Santità (Bibbia)

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Nella Bibbia la santità è caratterizzata da due elementi: l'idea della potenza che lega qualcuno o qualcosa con il divino e l'idea della separazione, della consacrazione che oppone quello che è santo a quello che è profano. Evidentemente viene adoperato sopratutto in relazione al culto.

La radice semitica adoperata dagli ebrei per la santità è qdš, e significa una cosa tagliata o separata da qualche altra.

Nell'Antico testamento

Nell'Antico Testamento il concetto di santità viene applicato sopratutto, assolutamente e totalmente a Dio, al Signore, a Jhwh quando si vuol sottolineare la sua ineffabilità e inaccesibilità. Non è sinonimo della sua trascendenza perché si parla di questa santità irraggiungibile nei contesti di amore e perdono, di tutto ciò che ha fatto per colmare quella infinita distanza che lo separa dall'uomo. Più ancora: l'idea di presenza o compagnia propria del nome del Signore si manifesta anche quando ad altre realtà - come il tempio, il monte Sion, o gli oggetti dedicati al culto - si applica l'aggettivo "santo".

Osea oppone la santità all'essere dell'uomo: Dio è santo, non uomo (cfr. Os 11,9). La santità di Dio si realizza nell'amore all'uomo: essa è fonte di continua misericordia nei suoi confronti.

Anche per Isaia la santità è l'attributo per eccellenza di Dio, il suo proprium, e viene manifestata attraverso la sua "gloria" e il suo disegno di salvezza verso il suo popolo. Isaia è l'unico ad usare l'espressione "santo di Israele".

Ezechiele invece sottolinea l'azione santificatrice di Dio con il suo popolo; in questo senso la Bibbia parla del "popolo santo del Signore": è evidentemente una partecipazione alla santità divina motivata dall'elezione come "suo popolo" e proprietà personale, senza nessun merito proprio, soltanto per l'amore gratuito di Dio. Si tratta, e tanto il Deuteronomio come i profeti lo sottolineano, di un amore sponsale del Signore che crea comunione intima e che dunque partecipa la sua santità.

Questo legame fa della santità anche un obbligo morale per gli israeliti: il popolo santo del Signore deve percorrere le vie di questo Dio (cfr. Dt 26,17-19), perché deve essere santo come Lui è santo (cfr. Lev 19,2).

Speciale relazione con la santità di Dio avevano i sacerdoti[1], i nazirei, ma anche i tempi di adorazione o le cose usate per il culto:

« La "santità" non è predicata come una potenza incontrollabile che risiede in tali oggetti, ma unicamente in quanto essi, destinati al culto di Jhwh, diventano un segno o un memoriale della santità divina operante salvificamente per il suo popolo. »
(Giovanni Odasso, 1988, 1422)

Nel Nuovo testamento

Tanto nei testi di Luca (cfr. Lc 1,49) come nell'Apocalisse (cfr. Ap 4,8) si mette in relazione la santità di Dio (attraverso la ripetizione del trisagion) con la sua Onnipotenza, che si realizza sopratutto nell'esaltazione del Figlio, cioè nella sua morte e risurrezione (cfr. Gv 12,32). A Gesù Cristo corrisponde la santità, è "il santo di Dio", che parteciperà la sua santità a tutti quanti credono in Lui (cfr. Gv 17,19.22).

Lo Spirito di Dio è chiamato "santo" nel Nuovo Testamento, e così si sottolinea che lo Spirito realizza e comunica la vita divina ai credenti effondendo su di loro l'amore del Padre (cfr. Rm 8,14).

Quello che si diceva nell'Antico Testamento sulla santità del popolo, si dice con più forza adesso del nuovo popolo che è la Chiesa (cfr. 1Pt 2,9-10), sposa "santa" che Cristo purifica e rinnova. I singoli membri della chiesa sono detti "santi e immacolati" (cfr. Ef 1,4).

La piena partecipazione alla santità di Dio è ricevuta da Gesù con la risurrezione. Come lui, anche i cristiani parteciperanno a quella stessa santità attraverso la risurrezione che si attua nel battesimo. San Paolo arriva perfino ad attribuire la stessa santità del Tempio ai cristiani che sono nuovi Templi dello Spirito di Dio (cfr. Ef 2,21). Ma va detto anche che così come nell'Antico Testamento questa santità implicava uno sforzo morale, nel Nuovo significa cercare di essere "perfetti" come il Padre (cfr. Mt 5,48) e imitatori di Dio come figli amatissimi (cfr. Ef 5,1):

« il termine si riferisce esplicitamente sia all'unione della chiesa e dei suoi membri con il Padre mediante Gesù, sia alla qualità morale della chiesa. »

I nuovi sacrifici di questo popolo sacerdotale sono spirituali, cioè i fedeli si offrono se stessi a Dio (cfr. Rm 12,1).

Finalmente nell'Apocalisse si parla della "città santa" che è la Gerusalemme celeste (21,2.10).

Note
  1. Era proprio del sacerdote santificare il popolo attraverso i sacrifici.
Bibliografia
Voci correlate

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