolare utilità nel lavoro di accompagnamento spirituale operato da presbiteri ed educatori ecclesiali. Nello specifico, garantisce una migliore conoscenza dei processi e dei tempi della maturazione personale, nonché di dinamiche che possono influire nella vita spirituale, in particolare alcuni meccanismi di difesa come proiezione, sublimazione, ascetismo. Nello specifico e raro caso di fedeli che mostrino segni di possessione, la psicologia (nella forma di un intervento di uno psicologo professionista) è necessaria per distinguere i casi reali, che richiedono specifici esorcismi, da quelli riconducibili al disturbo dissociativo di personalità.

Per questi motivi la psicologia è entrata nel curricolo formativo dei seminaristi, futuri presbiteri, al momento del conseguimento del baccellierato in teologia. Quanto all'Italia, la Ratio del 2006 prevede l'insegnamento, tra le altre materie, della "Psicologia generale e della religione". I crediti previsti sono 6, con un credito equivalente a 12-13 ore di lezione, con questi contenuti:

« - Elementi di psicologia generale: conoscenza del processo di maturazione e di decisione della persona, dei livelli di funzionamento psichico, dell'incisività delle scelte umane, della dimensione conscia e inconscia della persona, cioè delle strategie dell'inconscio, dei criteri di una gestione positiva della crescita.

- Psicologia della personalità e della vocazione: gli stadi della crescita della persona; lo sviluppo della coscienza morale e dell'opzione vocazionale.
- Psicologia della religione: conoscenza delle dinamiche psichiche sottostanti il credere, ad esempio la genesi e la crescita della religione nella persona, la dinamica dell'atto e dell'atteggiamento di fede, l'articolazione del senso di colpa e del senso del peccato, l'interferenza delle inconsistenze personali, talora delle patologie, nell'atto umano e sulle scelte vocazionali e matrimoniali.
- Psicologia applicata alla pastorale: educare al counseling pastorale con conoscenza diretta e abilitazione personale alla guida pastorale e spirituale, personale e di gruppo. (Ratio 2006, p. 394) »

Formazione presbiterale

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Formazione presbiterale e psicologia.

L'applicazione delle psicologia alla formazione dei presbiteri è relativamente recente, successiva al Concilio Vaticano II. L'argomento è trattato da diversi documenti ecclesiali, universali e italiani.

Religione e benessere

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Handbook of Religion and Health.

La ricerca psicologica empirica (per una meta-analisi cf. Koenig et al., 2001) mostra che la fede religiosa è un fattore importante di benessere individuale, indipendentemente da genere sessuale, razza, età, classe socio-economica. Gli effetti possono essere collocati sui tre ambiti che concorrono alla salute (cioè benessere individuale) secondo la definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità:[2]

  • psicologico o mentale: minore ansia, depressione, maggiore ottimismo, serenità, impegno e voglia di vivere. Senso di colpa e paura della morte o dell'inferno sono presenti e rilevanti in pochi e marginali casi;
  • fisico o corporeo: minori malattie, o comunque migliore decorso e recupero, grazie a un sistema immunitario più efficente e a uno stile di vita più sano e sobrio;
  • sociale: migliori e più stabili rapporti sociali.

Le ricerche sono prevalentemente compiute in USA ed Europa, e dunque relative alla religione ebraica e soprattutto cristiana,


Note
  1. Ciotti, Diana (2005: 9-15).
  2. Statuto OMS (1948, online): "Health is a state of complete physical, mental and social well-being and not merely the absence of disease or infirmity" ("La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non solo l'assenza di disagi o infermità").
Bibliografia
  • Ciotti, P.; Diana, M. (2005). Psicologia e religione. Modelli problemi e prospettive. EDB, Bologna.
  • Cucci, G. (2009). Esperienza religiosa e psicologia. La Civiltà Cattolica-Elledici, Roma-Leumann (Torino).
  • Evans-Pritchard, E.E. (1965). Theories of Primitive Religion. Londra: Oxford University Press. Tr. it. (1971). Teorie sulla religione primitiva. Firenze: Sansoni.
  • Koenig, H.G.; McCullough, M.E.; Larson, D.B. (2001). Handbook of religion and health. Oxford University Press.


Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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