Abbazia di San Giovanni in Venere
| Abbazia di San Giovanni in Venere | |
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| Regione |
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| Regione ecclesiastica |
Regione ecclesiastica Abruzzo-Molise |
| Provincia | Chieti |
| Comune | Fossacesia |
| Località | Fossacesia |
| Diocesi | Arcidiocesi di Chieti-Vasto |
| Religione | Cattolica |
| Oggetto tipo | Abbazia |
| Dedicazione | San Giovanni Battista |
| Sigla Ordine qualificante | O.S.B. |
| Data fondazione | XI secolo |
| Stile architettonico | Romanico |
| Inizio della costruzione | X secolo |
| Completamento | XI secolo |
| Coordinate geografiche | |
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L'Abbazia di San Giovanni in Venere è un complesso monastico situato nel comune di Fossacesia, su una collina prospiciente il mare Adriatico a 107 m s.l.m.[1] Il complesso è composto da una basilica e dal vicino complesso monastico, entrambi risalenti all'inizio del XIII secolo. La posizione è molto panoramica: è su una collina che domina la costa vicina per diversi chilometri verso nord e verso sud.
Storia
Ritrovamenti archeologici durante la pavimentazione della piazza antistante l'abbazia fra il dicembre 2006 e febbraio 2007 hanno riportato alla luce una necropoli italica risalente al V secolo a.C..
Il riferimento a Venere deriva da una tradizione che individua un tempio pagano sul luogo dell'attuale complesso (un tempio, secondo alcuni, costruito nell'80 a.C. e dedicato a Venere Conciliatrice).[2] Una traccia di questo tempio sarebbe rimasta nel toponimo Portus Veneris, che designava un approdo posto alla foce del fiume Sangro in epoca bizantina (ovvero fino all'X secolo. Un secondo riferimento a Venere è dato dal fatto che sotto l'Abbazia è ubicata la cosiddetta fonte di Venere, dove secondo una tradizione, fino alla metà del Novecento, le donne che desideravano concepire un figlio si recavano ad attingere l'acqua sgorgante dalla stessa. Oggi la fonte è stata restaurata ed è fruibile al pubblico (marzo 2023).
Il culto pagano del tempio venne sostituito da quello cristiano. Sempre secondo la tradizione, il primo nucleo del monastero andrebbe ricercato in un cellario (piccolo ricovero) per frati benedettini, dotato di una cappella, fatto edificare da un certo frate Martino nel 543. Questi avrebbe fatto demolire il tempio pagano, ormai abbandonato, per costruirvi il cellario. La chiesa sarebbe stata intitolata dapprima a San Benedetto, e poi a San Giovanni Battista nell'XI secolo. Il primo documento storico che parla di Sancti Johannes in foce de fluvio Sangro è, però, solo dell'829; tuttavia, recenti scavi (1998) hanno riportato alla luce i resti di un edificio di culto paleocristiano ed alcune sepolture databili al VI-VII secolo.
Sicuramente l'abbazia dovette subire i danni delle invasioni saracene e ungare, ma con la protezione dei conti di Chieti, accrebbe sempre di più il suo potere. La prima menzione della "cella" avviene nel 973. In questo documento, dove la chiesa è menzionata, si ha la donazione del conte Trasmondo I di Chieti di molti beni all'abbazia, dacché venne sottoposta a protezione dei signori abruzzesi, ed entrò anche nelle grazie papali. Intorno all'anno 1015 è documentata la prima espansione del monastero: i Conti di Chieti Trasmondo I e Trasmondo II fecero ampliare il cellario, trasformandolo in un'abbazia cassinese, e donarono agli abati vasti terreni e diritti di pedaggio sul vicino Portus Veneris. Dell'impianto longitudinale di questo primo intervento rimane il portale, reimpiegato per l'attuale accesso al chiostro del monastero.
Dal VIII secolo fino alla metà del XII il territorio entrò a fare parte del Sacro Romano Impero e nel 1047 all'Abbazia fu concessa la protezione imperiale. Intorno al 1060 l'abate Oderisio I, temendo incursioni saracene ma anche l'avanzata dei Normanni verso la Contea di Chieti, fece fortificare il monastero sul lato occidentale, come ancora nel XVIII secolo testimoniava un'epigrafe contemporanea all'opera>, e fondò il castrum di Rocca San Giovanni. In occasione di questa fortificazione, l'antica fonte romana venne inserita all'interno del circuito murario del monastero per proteggerla.

Nella seconda metà dell'XI secolo l'abate Oderisio I di Collepietro-Pagliara fece costruire la torre campanaria, alla quale si saliva dalla cripta, e nel cui pavimento venne sepolto alla sua morte, avvenuta forse nel 1087: la tomba fu segnalata da un epitaffio in marmo in parte ancora leggibile nel XVIII secolo e interamente trascritto dall'Antinori.
La planimetria attuale, di evidente matrice romanica, risale al periodo che va dal 1080 al 1120. Come altre abbazie abruzzesi benedettine (quali San Clemente a Casauria e San Liberatore a Maiella) si rifà al modello dell'abbazia di Montecassino, ristrutturata in quegli anni dall'abate Desiderio (il futuro papa Vittore III).
Nel 1090 l'Abate Giovanni II fece compilare un Indice delle chiese e dei beni immobili dell'Abbazia[3]. Dal punto di vista politico, in quegli anni l'abate di San Giovanni era il più grande feudatario ecclesiastico del Regno di Sicilia: grazie ai privilegi concessi dai signori prima franchi e poi normanni, l'abbazia si era arricchita di vari feudi nella costa abruzzese e nella valle del Sangro. Secondo il normanno Catalogus Baronum[4] (redatto tra il 1150 ed il 1168), possedeva parte dei territori delle attuali province di Chieti e Pescara, da Vasto ad Atri passando per Lanciano, Ortona, Francavilla, Pescara e Penne. Inoltre, aveva vasti possedimenti nelle regioni circostanti, in un'area che andava da Ravenna fino a Benevento. Il cenobio era divenuto un'istituzione sociale oltre che religiosa. In caso di guerra, era in grado di fornire al re 95 cavalieri e 126 fanti armati. I suoi abati, per di più, non dipendevano dalle diocesi locali, ma avevano dignità vescovile: l'abbazia, infatti, godeva dello status di nullius dioecesis. Il patrimonio abbaziale si arricchì ulteriormente del feudo di Guasto d'Aimone (l'odierna Vasto), con la bolla del 1173 di papa Alessandro III.

L'abbazia era anche un importante centro culturale per la formazione religiosa, tanto che nella seconda metà del XI secolo vi si ritirò il teramano Berardo da Pagliara, al fine di condurre una vita di studio e preghiera. Alla morte del vescovo di Teramo Uberto, nel 1116 Berardo venne esortato dai cittadini a fare ritorno in città, dove ne divenne vescovo e, a seguito della sua morte nel 1122, santo patrono.
Nel XII secolo l'abbazia raggiunse il culmine del suo splendore. Nel 1165, forse a seguito di un terremoto che colpì la chiesa intorno al 1125, l'abate e cardinale Oderisio II di Collepietro-Pagliara diede il via ai lavori per la costruzione della nuova chiesa e di un monastero molto più grande, che si conclusero intorno al 1204. La ricostruzione dell'impianto si realizzò sulla precedente impostazione planimetrica, introducendo un metodo costruttivo di derivazione borgognona cistercense, cioè una novità nel panorama architettonico abruzzese, poiché i Cistercensi si stavano affermando proprio nella prima metà del Duecento, nella valle della Pescara, con i cenobi di Santa Maria di Casanova e Santa Maria d'Arabona.
Se la chiesa è quella che vediamo ancora oggi (benché spogliata di tele e sculture), il monastero attuale è solo una piccola parte di quello che doveva essere intorno al 1200. Pare che ospitasse stabilmente dagli 80 ai 120 monaci benedettini, in una struttura dotata di aule studio, laboratori, una grande biblioteca ed un ricco archivio (i cui testi sono oggi custoditi a Roma), locali per gli amanuensi, due chiostri, un forno, un ambulatorio, delle stalle, un ricovero per i pellegrini ed altro ancora.
Altri lavori furono effettuati fra il 1225 e il 1230, quando l'abate Rainaldo fece rinnovare parti dell'impaginato decorativo, come il portale della Luna (realizzato da un tal Rogerio sotto l'abate Oderisio, e poi abbellito con il gruppo scultoreo della "Deesis") e le finestre absidali. La chiesa, dopo ulteriori interventi di ultimazione nel Trecento, venne definitivamente completata nel 1344 dall'abate Guglielmo II.
Nel Trecento cominciò il declino dell'abbazia, che si impoverì e dovette vendere gran parte dei suoi beni. Non riuscì più a pagare le imposte alla Curia romana e per questo, dal 1394, fu soggetta a commenda, con nomine degli abati da parte della Santa Sede anziché eletti dal Capitolo dell'abbazia.
Nel 1585, papa Sisto V concesse in perpetuo l'abbazia e quanto rimaneva del suo feudo alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. Nel 1626, i Filippini concessero la giurisdizione religiosa dell'abbazia e dei paesi che da essa dipendevano all'arcivescovo di Chieti. Nel 1871, infine, il neonato Regno d'Italia confiscò il monastero ed i suoi beni alla Congregazione. Nel 1881 l'abbazia fu dichiarata monumento nazionale ed assegnata in custodia agli stessi Filippini.[5]
I decenni successivi ne segnarono il progressivo degrado, causato dalla scarsa manutenzione, da alcuni terremoti e, infine, dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, che danneggiarono soltanto il chiostro, grazie a un accordo con gli angloamericani che ne impediva il bombardamento totale. Nel 1948 il cenobio fu restaurato. Nel 1954 vi si è stabilita una comunità di Padri Passionisti, che da allora provvedono agli interventi di manutenzione. Dagli anni cinquanta in poi, una lunga serie di restauri ha restituito la chiesa e ciò che rimane del monastero. La sempre maggiore diffusione nei circuiti culturali ha diffuso sempre più la conoscenza dell'Abbazia, citata anche nelle riviste dell'UNESCO.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali la gestisce tramite il Polo museale dell'Abruzzo, nel dicembre 2019 divenuto |Direzione regionale Musei.
| Note | |
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