Inferno (Dante)

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Inferno (Divina Commedia)
Dante's Inferno.jpg
Incipit dell'opera
Sigla biblica
Titolo originale Commedia
Altri titoli
Nazione bandiera Italia
Lingua originale Italiano volgare
Traduzione
Ambito culturale
Autore Dante Alighieri
Note sull'autore
Pseudonimo
Serie
Collana
Editore
Datazione 1304 - 1309
Datazione italiana
Luogo edizione
Numero di pagine
Genere poema allegorico-didascalico
Ambientazione
Ambientazione Geografica
Ambientazione Storica

Personaggi principali:

Cantiche
Libro precedente
Libro successivo Purgatorio
Adattamento teatrale
Adattamento televisivo
Adattamento cinematografico
Note
Premi:
Collegamenti esterni:
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L'Inferno è la prima delle tre parti (cantiche) che compongono la Divina Commedia di Dante.

Composizione

L'inferno fu composto in italiano volgare verosimilmente tra il 1304-1309,[1] quando il poeta si trovava già in esilio (dal 1301) da Firenze. Per dedicarsi all'opera Dante lasciò incompiuti il Convivio e il De vulgari eloquentia.

Ambientazione

Gli eventi narrati sono ambientati prima dell'effettiva composizione, nella settimana santa del 1300, cosa che permette a Dante di inserire alcune profezie post-eventum (cioè scritte dopo gli eventi). Il richiamo all'anno 1300 non è esplicito nel testo ma implicito in due versi dell'opera:

  • l'incipit dell'opera "nel mezzo del cammin di nostra vita" (Inferno 1,1) suggerisce l'età di Dante (nato nel 1265) a 35 anni, sulla base simbolica di un passo biblico (Sal 90[89],10: "Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti"), come confermato anche da un passo del Convivio (l'apice dell'arco della vita terrena è "tra i trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno", Convivio 4,23,6-10);[2]
  • nel seguito della discesa, descrivendo la rottura di un ponte, questa viene (implicitamente) collegata al terremoto accaduto alla morte di Cristo (Mt 27,51.54) e descritta nel testo come accaduta 1266 anni e un giorno prima meno 5 ore all'ora presente (Inferno 21,112-114). Assumendo la convinzione di Dante di una morte di Cristo all'età di 33 anni, 34 dall'annunciazione (Convivio 4,23,10), e la morte di Cristo a mezzogiorno (Lc 23,44-46), la scena descritta è collocabile alle 7 di mattina del sabato santo del 1300.[3]

La collocazione del viaggio nel 1300 ha un importante valore simbolico, dato che quell'anno rappresentò il primo giubileo per la remissione dei peccati (citato anche in Inferno 28,28-33).

Nei diffusi schemi didascalici che descrivono la struttura fisica dell'inferno dantesco, la selva oscura (inizio del viaggio) viene collocata nei pressi della città di Gerusalemme, con l'ingresso dell'inferno sottostante alla città. In realtà il testo della Commedia non esplicita tale collocazione, che viene comunemente presupposta dalla convinzione medievale che Gerusalemme fosse al centro del mondo abitato: cf. le cosiddette mappe T-O, che raffigurano il mondo in un cerchio (O) tripartito tra Asia (in alto), Europa (in basso a sinistra) e Africa (in basso a destra), con Gerusalemme al centro.

Stile letterario

L'inferno è strutturato in 34 canti, cioè uno in più delle seguenti cantiche del Purgatorio e Paradiso, quasi come introduzione all'intera opera. Come il resto dell'opera, i canti sono composti da un numero variabile di terzine, cioè tre versi endecasillabi con rima incatenata (ABA BCB CDC...).

Il vocabolario usato nella Commedia attinge sia alla lingua "bassa" (donde il nome "Commedia": "del villaggio, del popolo") che a quella "nobile": Dante fa ampio uso di termini toscani, o dei dialetti settentrionali, o delle raffinate lingue romanze (francese e provenzale), o a termini modellati sul latino con una forma volgare non ancora fissata (p.es. manicare, manducare, mangiare; speranza, speme, spene). "Il volgare italiano raggiunge con la Commedia una statura letteraria superiore a quella delle lingue romanze [neo-latine] vicine [...]. La consueta definizione che indica Dante come il "padre della lingua italiana" merita quindi di essere presa alla lettera".[4]

Contenuto

L'intero viaggio descritto nella Commedia è un'allegoria della stessa vita dell'uomo che passa attraverso il peccato (Inferno) e l'espiazione (Purgatorio), nella speranza di giungere all'eterna beatitudine (Paradiso). Circa la prima cantica, il testo descrive il viaggio sotterraneo di Dante accompagnato dal poeta Virgilio attraverso le varie sezioni dell'inferno, strutturato come un cono cavo causato alla caduta sulla terra di Lucifero.

Ogni sezione dell'inferno è dedicata a un determinato peccato e segnata da una pena, solitamente richiamante (per somiglianza od opposizione) la colpa commessa ("contrappasso"), più grave mano a mano che si scende verso il basso. Nella discesa Dante incontra e talvolta dialoga con vari dannati noti all'epoca, fino a trovarsi al cospetto di Satana al centro della terra. Infine torna in superficie attraverso un tunnel ("natural budella") che li porta ai piedi della montagna del purgatorio, descritta dalla seconda cantica.

Struttura dell'inferno

La collina del purgatorio dantesco (prodotta dalla terra eiettata dalla caduta di Lucifero) è strutturata linearmente secondo i sette vizi capitali propri della tradizione cristiana: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria.

Invece la ripartizione dell'inferno è ispirata (meno linearmente) a testi aristotelici e giuridici (cf. spiegazione di Virgilio in Inferno 11):

  • colpe negative (non aver fatto)
    • non aver agito: pusillanimi o ignavi, antinferno, canto 3
    • non aver adorato Dio: limbo, 1° cerchio, canto 4
    • non aver aderito al cristianesimo: eretici, 6° cerchio città di Dite, canti 9-11
  • incontinenti (eccesso in ciò che è lecito):
  • violenti (il male fatto per impulso e passione)
    • contro il prossimo nella persona: assassini e feritori, 7° cerchio 1° girone, canto 12
    • contro il prossimo nelle cose: ladri, cf. sopra
    • contro se stessi nella persona: suicidi, 7° cerchio 2° girone, canto 13
    • contro se stessi nelle cose: giocatori d'azzardo e dilapidatori (spendono violentemente), cf. sopra
    • contro Dio nella persona: negatori e bestemmiatori, 7° cerchio 3° girone, canti 14-17
    • contro Dio nelle sue opere:
  • fraudolenti (il male fatto con razionalità)
    • verso chi non si fida:
      • ruffiani e seduttori, 8° cerchio 1a bolgia, canto 18
      • adulatori, 8° cerchio 2a bolgia, canto 18
      • simoniaci, 8° cerchio 3a bolgia, canto 19
      • maghi e indovini, 8° cerchio 4a bolgia, canto 20
      • barattieri, 8° cerchio 5a bolgia, canti 21-23
      • ipocriti, 8° cerchio 6a bolgia, canto 23
      • ladri, 8° cerchio 7a bolgia, canti 24-25
      • consiglieri fraudolenti, 8° cerchio 8a bolgia, canti 26-27
      • scismatici e seminatori di discordie, 8° cerchio 9a bolgia, canti 28-29
      • falsari (di metalli, persona, moneta, parola), 8° cerchio 10a bolgia, canti 29-30
    • verso chi si fida (traditori)
      • contro i parenti, 9° cerchio 1a bolgia, Caina, canto 32
      • contro la patria, 9° cerchio 2a bolgia, Antenòra, canti 32-33
      • contro gli ospiti, 9° cerchio 3a bolgia, Tolomea, canto 33
      • contro Chiesa e impero, 9° cerchio 4a bolgia, Giudecca, canto 34

Sintesi dei canti

La selva oscura.

1. Il protagonista (che sarà identificato come Dante solo in Purgatorio 30,55), a metà della sua vita (cf. sopra e Is 38,10), si trova a vagare in maniera improvvisa e inspiegata in una selva oscura. Giunto al limite della selva scorge un colle illuminato e si dirige verso esso. Viene però fermato da tre bestie (una lince, un leone e una lupa). Mentre retrocede compare Virgilio che lo invita a percorre un sentiero diverso data la mortale pericolosità della lupa, che verrà sconfitta solo dalla futura venuta del veltro.

2. Dante si appella alle muse (come prassi delle opere antiche) e al proprio ingegno (unicum per la letteratura dell'epoca) per raccontare bene quanto segue, paragonando il proprio viaggio ultraterreno a quello di Enea (Eneide 6) e di san Paolo (2Cor 12,2-4). Virgilio spiega che, mentre si trovava nel limbo, è stato invitato ad accompagnare Dante da Beatrice, invitata da santa Lucia, sollecitata da Maria.

3. Dante e Virgilio entrano all'inferno attraverso una porta con una soprascritta, terminante con un'ammonizione: "Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Dante sente gemiti e sospiri dei primi dannati (angeli e uomini), i pusillanimi, respinti da inferno e paradiso per aver vissuto "sanza 'nfamia e sanza lodo", senza perseguire né bene né male. Ora sono condannati a rincorrere un'insegna, punti da vespe e mosconi. Tra questi c'è "colui che fece per viltade il gran rifiuto" (papa Celestino V, speranza delusa del rinnovamento pauperista della Chiesa, che si dimise). Virgilio sprezzante lo invita a proseguire, "non ragioniam di loro ma guarda e passa". Arrivano al fiume Acheronte con le anime pronte ad entrare all'inferno nel traghetto di Caronte. Questo rifiuta l'ingresso del vivo Dante ma Virgilio gli presenta il volere divino del viaggio: "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare". Passato il fiume Dante sviene.

4. Dante si sveglia ed entrano nel 1° cerchio, il limbo, sede degli "spiriti magni" e dei bambini non battezzati, che non peccarono ma neanche ebbero il battesimo necessario alla salvezza, anche se con la discesa di Cristo agli inferi furono portati in paradiso gli antichi ebrei credenti. Dante incontra 4 grandi poeti dell'antichità (Omero, Orazio, Ovidio, Lucano) che lo salutano, poi filosofi (Aristotele, Socrate, Platone ecc.) e scienziati antichi.

5. Nel 2° cerchio Dante incontra Minosse, il quale decreta il luogo dell'espiazione dei dannati con tanti giri di coda quanti sono i cerchi che dovranno scendere. Ferma il vivo Dante ma Virgilio lo convince a proseguire. Proseguendo incontrano i lussuriosi (Semiramide, Cleopatra, Elena...), che in vita furono scossi dalle passioni carnali a discapito del controllo della ragione, e qui sono trasportati da una forte bufera. Dante con pietà e comprensione parla con Francesca da Rimini, amante di Paolo, che racconta del loro amore galeotto. Dante sviene.

6. Dante rinviene e nel 3° cerchio trova i golosi sotto una sporca pioggia e sdraiati nel fango, lacerati dal cane a tre teste cerbero. Incontra il fiorentino Ciacco che gli profetizza la caduta della parte bianca e l'oppressione della parte nera. Virgilio poi spiega che le anime dei dannati, dopo il giudizio finale e il ricongiungimento col corpo, soffriranno di più.

7. Incontrano Pluto che li ferma, ma Virgilio gli ingiunge di lasciarli passare. Nel 4° cerchio incontrano avari e prodighi (con molti chierici) che spingono pesanti macigni. Virgilio spiega la natura della fortuna, ordinata da Dio e al di là di ogni possibile intervento umano. Nel 5° cerchio gli iracondi sono immersi nel fango nella palude Stigia, alcuni del tutto sommersi.

8. Giunti ai piedi di una torre, Virgilio ingiunge a Flegiàs a farli salire sulla barca. Attraversano la palude e un dannato (Filippo Argenti, guelfo nero) battibecca con Dante e cerca di rovesciare la barca ma è aggredito da altri dannati. Avvistano le torri incandescenti della città di Dite. Dei diavoli non li vogliono fare entrare, ma Virgilio anticipa che sta arrivando dal cielo uno per farli entrare.

9. Nell'attesa, Dante impaurito chiede a Virgilio se nessuno dal limbo ha mai fatto quella strada (se cioè la sua guida sa dove andare), e risponde di essere già sceso all'inferno (invenzione dantesca ispirata da Lucano, Farsaglia 6,508-827, dove la maga Eritone fa tornare sulla terra un morto). Compaiono sulle mura di Dite le tre Furie Megera, Aletto e Tesifone che invocano Medusa per impietrire Dante, il quale chiude gli occhi. Compare il messo celeste che attraversa la palude e sgrida i diavoli, incurante dei due viaggiatori. Diavoli e Furie spariscono ed entrano nella città, nel 6° cerchio. È un vasto cimitero con sepolcri aperti e arroventati dove sono posti gli eretici. I sepolcri saranno chiusi nel giorno del giudizio.

10. In quella sezione del cimitero si trovano coloro che negarono l'immortalità dell'anima (epicurei, di fatto atei). Dante incontra Farinata degli Uberti (ghibellino fiorentino condannato postumo come eretico), che profetizza a Dante il futuro esilio, e Cavancante de' Cavalcanti (padre di Guido amico di Dante). I dannati conoscono il futuro ma non il presente.

11. Giungono al limite del cimitero, sull'orlo di un precipizio che manda al basso inferno, e vedono la tomba di Papa Anastasio II (che per i suoi tentativi di dialogo fu poi accusato di simpatie monofisite). Virgilio invita a una sosta per abituarsi al fetore che sale dal basso inferno e spiega a Dante la suddivisione dei gironi seguenti (cf. sopra). Spiega la colpevolezza dell'usuraio, che offende l'opera di Dio dato che non trae sostentamento dal lavoro ma dal denaro altrui.

12. Presso una frana, causata dal terremoto alla morte di Cristo, incontrano il Minotauro che schernito da Virgilio li lascia passare al 1° girone del 7° cerchio. Qui il Flegetonte, fiume di sangue ribollente, contiene i violenti contro il prossimo, trafitti con frecce dai centauri Nesso, Chirone e Folo. Dante attraversa il fiume sulla groppa di Nesso, che guadando gli indica diversi assassini e tiranni.

I suicidi con le arpie.

13. Giungono alla riva opposta, nel 2° girone del 7° cerchio, dove c'è una boscaglia dove nidificano le Arpie. Le piante sono le anime dei violenti contro se stessi (suicidi), e Dante parla con Pier delle Vigne, ministro imperiale suicida. Spiega che nel giudizio i dannati suicidi non si riuniranno al corpo, che hanno rifiutato, ma lo appenderanno alla pianta. Tra le piante corrono gli scialacquatori (violenti contro le proprie cose) inseguiti e dilaniati da cagne.

14. Usciti dalla boscaglia entrano nel 3° girone del 7° cerchio, una landa battuta da una pioggia di fuoco dove i dannati violenti contro Dio sono supini, siedono o corrono. Vedono Capaneo, re greco che sfidò Giove. Proseguono fino alla sorgente di sangue del Flegetonte, e Virgilio spiega che a Creta si trova un vecchio col corpo di vari materiali (cf. la statua di Dn 2), dai quali grondano lacrime che formano i fiumi infernali Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito.

Il sodomita Brunetto Latini.

15. Proseguono sulla riva del fiume e Dante incontra l'antico maestro Brunetto Latini (verosimilmente sodomita, violenti contro la natura di Dio) che gli profetizza (come Ciacco) l'esilio, e indica altri sodomiti, chierici e letterati: Prisciano, Francesco d'Accorso, il cardinale Andrea de' Mozzi.

16. Dante viene raggiunto da altri tre sodomiti fiorentini, Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci. L'ultimo chiede se a Firenze esistono ancora "cortesia e valore", e Dante individua nella nuova borghesia la causa del declino della città: "la gente nuova e i sùbiti guadagni orgoglio e dismisura han generata". I due arrivano sull'orlo del burrone, nel quale si getta in cascata il fiume e dal quale sale il mostruoso demonio Gerione.

17. Volto umano, corpo di serpente, Gerione personifica la frode. Mentre Virgilio parla col mostro, Dante si reca presso gli usurai (violenti contro l'arte di Dio) seduti con una borsa al collo, tra i quali Reginaldo degli Scrovegni (cf. la Cappella degli Scrovegni). I due salgono su Gerione che li porta in volo all'orlo inferiore del burrone e parte.

18. Nell'8° cerchio, contenente i fraudolenti verso chi non si fida, Dante scorge 10 sezioni ("malebolge", borsa) circolari e concentriche, separate da argini e ponti. Nella 1a bolgia dell'8° cerchio vede i ruffiani (magnaccia), che percorrono la bolgia in doppio senso frustati da demoni. Vede Venedico Caccianemico, che fece prostituire la sorella al marchese d'Este. Nella schiera opposta dei seduttori vede Giasone degli Argonauti. Nella 2a bolgia gli adulatori sono immersi nello sterco.

Il simoniaco papa Niccolò III.

19. Dopo un'invettiva a Simon Mago, nella 3a bolgia Dante vede i dannati simoniaci conficcati a testa in giù con fiamme che bruciano i piedi. Incontra papa Niccolò III, che preannuncia la simile dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V. Dante inveisce contro la donazione di Costantino (origine della commistione tra chiesa e stato), Niccolò e i simoniaci, pur avendo "reverenza de le somme chiavi" (cioè amore per il papato).

20. Passato il ponte entrano nella 4a bolgia, dove gli indovini camminano con la testa all'indietro. Tra questi la maga Manto e Virgilio ne prende spunto per narrare l'origine della sua Mantova.

21. Nella 5a bolgia vi sono i barattieri (personaggi pubblici corrotti), in particolare lucchesi, immersi nella pece bollente, straziati da diavoli con uncini. Dante si nasconde e Virgilio parla con Malacoda, capo dei diavoli, per non aggredire il vivo e scortarli fino al ponte successivo, dato il crollo del presente per il terremoto di Cristo. Con un peto di Barbariccia la scorta di dieci diavoli si incammina.

I barattieri spinti dai diavoli nella pece.

22. Incontrano il dannato Ciampolo di Navarra. Tormentato dai diavoli, si accorda per fare uscire con un fischio altri dannati dalla pece per essere tormentati, ma i diavoli devono inizialmente allontanarsi. Lo fanno e Ciampolo si dilegua e due diavoli si impegolano nella pece (stile ironico popolare, che vedeva i poveri e buffi diavoli ingannatori ma anche ingannabili).

23. Approfittando della distrazione dei diavoli Dante e Virgilio entrano nella 6a bolgia, dove quelli non possono entrare. Qui trovano gli ipocriti, che camminano lentamente coperti da pensanti cappe di piombo dorate all'esterno (cf. l'etimo erronea di "ipocrita", ypo crisis, sotto l'oro). Dante parla con due frati gaudenti fiorentini, Catalano de' Malavolti e Loderingo degli Andalò. Gli indicano Caifa, crocifisso a terra e calpestato dagli ipocriti, assieme ad Anna e i sinedriti artefici della condanna di Gesù.

I ladri tormentati dai serpenti.

24. Superano l'argine ed entrano nella 7a bolgia dei ladri, in fuga e tormentati da serpenti e derubati della propria forma tramite mutazioni. Un dannato (Vanni Fucci) morso è incenerito e riprende subito forma umana e preannuncia sventure ai guelfi bianchi.

25. Incontrano il centauro Caco (che derubò Ercole del gregge) e assistono ad altre metamorfosi di ladri fiorentini: un serpente si fonde con un dannato, un altro si infila nell'ombellico di uno diventando uomo e l'altro serpente.

26. Entrano nell' 8a bolgia dei consiglieri di frodi che hanno forma di fiamme mobili. Incontrano Ulisse e Diomede in una duplice fiamma. Ulisse racconta la sua fine, partito in nave per esplorare gli antipodi ("il mondo senza gente") oltre le colonne d'Ercole e arringando l'equipaggio ("fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza"), per poi naufragare di fronte alla montagna del purgatorio (morte inventata da Dante).

27. Si allontana la fiamma di Ulisse e si avvicina quella del romagnolo Guido da Montefeltro che chiede notizie della sua terra. Dante risponde che in Romagna non vi sono guerre ma sono sempre in agguato ("Romagna tua non è, e non fu mai, sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni"). Guido racconta di esser stato uomo d'arme ghibellino, poi pentito e riconciliatosi con la Chiesa. Fu consigliere di frode ("lunga promessa con l'attender corto", prometti e non mantenere) per Bonifacio VIII nella conquista di Palestrina.

28. In un canto pieno di vocaboli triviali e di suoni duri, nella 9a bolgia Dante e Virgilio incontrano numerosi seminatori di discordie e scismi, crudelmente mutilati e sanguinolenti. Incontra Maometto (nell'interpretazione medievale scismatico cristiano e non fondatore di una nuova religione), squarciato dal mento all'ano, e il genero Alì, squarciato dal mento alla fronte. Maometto invita Dante ad ammonire fra Dolcino (m. 1307, vivo nel 1300) a non essere sconfitto per finire subito all'inferno (Dante così lo condanna pre-morte). Dante incontra poi altri seminatori di discordie, familiari e politiche, noti all'epoca.

29. Entrano nella 10a bolgia dell'8° cerchio satura di lamenti dannati alchimisti e falsatori di metalli, colpiti da varie malattie, e incontra alcuni alchimisti noti all'epoca.

30. Dante descrive l'incontro con alcuni malati falsificatori di persone (impostori), quindi falsificatori di moneta, quindi falsificatori di parola (p.es. la moglie di Putifarre falsa accusatrice del patriarca Giuseppe). Scoppia una rissa tra due dannati malati, Dante assiste incuriosito ma è rimproverato da Virgilio per proseguire.

31. Saliti sull'argine della bolgia Dante scorge oltre alte torri, ma si tratta di giganti (comuni alla tradizione pagana e biblica, per Dante prefigurazione più di Lucifero che dei traditori) conficcati nel terreno. Si avvicinano a Nembrot che ha un linguaggio incomprensibile (Dante fonde il mito del biblico Nimrod di Gen 10,8-10, cacciatore e primo re di Babilonia creduto ideatore della torre, col mito classico della scalata al cielo dei giganti). Quindi incontrano il gigante Fialte, incatenato, e Anteo, al quale Virgilio chiede siano deposti nel fondo ghiacciato del successivo 9° cerchio, ed esegue.

32. Per l'ultimo cerchio Dante chiede aiuto alle muse per riuscire a usare un linguaggio abbastanza aspro (ricorrono suoni in z e u). Il 9° cerchio è un lago ghiacciato (Cocito) e dove sono conficcati i traditori (il freddo calcolo del tradimento vs. il fuoco della carità), suddivisi in 4 bolge. Nella 1a bolgia del 9° cerchio (Caina, da Caino) dedicata ai traditori dei parenti, Dante incontra i conti di Mangona e altri. Nella 2a bolgia del 9° cerchio (Antenòra, dal troiano Antenore tradizionalmente ritenuto traditore) dedicata ai traditori della patria, Dante incontra Bocca degli Abati (guelfo fiorentino che favorì i ghibellini nella battaglia di Montaperti del 1260), che tradisce altri traditori nominandoli. Dante poi intravede un dannato che mastica la nuca ("bestial segno") di un altro dannato.

33. Con una descrizione bestiale ("la bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a' capelli del capo ch'elli avea di retro guasto") viene introdotto il ghibellino conte Ugolino che racconta a Dante la sua triste morte per fame assieme a figli e parenti (Dante lascia pensare a episodi di cannibalismo da parte di Ugolino esclusi però dall'analisi forense[5]) per opera del vescovo Ruggieri, traditore a sua volta condannato all'inferno a essere suo pasto. Nella 3a bolgia del 9° cerchio (Tolomea, dal governatore di Gerico che uccise l'ospite Simone Maccabeo dopo un banchetto, 1Mac 16,11-16) dedicata ai traditori degli ospiti, i condannati hanno il capo all'indietro e le lacrime non cadono e gelano sugli occhi. Uno si presenta a Dante come frate Alberigo (m. ca. 1307), ancora vivo nel 1300, e spiega che al momento del tradimento l'anima piomba all'inferno e un demonio entra nel corpo (altro artificio teologico dantesco per dannare i viventi al momento della stesura dell'opera). Alberigo racconta il suo tradimento per questioni ereditarie verso due suoi parenti invitati a un pranzo a Pieve Cesato (Faenza), uccisi dai servi a un segnale convenuto ("vengano le frutta").[6] Dante rifiuta di dargli sollievo non togliendo il ghiaccio dagli occhi ("e cortesia fu lui esser villano").

Lucifero.

34. Nella 4a bolgia del 9° cerchio (Giudecca, da Giuda Iscariota) Virgilio indica a Dante Lucifero, ficcato nel ghiaccio dalla vita in su e causa del freddo col battito delle sue ali da pipistrello. Ha tre facce in una testa sola (antitesi della Trinità), ognuna delle quali divora in eterno Giuda, Bruto e Cassio, traditori di Chiesa e impero. Virgilio carica Dante sulle spalle e scende aggrappato ai peli di Lucifero fino all'anca, dove la gravità si inverte (al centro della terra) e risalgono nell'emisfero australe. Virgilio spiega l'origine dell'inferno per la caduta di Lucifero dal cielo. Si incamminano verso la superficie attraverso un tunnel fino "a riveder le stelle".

Principali simbologie

  • la selva oscura, immagine di una vita dominata dal peccato e dell'errore;
  • le tre bestie: la lonza-lince, simbolo della lussuria; il leone, la superbia; la lupa, cupidigia e avarizia;
  • Virgilio. La scelta letteraria di Virgilio come accompagnatore può essere ricondotta a diversi motivi, non escludibili a vicenda:
    • l'ammirazione di Dante per la grandezza del poeta latino;
    • l'implicito richiamo alla sua Eneide che descrive un viaggio agli inferi (libro VI);
    • la consolidata fama di Virgilio come cristiano prima di Cristo (cf. Profezia di Virgilio);
    • a livello filosofico-teologico, Virgilio (che accompagna la prima parte del viaggio tra inferno e purgatorio) rappresenta la guida offerta dalla ragione, che deve poi lasciare spazio alla guida offerta dalla fede, personificata da Beatrice guida nel paradiso.
  • il veltro. Cane da caccia che sconfigge la lupa, rappresenta "uno dei celebri enigmi del poema".[7] I commentatori lo hanno variamente identificato come un religioso mendicante (francescano o domenicano), un futuro papa pauperista, la Chiesa, Cristo, un imperatore (Enrico VII di Lussemburgo), Cangrande della Scala ("Can", cane cioè veltro, che dominava tra Feltre e il Montefeltro, "tra feltro e feltro"), lo stesso Dante o la stessa Commedia;
  • Beatrice. In quanto pura non può scendere in inferno e purgatorio ma invia Virgilio (la ragione) a Dante e accompagna il suo viaggio finale verso Dio, simbolo della fede-grazia-teologia.
Note
  1. Ferroni, p. 108.
  2. Cf. Bosco, Reggio, nota a Inferno 1,1.
  3. Cf. Bosco, Reggio, nota a Inferno 21,112-114.
  4. Ferroni, p. 117.
  5. Bosco, Reggio, p. 516.
  6. Voce "Alberigo, Frate" in Enciclopedia Dantesca, online.
  7. Bosco, Reggio, nota a Inferno 1,101; cf. anche pp. 20-22.
Bibliografia
  • Umberto Bosco, Giovanni Reggio (a cura di), Inferno, Le Monnier Scuola, Milano 2010, ISBN 9788800208246.
  • Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, vol. 1, Einaudi Scuola, 1992, pp. 93-125.
Voci correlate
Collegamenti esterni
  • Testo dal sito danteonline.it

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