Mistero della fede

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1leftarrow.png Voce principale: Mistero.

L'espressione Mistero della fede indica in teologia ciò che è presupposto e fondamento di ogni relazione con Dio: anzitutto la sua esistenza e la sua azione di salvezza, in quanto esse, attraverso la rivelazione, entrano nell'orizzonte dell'esperienza umana.

Ciò è ben distinto da quello che potrebbe sembrarne il significato immediato: una persona lontana dall'orizzonte biblico-teologico potrebbe comprendere l'espressione come "ciò che (per il momento) rimane ancora oscuro dei contenuti della fede": tale significato tradisce completamente l'espressione.

In sintesi, il mistero della fede è, nella sua ultima accezione, l'espressione teoretico-conoscitiva dell'infinità di Dio. Esso non solo chiede di essere riconosciuto ma impone anche l'adorazione nella preghiera.

Nella Sacra Scrittura

La realtà del Mistero è presupposta ovunque nella Sacra Scrittura si parli della rivelazione. Quest'ultima è necessaria ove esistono realtà che non sono accessibili all'uomo e che diventano visibili in forza di un disvelamento da parte di Dio (cfr. Mt 16,17; Gv 1,14; 1Cor 2,6-10; 1Gv 1,2).

Nell'Antico Testamento mysterion è la realtà e la verità nascosta che viene comunicata agli eletti[1], è l'annuncio velato di eventi escatologici (Dn 2,28-29.47; 4,6). Nel Nuovo Testamento è la venuta del Regno di Dio, che ha inizio con Gesù, è conoscibile solo ai discepoli, e costituisce il segno che distingue questi da quelli che non sono discepoli (Mc 4,11 e paralleli).

In San Paolo le cose si fanno ancora più esplicite: il contenuto della sua predicazione è il "mistero della sapienza nascosta di Dio", la redenzione in Cristo, che è disvelata nello Spirito (1Cor 2,6-16), e che ha come conseguenza la ricapitolazione di tutto il creato in Cristo (Ef 1,9-12; 3,3-6; Col 1,26).

Dai Padri alla teologia medievale

Nel periodo patristico il mistero della fede significò sia il decorso della storia della salvezza (così in Origene), come pure il decorso della vita di Gesù, i cui singoli eventi sono salvifici, come affermarono Sant'Ignazio di Antiochia[2] e San Leone Magno[3].

Con Tertulliano era entrato nel lessico teologico il termine sacramentum ("sacramento"), per cui il mistero in sé è mysterium, e sacramentum ne è il segno.

Il carattere fondamentalmente misterioso della fede si manifesta anche nella teologia negativa, per la quale Dio può essere conosciuto anche nel modo della negazione. Per Nicola Cusano le enunciazioni negative empiricamente acquisite sono in teologia docta ignorantia ("dotta ignoranza").

Il magistero dei Concili

Nel concilio ecumenico Lateranense IV si afferma che Dio è incomprensibile (incomprehensibilis)[4].

Il Concilio Vaticano I insegna nella Dei Filius l'esistenza di misteri della fede ma insegna anche che essi possono essere in una certa misura conosciuti dalla ragione illuminata dalla fede[5].

Il Concilio Vaticano II definisce la rivelazione come manifestazione del "mistero (sacramentum) della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, il Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura"[6].

Nella riflessione teologica

Il concetto di mistero della fede è familiare a tutte le confessioni cristiane. Il luteranesimo accentua in modo particolare la dottrina del Dio nascosto (Deus absconditus) e la teologia della croce.

Note
  1. Vedi soprattutto i libri sapienziali.
  2. Ad Ephesios 19,1.
  3. Sermo 72,1.
  4. Cfr. Denzinger 800.
  5. Denzinger 3015 s.
  6. Dei Verbum 2.
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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