Peccato mortale

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Hieronymus Bosch, Sette peccati mortali (1500 - 1525 ca.), olio su tavola; Madrid, Museo del Prado
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Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell'uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l'uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore.
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Il peccato mortale è un peccato con il quale l'uomo rompe la comunione con Dio. È detto "mortale" perché porta l'anima del peccatore in uno stato di "morte spirituale". In ciò si differenza dal peccato veniale, che non rompe, ma indebolisce soltanto la comunione con Dio.

In forza del carattere "mortale" di questi peccati il Catechismo della Chiesa cattolica può affermare:

« Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi. »

La stessa dottrina è ribadita più avanti:

« Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l'esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. »
(n. 1061)

Tuttavia la continuazione dello stesso paragrafo mette in evidenza la distinzione fondamentale tra peccato e peccatore: anche se è lecito giudicare un atto come grave in sé, il giudizio sull'eventuale colpevolezza grave di chi lo commette va lasciato alla giustizia e alla misericordia di Dio.

Fondamento biblico

Lucas Cranach Davide e Betsabea (1534), olio su tavola; collezione privata. In questa circostanza il Re commette un doppio peccato mortale: un adulterio con conseguente omicidio

L'Antico Testamento conosce una distinzione dei peccati, che può essere vista come la preparazione della distinzione tra peccati mortali e veniali:

Nel Nuovo Testamento

L'uso dell'aggettivo mortale a proposito del peccato ci porta al Nuovo Testamento, e precisamente alla prima lettera di Giovanni:

« Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s'intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c'è, infatti, un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato, ma c'è il peccato che non conduce alla morte. » (5,16-17)

L'interpretazione corrente è che vi sono peccati remissibili attraverso le vie ordinarie della penitenza (preghiera, digiuno, elemosina), e peccati più gravi, la cui remissione è legata a una conversione radicale della propria vita e a un cammino di Penitenza sacramentale.

La Bibbia di Gerusalemme spiega[1] che "i destinatari della lettera erano forse persone informate su questo peccato di una gravità eccezionale. Può essere il peccato contro lo Spirito Santo, contro la verità (Mt 12,31) o l'apostasia degli anticristi (1Gv 2,16-19; Eb 4,6-8).

Anche la Lettera di Giacomo allude ai peccati mortali quando scrive: "Il peccato, quand'è consumato, produce la morte" (1,15). Le parole usate fanno capire che a fronte di un peccato consumato ve ne è uno non consumato. Quando più avanti Giacomo dice che "chiunque osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti" (2,10) si riferisce evidentemente al peccato consumato, a quel peccato di cui san Giovanni dice che conduce alla morte.

La riflessione e l'insegnamento della Chiesa

Le condizioni perché ci sia un peccato mortale

Perché il peccato che si commette possa essere considerato mortale devono essere soddisfatte tutte le seguenti condizioni:

  1. deve avere per oggetto una materia grave;
  2. deve essere compiuto con piena consapevolezza;
  3. deve essere compiuto con deliberato consenso[2].

La materia grave si ha quando sono in gioco valori gravi, importanti. È precisata, tra l'altro, dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre" (Mc 10,19)[3].

All'interno dei peccati gravi la gravità non è la stessa per tutti: un omicidio è più grave di un furto. Si deve poi tenere conto anche della qualità delle persone lese: ad esempio la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.

La piena consapevolezza si riferisce alla conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto, cioè della sua opposizione alla Legge di Dio.

Il pieno consenso significa un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale.

L'ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono. Invece l'ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l'imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo.

La consapevolezza e il libero consenso possono essere poi attenuati dagli impulsi della sensibilità e dalle passioni, così come dalle pressioni esterne o dalle turbe patologiche.

Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.

La confessione dei peccati mortali

Ogni fedele è tenuto all'obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi almeno una volta all'anno. Devono essere confessati tutti i peccati mortali di cui si ha consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza.

Tacere consapevolmente qualche peccato è come non sottoporre nulla alla divina bontà.

Peccati mortali e comunione eucaristica

Afferma il Catechismo della Chiesa cattolica:

« Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l'assoluzione sacramentale. »
(nn. 1456-1458)

Tale regola ha un'eccezione nella situazione in cui astenersi dal ricevere la Comunione Eucaristica equivarrebbe, per lo stato di vita del fedele in questione (ministro ordinato, religioso/a, ma non solo), a far capire alla comunità di aver commesso un peccato mortale: se vi è il proposito di celebrare la Riconciliazione sacramentale al più presto, la Chiesa concede al fedele di ricevere la Comunione Eucaristica anche prima della confessione sacramentale, purché vi sia il proposito di confessarsi al più presto.

Peccato mortale e opzione fondamentale

Nell'enciclica Veritatis splendor Giovanni Paolo II prende in considerazione le argomentazioni dei teologi che vorrebbero ridurre il peccato mortale a quelle situazioni nelle quali viene messa in questione l'opzione fondamentale della persona nei confronti di Dio:

« Le considerazioni intorno all'opzione fondamentale hanno indotto, come abbiamo ora notato, alcuni teologi a sottoporre a profonda revisione anche la distinzione tradizionale tra i peccati mortali e i peccati veniali. Essi sottolineano che l'opposizione alla legge di Dio, che causa la perdita della grazia santificante - e, nel caso di morte in un simile stato di peccato, l'eterna condanna -, può essere soltanto il frutto di un atto che coinvolge la persona nella sua totalità, cioè un atto di opzione fondamentale. Secondo questi teologi il peccato mortale, che separa l'uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto di Dio, compiuto ad un livello della libertà non identificabile con un atto di scelta né attingibile con consapevolezza riflessa. In questo senso - aggiungono - è difficile, almeno psicologicamente, accettare il fatto che un cristiano, che vuole rimanere unito a Gesù Cristo e alla sua Chiesa, possa così facilmente e ripetutamente commettere peccati mortali, come indicherebbe, a volte, la "materia" stessa dei suoi atti. Parimenti sarebbe difficile accettare che l'uomo sia capace, in un breve lasso di tempo, di spezzare radicalmente il legame di comunione con Dio e, successivamente, di convertirsi a lui mediante la sincera penitenza. Occorre dunque - si dice - misurare la gravità del peccato piuttosto dal grado di impegno della libertà della persona che compie un atto che non dalla materia di tale atto. »
(n. 69)

Di fronte a tali posizioni il Papa ribadisce l'insegnamento tradizionale della Chiesa enunciato sopra. Alle considerazioni sull'opzione fondamentale risponde citando l'Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia:

« L'orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l'aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, quale appunto l'"opzione fondamentale", intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale»[4]»
(n. 70)
Note
Fonti
Bibliografia
Voci correlate
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 31 marzo 2011 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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