Vide e credette

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εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν, eîden kaì epísteusen
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Rappresentazione di come venne sepolto Gesù

L'espressione Vide e credette si trova in Gv 20,8, dove è riferita al discepolo che Gesù amava: all'entrare egli nel sepolcro di Gesù, vide i teli che erano stati usati per seppellire Gesù, e scaturì nel suo cuore la fede nella Risurrezione di Gesù.

Il racconto di Giovanni fa intendere che, a fronte dell'evidenza del sepolcro vuoto e della possibilità che il cadavere di Gesù fosse stato rubato, quello che il discepolo prediletto vide nel sepolcro lo convinse del fatto che invece Gesù era risorto.

Cosa venne usato per la sepoltura di Gesù?

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Sepoltura di Gesù e Sindone evangelica.

Nei racconti della sepoltura l'attenzione è attratta da un capo di tessuto, che è avvolto sul corpo di Gesù: tutti i sinottici lo chiamano σινδών, sindón (Mc 15,46; Mt 27,59; Lc 23,53). Ma per i sinottici il fatto dell'avvolgimento non sarà seguito da nessuna considerazione; fa eccezione Luca, che ne fa un veloce cenno alla visita di Pietro al sepolcro (nel discusso v. 12 del c. 24), dove "vede i teli" (ὀθόνια, othónia).

In Giovanni il racconto parla dell'uso degli unguenti per la preparazione del cadavere, e poi questo viene "legato" in teli (othonia) e posto nel sepolcro nuovo e vicino. La presenza degli othonia, accompagnati da un soudarion, avrà rilievo nella visita al sepolcro da parte dei due discepoli.

È naturalmente interessante verificare il significato delle differenze tra gli evangelisti. Il problema non è rappresentato tanto dal significato dei termini che indicano i panni sepolcrali[1], quanto dalla funzione che essi ricoprono in tradizioni non identiche. Gli othonia[2] ritornano nei racconti pasquali e acquistano importanza nel cammino verso la fede dei protagonisti di quelle esperienze.

La posizione dei teli e del sudario

Anzitutto è chiaro che nel sepolcro vi sono (almeno) due tipi di tessuto: i teli e il sudario. Tutto fa pensare che essi abbiano grandezza e funzioni differenti: più grandi i primi (in funzione di tutto il corpo?), più ridotto il secondo (in funzione del solo capo).

I teli sono "giacenti": è evidente che il corpo che essi legavano, con gli aromi dentro (cf. Gv 19,40) non c'è più. È questa la prima intenzione dell'evangelista, ed è in sintonia con tutti i racconti del sepolcro vuoto. La specificazione che viene spesso suggerita, "afflosciati", "abbandonati", non ripiegati, in disordine, può essere lecita, soprattutto se vista in rapporto alla specificazione del sudario, che invece era "avvolto" (forse anche "piegato").

I teli sono dunque giacenti, il cadavere invece no. È assente. Il participio "giacente" dei vv. 5.6.7 fa contrasto con due altri particolari descrittivi: con la funzione dei teli descritta in Gv 19,40, di "legare" il corpo senza vita di Gesù, e con la condizione del sudario, che è "avvolto" o piegato. I teli non legano (più) e non sono "avvolti"/piegati. Il primo aspetto dice che essi hanno perso la loro forza costrittiva, il secondo suggerisce che essi, quando hanno terminato la loro funzione, non sono stati fatti oggetto di un trattamento attento (ma sono stati lasciati com'erano, abbandonati).

Del "sudario", "che era stato sulla testa" di Gesù, si dice che non è giacente con i teli, ma è "diversamente/altrove" (χωρίς, chorís), "in un (solo/stesso) luogo" (εἰς ἕνα τόπον, eis héna tópon).

Per la situazione o posizione del sudario si devono affrontare le difficoltà di capire cosa significa l'avverbio chorís, e di capire il senso della specificazione eis hena topon:

  • Chorís può avere significato di modo o di luogo: "In altro modo, diversamente", oppure "in altro luogo, altrove".
  • Per la seconda espressione fa difficoltà sia la preposizione con l'accusativo, sia il numerale: "In/verso un solo/identico luogo"[3].

È importante anche il participio entetyligmenon riferito al sudario, in contrasto intenzionale con il participio keimena riferito ai teli: i teli sono "giacenti" o "abbandonati", il sudario è, in qualche modo, "fatto su". Non è chiaro tuttavia se questa specificazione si riferisce al modo come era usato il sudario sul cadavere di Gesù[4], già "avvolto" nel momento dell'uso, oppure alla situazione attuale, dopo la scomparsa del cadavere (venne avvolto quando cessò il suo servizio sul cadavere).

La contrapposizione ai teli «giacenti» fa pensare che anche per il sudario si pensi alla sua situazione nella stessa circostanza, a cadavere assente. Dunque sarebbe da preferire il senso di un intervento fatto sul sudario, a differenza dell'assenza di interventi sui teli; e il senso dell'avverbio sarebbe di modo. Allora l'indicazione locale potrebbe significare "in un solo luogo". L'accusativo sarebbe spiegabile come effetto di un intervento intenzionale: chi ha avvolto o piegato il sudario lo ha messo in un solo luogo (in cui sono pure i teli).

Anche se questa interpretazione ha aspetti discutibili, permette di farsi una rappresentazione della scena; è questa rappresentazione visiva che, nell'economia del racconto, costituisce l'oggetto dell'azione globale del "vide", da cui ha origine il «credette». Il discepolo amato vide i teli non più nell'esercizio della loro funzione costrittiva, ma privi del cadavere e abbandonati; vide pure il sudario, in condizione diversa, perché fatto oggetto di un intervento per l'uso o per lasciarlo in ordine.

La scena dei discepoli al sepolcro registra un'eccezionale abbondanza di visioni:

  • vide il prediletto, giunto per primo e chinatosi sull'entrata del sepolcro, prima di entrarvi (v. 5: blepei);
  • vide Pietro, con un'attenzione quasi da protocollo (v. 6: theorei);
  • vide infine nuovamente il prediletto, che credette (v. 8: eiden).

La differenza dei verbi greci sembra suggerire sfumature di significato: vedere, osservare, forse anche constatare, fino a un vedere profondo e coinvolgente, come suggerisce l'accoppiata di eiden kai episteusen, "vide e credette".

La visita dei discepoli al sepolcro ha quindi una testimonianza al servizio della fede pasquale, per la presenza dei panni sepolcrali. I teli, «giacenti», e il sudario, «avvolto»: i primi non legano più, il secondo è stato fatto oggetto di un intervento deciso dal suo operatore. Ciò significa che Gesù non è più un cadavere senza vita, e che qualcuno (lui stesso? Dio?[5]) ha voluto lasciare "in ordine" il panno che aveva avuto rapporto con la testa di Gesù. È dunque accaduto qualcosa che ha visto un trionfo della vita sulla morte.

Bisogna rilevare anche che nel sepolcro i panni sono separati dal corpo che ricoprivano: colui dunque che ha abbandonato i panni è tornato in una condizione di nudità che non ha più bisogno di essere schermata. Pochi versetti dopo l'evangelista coglierà nell'apparizione serale di Gesù agli apostoli un intervento che ripete l'atto creatore di Dio, che "soffia" sul primo uomo (Gv 20,22[6]), suggerendo che nella risurrezione di Gesù e nel dono che egli fa dello Spirito Santo avviene un intervento rinnovatore che ripete l'efficacia della creazione. Ma l'economia della creazione rinnovata è già significata nella condizione di Gesù, che mostra in sé stesso, anticipandola per tutta l'umanità, la condizione del pieno equilibrio della natura umana presente nella creazione.

Il sudario: un riferimento al velo di Mosè

Il sudario è più misterioso dei teli, ma è depositario di un messaggio ulteriore. Alla fine di Es 34 Mosè scende dal Sinai portando le tavole della testimonianza, ed ha il viso raggiante a causa della conversazione avuta con JHWH, ma ciò incute timore agli israeliti (vv. 29-30). Mosè riferisce al popolo i messaggi di JHWH e, "finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso" (v. 33); si toglieva nuovamente il velo per presentarsi a parlare con il Signore e poi "riferire agli israeliti ciò che gli era stato ordinato", salvo poi a rimettersi nuovamente il velo sul viso, fino al nuovo incontro con il Signore (vv. 34-35).

Questa scena è richiamata dal testo giovanneo, e a livello letterario il collegamento si realizza attraverso nella lettura dei midrashim[7], che riportavano quel termine in un aramaico che aveva già assunto un prestito dal vocabolo inizialmente latino (sudarium), passato poi in greco (soudarion) e adattato poi in area semitica come sudara. Allora il sudario presente con i teli e ripiegato suggerisce che colui che lo portava "sul capo"[8] ora lo ha riposto in ordine (per sempre), avendo ripreso, dopo la pausa della sua permanenza nel regno dell'impotenza, il suo dialogo con Dio e con i fratelli.

C'era la Sindone?

Ci si può domandare: se tra i panni mortuari presenti nel sepolcro ci fosse stata la Sindone, che cosa avrebbero visto i discepoli?

I teli giacenti sono comunque da immaginare come la somma di ciò che stava sopra il corpo di Gesù e ciò che stava sotto. Ora la Sindone è costituita da un lungo telo che fu steso sotto il corpo del crocifisso, gli girava attorno alla testa e gli copriva tutta la parte anteriore giungendo fino ai piedi. Se ci fosse stata la Sindone, i discepoli avrebbero visto il telo di sopra e il telo di sotto posati l'uno sull'altro: due teli, appunto, nonostante in realtà essi non fossero che uno solo. E ciò spiegherebbe il plurale othonia. Sopra di essi, o accanto a essi, o tra di essi sarebbe stata avvertibile la presenza del sudario. Se questo aveva svolto il servizio della mentoniera, la scena diventa chiara, anche se l'epì tes kephalès non favorisce l'idea dell'avvolgimento della mentoniera bensì quello di un copricapo.

Si può dire che, se nel sepolcro ci fosse stata la Sindone, Giovanni avrebbe potuto fare la descrizione che ha fatto. Il racconto non ci permette di dire di più.

Note
  1. Tali termini sono sufficientemente indeterminati da potere assumere sensi molto vicini tra loro o addirittura identici.
  2. Non invece la sindôn menzionata dai sinottici.
  3. Assai più difficile sembra a Ghiberti la lettura di eis hena topon come indicante un luogo diverso: forse eis con l'accusativo può supportare il senso di movimento nello spostamento da un luogo all'altro, ma sembra quasi impossibile attribuire al numerale heis il significato di "diverso". È molto più naturale pensare a "uno", "uno solo". Non esiste nessuna documentazione che suggerisca "in un certo luogo", che oltre tutto non avrebbe senso: che cosa significa "in un luogo indeterminato"? Viene pure suggerita una soluzione che sembra conciliare i due possibili significati di chorìs (derivante da chorizein': "separo...", al passivo "differisco"): "Separatamente, a parte" (Giuseppe Segalla). Ma in realtà, se modalità è, si tratta di modalità "di luogo".
  4. Ad esempio, come un fazzoletto arrotolato, con funzione di mentoniera.
  5. La forma medio-passiva del participio entetyligmenon può anche suggerire che l'agente non espresso sia Dio: sarebbe un caso di passivo teologico. Il significato cambia sfumatura, se l'agente è Gesù stesso oppure Dio, ma agli effetti del cammino verso la fede la diversità non è determinante.
  6. Gesù alita (enephysesen) sugli apostoli, come aveva fatto Dio con Adamo (Gen 2,7). Giovanni usa lo stesso verbo, rarissimo (emphysao), che è usato dalla LXX nella traduzione dell'originale ebraico.
  7. A livello testuale non vi sono risonanze:: il soudarion di Giovanni non è strutturalmente il kalymma dei LXX né il masweh del testo masoretico.
  8. Epì tes kephalès, non - come per Lazzaro (Gv 11,4: he opsis autou soudarioi periededeto) - con il volto "legato attorno" dal sudario.
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