Albero della conoscenza del Bene e del Male

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Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, "perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti" (Gen 2,17). "L'albero della conoscenza del bene e del male" (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.
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L'Albero della Conoscenza del Bene e del Male che appare nel racconto Jahvista della Creazione (2,4b-25), nel Libro della Genesi, rappresenta la decisione dell'uomo di decidere da sé cosa è bene e cosa è male.

Dati biblici

L'Albero della Conoscenza del Bene e del Male è citato nei passi biblici Gen 2,9.17:

  • il primo passo nomina tale albero subito dopo l'Albero della Vita; entrambi sono al centro del Giardino dell'Eden;
  • il secondo passo esprime il comando di YHWH, diretto all'uomo appena creato, di non mangiare dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, pena la morte.

Sullo stesso Albero ritorna il c. seguente: il serpente pone alla donna la domanda sulla proibizione di mangiarne (v. 1), ed Eva risponde riportando la proibizione e la sua motivazione (v. 2); ma a questo punto il serpente ribatte reinterpretando il comando di YHWH: conseguenza del mangiarne non sarebbe la morte, ma l'aprirsi degli occhi e il diventare come Dio, "conoscendo il bene e il male" (v. 4-5).

Dopo il peccato è YHWH stesso a prendere coscienza del fatto che l'uomo è diventato come lui per la conoscenza del bene e del male, e decide di allontanarlo dalla prossimità dell'Albero della Vita (v. 22).

Esegesi

I due alberi

Per comprendere cosa significa l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male bisogna considerare anzitutto l'altro albero presente nel giardino, l'Albero della Vita: quest'albero è in rapporto col dilemma "vita o morte"; poterne usufruire significa per Adamo ed Eva vivere, altrimenti morire. In altre parole, la vita dell'uomo dipende anche da un suo atteggiamento consapevole e responsabile, dall'impiego della sua libertà.

L'Albero della Conoscenza a fianco dell'Albero della Vita è un riferimento all'uso della libertà umana, è l'ago della bilancia della riuscita del destino dell'uomo. Come bisogna comportarsi in modo da realizzare pienamente la propria vita evitando le insidie della morte? La domanda situa l'interpretazione dell'Albero all'interno delle tematiche sapienziali: l'autore del racconto frequenta circoli sapienziali.

L'autore del racconto sa, con tutta la tradizione biblica, che la vita è un dono di Dio. Essa allora può dirsi riuscita se condotta alla diretta dipendenza di Dio, avendo ben chiaro e presente ciò che la sua Sapienza creatrice ha stabilito come costitutivo del bene e del male dell'uomo[1]. LAlbero della Conoscenza del Bene e del Male ha il significato di insegnare come si vive alle dipendenze di Dio per ottenere e raggiungere la piena realizzazione della propria esistenza.

Conoscere

L'espressione conoscenza del bene e del male[2] è un'espressione complessa, il cui senso va compreso alla luce degli altri testi simili dell'Antico Testamento.

Per comprendere il termine conoscenza bisogna osservare che nel linguaggio biblico il "conoscere" non è semplicemente un'attività dell'intelligenza, ma è un conoscere esperienziale che coinvolge tutta l' esistenza dell'uomo. Anche il rapporto coniugale è fatto equivalere a una "conoscenza" (Gen 4,1.25)[3].

Nella letteratura sapienziale la conoscenza equivale al discernimento: esso supera la nozione delle cose per estendersi al loro valore.

Conoscere il bene e il male

L'intera formula conoscere il bene e il male ricorre spesso nella Bibbia, ad indicare la totalità positiva o negativa attraverso la menzione dei due poli antitetici (cfr. Dt 32,36; 1Re 14,1o; 21,21)[4]. Conoscere il bene e il male significa quindi conoscere tutto, sapere come stanno perfettamente le cose (cfr 2Sam 14,17-2o); "non conoscere il bene e il male" equivale a non sapere nulla, a ignorare la cosa di cui, per esempio, si è interrogati (cfr Gen 24,5o; 31,24.29; 2Sam 13,22).

Se la formula impiegata in Gn 2-3 si dovesse intendere in tal senso, allora l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male significherebbe la conoscenza universale, superiore, riservata solo a Dio. Nel momento in cui Adamo ed Eva tentassero di appropriarsene con una ricerca o con l'esperienza, essi oltrepasserebbero i limiti della loro natura e si approprierebbero di un bene indebito[5]. Una simile interpretazione ha una qualche validità, poiché è sufficientemente conforme alla problematica sapienziale.

Altri testi paralleli però che invitano a considerare la formula più nel campo del comportamento e quindi della responsabilità morale che in quello dell'attività conoscitivo-esperienziale.

Nella sua preghiera Salomone chiede a Dio "un cuore che comprenda per giudicare, in modo da distinguere il bene e il male" (1Re 3,9.11), e Dio gli concede "un cuore saggio e intelligente (o perspicace) come nessuno ne ebbe né prima né dopo di lui" (v. 12). La vera sapienza, secondo questo testo, consiste nella capacità di discernere tra bene e male. In base al discernimento ci si regola e si sceglie quel che si deve o non si deve fare. Discernimento in vista della scelta nell'azione. Siamo in pieno campo morale.

In un celebre testo del Deuteronomio è posto in forma ancora più netta il dilemma della scelta tra bene e male in stretto rapporto con vita e morte:

« Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; oggi io ti comando di amare il Signore Dio tuo camminando per le sue vie e osservando i suoi precetti... Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita perché viva tu e la tua discendenza. »

La parola di Dio indica a Israele qual è il bene che porta alla vita e quale il male che conduce inesorabilmente alla morte. A Israele tocca solo decidersi per una delle due opzioni. Egli sa qual è il suo bene: è quello che la parola di Dio gli svela come costitutivo della sua condizione di popolo salvato da Dio e in alleanza con lui. Solo nell'assecondare questo bene c'è vita per Israele. Israele è libero di fare il contrario, può camminare al di fuori della strada tracciatagli da Dio e della situazione di popolo dipendente da lui, ma in questa nuova strada non avrà più Dio al suo fianco, si ritroverà solo, in balia della sua "finitezza", in balia della morte. Deve quindi scegliere.

Nel racconto del Genesi, Adamo ed Eva sono posti di fronte a una scelta dello stesso genere: se accettare di dipendere da Dio nella determinazione del bene e del male oppure no; se costruire l'esistenza e il destino con Dio o senza Dio; se essere gli arbitri assoluti di se stessi, di quello che fanno e di come lo fanno o se dipendere da Dio in tutto questo. Attraverso la parola, rivelata a loro come comandamento e legge, YHWH indica e svela il bene e il male come segnati già nella costituzione del loro essere, e, in quanto tali, da accettare e da realizzare, senza indulgere all'arbitrio incontrollato dell'uomo.

La storia umana, una storia di libertà, ha avuto inizio in questo modo. All'uomo delle origini, come all'uomo di ogni tempo, è posta la stesso domanda riguardo l'uso della sua libertà.

I profeti rinfacciano a Israele d'aver agito male cambiando il bene in male e il male in bene (Am 5,14-15; Is 5,20-21): in questa maniera il popolo di Dio non ha fatto altro che "rigettare la legge di YHWH degli eserciti e ha disprezzato la parola del Santo d'Israele" (Is 5,24). Israele non si è lasciato guidare da YHWH, e questa è la radice del suo male. Ha pervertito la nozione del bene, così come glielo indicava la parola del Signore. Ha cercato un suo bene. S'è reso autonomo da Dio.

Un altro testo dell'Antico Testamento contribuisce anch'esso a illustrare, sulla stessa linea, la portata della formula conoscere il bene e il male. Si tratta di Is 7,14-15: "Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene". Il segno indicato dal profeta è costituito da tre elementi riguardanti il personaggio centrale, il figlio oggetto della profezia:

  • Innanzitutto il suo nome: Emmanuele, "Dio con noi". È evidente il richiamo alla situazione iniziale di Gen 2, dove l'uomo è nel giardino di YHWH, nella sua shalom, nella sua amicizia e pace.
  • Altro elemento del segno è il cibo del bambino: "latte e miele". Nella cultura mesopotamica è questo il cibo degli dei; così anche nel Deuteronomio la "terra dove scorre latte e miele" è un modo di indicare una terra ricca donata a Israele, una terra di Dio. Anche qui sembra che si sia autorizzati a vedere un richiamo al paradiso perduto.
  • Il terzo elemento del segno è l'atteggiamento dell'Emmanuele di fronte al male e al bene. È l'atteggiamento contrario a quello di Adamo e a quello d'Israele. Il bambino, al momento in cui raggiungerà l'età del discernimento, farà la sua scelta operando secondo giustizia, rigettando quel che è da rigettare, il male, e scegliendo quel che è da scegliere, il bene. Ecco l'uomo nel quale Dio si rende presente e attraverso il quale Dio diventa un "Dio con noi": è l'uomo della scelta del bene secondo la parola di Dio.

La profezia di Isaia indica quindi una decisione di libertà dalla quale deriverà agli uomini una situazione nuova di fronte a Dio e, di conseguenza, un ritorno definitivo alla vita paradisiaca. Se il paradiso è il simbolo di una situazione umana iniziale, essa non dev'essere considerata un'età dell'oro definitivamente tramontata: essa è sempre a disposizione dell'uomo e sarà certamente il coronamento del piano restauratore di Dio nell'epoca ultima[6].

Nel Magistero post-conciliare

Il Creatore, sin dall'inizio, si rivela all'uomo, essere razionale e libero, come il Dio dell'alleanza, e quindi dell'amicizia e della gioia, ma anche come fonte del bene e quindi della distinzione del bene e del male nel senso morale[7].

Papa Giovanni Paolo II afferma nella Veritatis Splendor che con l'immagine dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male la Rivelazione insegna che il potere di decidere del bene e del male non appartiene all'uomo, ma a Dio solo[8]. La libertà dell'uomo non è illimitata: deve arrestarsi di fronte all'Albero della Conoscenza del Bene e del Male: l'uomo è chiamato ad accettare la legge morale che Dio gli dà.

La libera obbedienza dell'uomo alla legge di Dio implica effettivamente la partecipazione della ragione e della volontà umane alla Sapienza e alla Provvidenza di Dio. Proibendo all'uomo di mangiare dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, Dio afferma che l'uomo non possiede originariamente in proprio questa conoscenza, ma solamente vi partecipa mediante la luce della ragione naturale e della rivelazione divina, che gli manifestano le esigenze e gli appelli della sapienza eterna[9].

Note
  1. Cfr. Pierre Grelot, Riflessioni sul problema del peccato originale, Paideia, Brescia, 2011, ISBN 9788839407887, p. 52 ss.
  2. Studi specifici sul simbolismo dell'albero della "conoscenza del bene e del male": Martin Buber, Drei Bilder von Gut und Böse, in Theologische Zietschrift 7 (1951) 1-17; Hans Joachim Stoebe, Gut und Böse in der jahwistischen Quelle des Penrateuch, in Zeitschrift für die Alttestamentliche Wissenschaft, 65 (1953) 188-204; R. Gordins, The Knowledge of Good and Evil in the Old Testament and the Qumrân Scrolls, in Journal of Biblical Literature 76 (1957) 123-138; Howard S. Stern, The Knowledge of Good and Evil, in Vetus Testamentum 8 (1958) 405-418; Susumu Jozaki, The Tree of the Knowledge of Good and Evil, in Kwansei Ga Kuin University Annual Studies 8 (1959) 1-18.
  3. G. Johannes Botterweck sostiene, in base ad un'ampia analisi, che quando "conoscere" ha per oggetto Dio significa anzitutto l'esperienza religiosa, un modo religioso-morale di comportarsi di fronte a Dio (in Bonner Biblische Beiträge, 21, Bonn 1951).
  4. Cfr. Pietro Boccaccio, I termini contrari come espressioni della totalità in ebraico, in Biblica 33 (1952) 173-190.
  5. Cfr. Paul Humbert, Études sur le récit du Paradis et de la chute dans la Genèse, Neuchâtel 1940; E. Galbiati, Alessandro Piazza, Pagine difficili della Bibbia, Milano 1954, p. 130-135.
  6. Cfr. Carlos Mesters, Paradiso terrestre: nostalgia o speranza?, Elledici, Torino-Leumann 1972.
  7. Giovanni Paolo II, Udienza generale' del 3 settembre 1986, n. 7.
  8. N. 35.
  9. Veritatis Splendor 41; cfr. anche Dominum et Vivificantem 36: L'"albero della conoscenza del bene e del male" doveva esprimere e costantemente ricordare all'uomo il "limite" invalicabile per un essere creato".
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 11 dicembre 2010 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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