Comunità ecclesiale

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Nota di disambigua - Se stai cercando la comunità cristiana nel suo aspetto universale, vedi Chiesa.
Il cardinale Angelo Scola con i membri di una comunità ecclesiale e il loro parroco. La comunità ecclesiale si riconosce come tale nell'unione con i pastori della Chiesa

L'espressione comunità ecclesiale, indica il gruppo dei cristiani viventi in un luogo o in seno a un'altra cornice di riferimento in piena comunione con la Chiesa Cattolica. Essa si raduna sotto la presidenza del Vescovo, per celebrare l'Eucaristia, per pregare, per rendere testimonianza a Cristo e per servire, e rappresenta la Chiesa qui e ora.

Nella Bibbia

Nel Nuovo Testamento il termine ekklesía indica sia la Chiesa universale (1Cor 10,32; 11,22; 12,28; 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6), sia la comunità concreta e visibile cioè la singola comunità, distinta dalle altre (Rm 16,1.16; 1Cor 4,17; 6,4) o una Chiesa domestica (Rm 16,5; 1Cor 16,19; Col 4,15; Fm 2).

Nella storia della Chiesa

Nei primi tempi della Chiesa i cristiani erano una minoranza, spesso guardata con sospetta o addirittura perseguitata. La loro unione, frutto della decisione personale di credere, era molto viva e sperimentabile, e le comunità rappresentavano quindi per tutti i membri un punto di riferimento molto significativo.

Dopo che la Chiesa divenne religione di stato dell'Impero Romano, alla fine del IV secolo, il numero dei suoi membri crebbe rapidamente. La Chiesa ritenne opportuno organizzare le comunità in parrocchie territoriali, che svolsero un'intensa attività pastorale, con la partecipazione dei membri delle comunità. La comunità parrocchiale e la comunità mondana si fusero in una simbiosi, e nel linguaggio ecclesiale il concetto e il termine di comunità non svolse, da allora in poi, alcun ruolo, identificandosi con quello di parrocchia.

Nelle comunità ecclesiali nate dalla "riforma protestante" il termine "comunità" svolse un ruolo importante fin dall'inizio.

Nel Concilio Vaticano II

La comunità cristiana in LG 26
[..] (la) Chiesa di Cristo è veramente presente nelle legittime comunità locali di fedeli, le quali, unite ai loro pastori, sono anch'esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento[1]. Esse infatti sono, ciascuna nel proprio territorio, il popolo nuovo chiamato da Dio nello Spirito Santo e in una grande fiducia (cfr. 1Ts 1,5). In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore, "affinché per mezzo della carne e del sangue del Signore siano strettamente uniti tutti i fratelli della comunità"[2]. In ogni comunità che partecipa all'altare, sotto la sacra presidenza del Vescovo[3] viene offerto il simbolo di quella carità e "unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci "salvezza"[4]. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica[5]. Infatti "la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che riceviamo"[6].

Il Concilio Vaticano II non propone una teologia esplicita della comunità, però ne pone il fondamento, e lo fa sottolineando l'importanza delle Chiese particolari.

La Lumen Gentium dedica all'argomento il primo paragrafo del n. 26 (testo a lato), all'interno del discorso sulla funzione di santificazione dei Vescovo. Il testo situa la realtà della comunità particolare o locale in riferimento all'autorità sacra del Vescovo, pur se esercitata attraverso i presbiteri in comunione con lui, e in riferimento alla celebrazione eucaristica: la Messa non può quindi essere celebrata in senso particolaristico, ma deve sempre situarsi nella comunione con i pastori di tutta la Chiesa.

Il post-concilio

Solo dopo il Concilio Vaticano II il termine è tornato in uso; esso è stato accompagnato, nel pensiero di alcuni teologi pastoralisti, dall'ipotesi, peraltro non recepita appieno dal Magistero, del calo di importanza di quello di parrocchia.

Riflessione teologica

A livello di teologia pastorale porre l'accento sulla comunità significa mettere in risalto una grande opportunità, ma significa anche correre il rischio di far perdere di vista la dimensione più grande della Chiesa.

I cambiamenti susseguitesi nel linguaggio ecclesiale e citati sopra sono sintomo di cambiamenti ecclesiali e sociali di grandi proporzioni. L'appartenenza alla Chiesa e alla Parrocchia non è più oggi una cosa ovvia dal punto di vista sociale; la decisione personale di credere e l'unione sperimentabile dei cristiani, manifestantesi in un multiforme complesso di relazioni, sono divenute il fondamento portante delle comunità. Il principio territoriale, pur sempre vivo, non è più valido e indiscusso come una volta.

Non di rado oggi la comunità parrocchiale si trova in concorrenza con le comunità religiose, con comunità originantesi in movimenti ecclesiali e, limitatamente ad alcuni paesi dell'America Latina e a una certa epoca della seconda metà del XX secolo, con le comunità ecclesiali di base.

Note
  1. Cfr. At 8,1; 14,22-23; 20,17 e passim.
  2. Orazione mozarabica: PL 96, 759B.
  3. Cf. Sant'Ignazio di Antiochia, Smyrn. 8, 1: ed. Funk I, p. 282.
  4. San Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae III, q. 73, a. 3.
  5. Cfr. Sant'Agostino d'Ippona, Contra Faustum, 12, 20: PL 42, 265; Sermo 57, 7: PL 38, 389, ecc.
  6. San Leone Magno, Sermo 63, 7: PL 54, 357C.
Bibliografia
Voci correlate
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 6 febbraio 2011 da Don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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