Utente:Quarantena/Inferno

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Sandro Botticelli, Mappa dell'Inferno dantesco, penna e inchiostro su pergamena, 1480-1495 circa.

Il termine Inferno deriva dal latino infernus e questo da infer cioè basso. Indica quindi ciò che sta sotto. Esprime anche una condizione di estrema degradazione e rovina. Non si riferisce tanto ad un luogo, ma ad una situazione di rifiuto dell'Amore di Dio avviata e sviluppata durante la vita terrena e conclusa con la morte. In questo senso non va confuso con il termine inferi o ade della cultura latina e shéol della cultura ebraica (shéol o ade).[1]

Propriamente indica lo stato di coloro (uomini e angeli) che, morendo in peccato mortale (possibilità radicale della libertà umana), si auto-escludono dalla comunione con Dio (libera scelta dell'uomo di amarlo) e con i beati (coloro che già beneficiano del Regno dei Cieli). Ciò nonostante Dio non predestina nessuno alla dannazione eterna, questa è la conseguenza di una libera scelta dell’uomo di persistere, fino alla fine della vita terrena, nel peccato mortale rifiutando l’Amore di Dio.

L'amore, proprio perché tale, è donato da Dio gratuitamente e non è imposto. Diversamente sarebbe esperienza tediosa e asfissiante. Quindi nella nostra piena libertà, donataci da Dio, possiamo scegliere di amarlo (vivere la condizione di beatitudine) o di odiarlo (vivere nel peccato mortale).

Per la religione cattolica dopo la morte, l'uomo, non ha possibilità alcuna di pentimento, così come non hanno alcuna possibilità di pentimento gli angeli caduti nel rifiuto di Dio. L'irrevocabilità della scelta di entrambi non è in contrasto con l'infinita Misericordia Divina, in quanto, contrariamente, verrebbe a mancare la Giustizia Divina. La libertà che Dio ci dona, rende l’uomo e gli angeli responsabili dei propri atti (libero arbitrio).

Nella Bibbia

L'inferno è il peccato divenuto definitivo. È, in altre parole, il peccato che, non essendo stato combattuto né vinto, raggiunge il suo vertice massimo.

Volendo stabilire una relazione si può dire che come il seme è all'origine della pianta così il peccato, nell'azione di completamento definitivo, genera l'inferno. Il peccato è la distruzione dei rapporti chiave propri dell'uomo, con Dio, con gli altri esseri e con se stesso. L'inferno è l'atroce condizione di chi vive deprivato di queste relazioni vitali.

Tutta la Parola di Dio presenta la triste situazione di chi sceglie di non opporsi al peccato, ma lo accetta come condizione esistenziale. Le immagini che i vari autori, ispirati da Dio, suggeriscono per esprimerla, appartengono alle loro culture. Sono immagini di morte, di desolazione, di aridità, di fiamme che divorano, come pure di completo abbandono, disperazione e abominio.

Vanno interpretati in questo senso i seguenti passi biblici: Mt 10,28; 1Cor 3,17; Gal 6,7; Fil 3,19; Ap 2,11; Ap 20,6-14; Ap 21,8. Sono passi in cui il peccatore, rifiutando ostinatamente Dio, vive una situazione di sofferenza che gli impedisce di amare e dunque in contrasto con la sua vocazione originaria di vivere in comunione.

Nella Dottrina della Chiesa

Dante e Virgilio scortati dai diavoli nell'ottavo cerchio, incisione di Gustave Doré per il canto XXI dell'Inferno.

L'inferno non è opera di Dio, ma solo ed esclusivamente dell'uomo perché è lui a costruirlo attraverso il peccato. Dio è amore (1Gv 4,16) e vuole per gli uomini la salvezza. Ma Dio non la impone la propone, l'uomo però può rifiutarla e scegliere la violenza del peccato. Così annunciare la dannazione per chi non corrisponde alle Sue iniziative di amore, diventa un atto della Misericordia Divina.

Sollecita l'uomo a tener presente il rischio che rappresenta l'inferno e lo aiuta, a costo di qualsiasi sacrificio, a compiere opere che lo allontanino da esso. La dottrina della Chiesa prende le mosse da questo insegnamento messo in pratica da Gesù. Nel Catechismo tutti i riferimenti all'Inferno sono anche un invito ad abbracciare con decisione l'iniziativa di Amore del Padre nell'imitazione del Figlio.

L'insegnamento della Chiesa afferma in modo esplicito e costante l'eternità dell'inferno. In primo luogo perché la Bibbia l'attesta ripetutamente, ponendolo sullo stesso piano della durata del Cielo. Poi perché altre interpretazioni possibili non trovano fondamento nella Scrittura. Tra queste la dottrina dell'apocatastasi (dal greco, restaurazione) nega l'irreversibilità dell’inferno ipotizzando un momento finale di liberazione per tutti.

Alcuni movimenti eterodossi di derivazione cristiana ammettono questa posizione che invece è in contrasto con la Sacra Scrittura. Altre dottrine interpretano in maniera dissimile alla Tradizione Cattolica il concetto di dannazione facendolo coincidere con quello filosofico dell'annichilimento, ossia della riduzione del dannato al niente (nihil latino). Anche questa ipotesi non trova conferma nelle Sacre Scritture.

L'apocatastasi come l'annichilimento non rispettano in primo luogo la definizione della libertà umana, poi la gravità del peccato e il valore di una vita spesa alla sequela dell'amore di Dio. Non a caso i movimenti religiosi alternativi (MRA) eterodossi al cristianesimo, stravolgendo la concezione dell'inferno, negano di conseguenza il ruolo di mediatore universale di salvezza di Cristo che pagando l'altissimo prezzo della morte in Croce ha redento l'uomo e lo ha liberato dal peccato.

Se infatti si finisse per aggiustare unilateralmente ogni cosa, nulla farebbe più differenza e gli uomini perderebbero il discernimento delle loro azioni. Se si optasse per l'annichilazione l'uomo stesso nella sua individualità, quello chiamato per nome da Dio alla libertà e all'amore, verrebbe meno.

La Tradizione, a partire da Sant'Agostino e dalla sua dottrina della predestinazione, parla dell’inferno come luogo di pena al quale sono destinati coloro che non sono eletti, cioè chiamati. La teologia invita a non superare il dato biblico nella riflessione sull'inferno. Il teologo e pontefice Ratzinger riconduce l'esistenza dell'inferno al rispetto della libertà del peccatore, considerandola una decisione globale che investe tutto l'esistere umano.

Karl Rahner e Hans Urs von Balthasar propongono legittimo sperare in una salvezza universale, dal momento che Cristo morto per tutti non è morto invano. Il senso di una simile affermazione non è negare l'inferno, ma distinguere tra la sua reale possibilità e la sua reale esistenza. Al credente non è concesso di superare l'affermazione della sua reale possibilità. Se mai il credente può dubitare che qualcuno meriti l'inferno, questo qualcuno è lui stesso.

La legittimità di questa opinione permette di concludere che la volontà di salvezza di Dio, che resta in eterno fedele a se stesso, e la libertà del cristiano che trova in essa il suo fondamento, restano l'essenza del dibattito cattolico sul tema.

Riferimenti

Note
  1. « Soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio. Tale infatti è, nell'attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; il che non vuoi dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel seno di Abramo. Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all'inferno. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l'inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto.(CCC 633) »
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