Giovannino Guareschi

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Giovannino Guareschi
Laico
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Giovannino Guareschi
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Titolo
Incarichi attuali
Età alla morte 60 anni
Nascita Fontanelle di Roccabianca
1º maggio 1908
Morte Cervia
22 luglio 1968
Sepoltura Cimitero di Roncole Verdi
Appartenenza
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Io sono grato alla Provvidenza dei miei malanni: la sofferenza è un acido che avvelena i muscoli e le ossa, ma ripulisce l'anima e si vede tutto con altri occhi.
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(Giovannino Guareschi - Chi sogna nuovi gerani? Pag.220)

Giovannino Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1º maggio 1908; † Cervia, 22 luglio 1968) è stato uno scrittore italiano.

Biografia

Primi anni

Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi (Guareschi scherzava sempre sul fatto che un omone come lui fosse stato battezzato Giovannino) nacque a Fontanelle, frazione di Roccabianca, il 1º maggio 1908, in una famiglia della classe media. Il padre, Primo Augusto Guareschi, era commerciante, mentre la madre, Lina Maghenzani, era la maestra elementare del paese.

Conseguita la maturità classica, si iscrisse all'Università di Parma. Riuscì a entrare nel Convitto Maria Luigia di Parma, l'antico Collegio dei Nobili, che offriva vitto e alloggio agli studenti universitari in difficoltà economiche; in cambio, essi erano occupati come istitutori e assistenti dei convittori. Qui conobbe, nel 1922, Cesare Zavattini. L'incontro fu decisivo per lo sviluppo della sua tecnica e della sua arte.

Nel 1925 l'attività del padre fallì: Guareschi non poté più continuare gli studi. Dopo aver provato alcuni lavori saltuari, entrò alla Gazzetta di Parma, come correttore di bozze, chiamato da Zavattini, caporedattore del quotidiano.

Nel 1931 iniziò come aiuto-cronista al quotidiano Corriere Emiliano, con un contratto di collaborazione fissa. Alla fine dell'anno andò a vivere da solo, in Borgo del Gesso. In poco tempo diventò cronista, poi capo-cronista; scriveva articoli, novelle e rubriche, oltre a fare disegni (anche politici).

Nel 1934 partì per il servizio militare a Potenza, dove frequentò il corso allievi ufficiali. L'anno dopo i proprietari del Corriere lo licenziarono per esubero di personale.

Finito il corso, nel 1936 venne trasferito a Modena, dove a maggio fu promosso sottotenente di complemento. Poi ricevette un'altra proposta da Cesare Zavattini, che nel frattempo si era trasferito a Milano: quella di entrare in un giornale umoristico che stava per nascere.

Il «Bertoldo» (1936-1943)

Guareschi si trasferì a Milano, andando a vivere con la fidanzata Ennia Pallini (1906-1984) in un monolocale in via Gustavo Modena. Nel 1938 la coppia trovò un appartamento più grande in via Ciro Menotti.

Dal 1936 al 1943 Guareschi lavorò in una testata destinata a un'ampia notorietà, il quindicinale Bertoldo, rivista satirica edita da Rizzoli e diretta da Cesare Zavattini. Il primo numero apparve nelle edicole il 14 luglio 1936, giorno dedicato a San Camillo de Lellis. Guareschi vi collaborò inizialmente in qualità di illustratore.

Si trattava di una nuova rivista, pungente (pur nell'ambito del regime) e diretta a strati sociali medio-alti, in concorrenza con il popolarissimo bisettimanale Marc'Aurelio. Vi collaboravano importanti giornalisti e illustratori del tempo. Dopo la partenza di Cesare Zavattini, a causa di forti contrasti interni, la direzione venne affidata a Giovanni Mosca, con Giovannino Guareschi caporedattore (febbraio 1937). In capo a tre anni la rivista divenne settimanale, con tirature di 5-600.000 copie e primo tra tutti i giornali umoristici[1]. Fedele al suo carattere di "bastian contrario", Guareschi, contrapponendosi alla dilagante moda del momento che voleva, anche sul «Bertoldo», ubiquitarie illustrazioni di eleganti figure femminili, iniziò a disegnare la serie delle vedovone, grasse e per nulla sensuali donne d'Italia.

Il protrarsi della seconda guerra mondiale portò alla chiusura del «Bertoldo» nel settembre 1943, dopo un bombardamento anglo-americano che coinvolse la sede della Rizzoli.

La guerra

Durante la guerra, Guareschi - penna pungente e pronta ad attaccare senza paura o riverenza i bersagli che più gli sembravano meritevoli di critica -, avendo bevuto troppo a causa della disperazione per la notizia (poi rivelatasi falsa) della scomparsa di suo fratello sul fronte russo, inveì a lungo contro Benito Mussolini e venne arrestato a séguito di una delazione[2]. Di conseguenza, riconosciutegli le attenuanti, nel 1943 venne condannato al richiamo nell'esercito. Terminò il conflitto come ufficiale di artiglieria.

Quando l'Italia firmò l'armistizio con le truppe Alleate egli si trovava in caserma ad Alessandria. Tenente di artiglieria, rifiutò come molti altri di collaborare con i nazisti: fu arrestato e imprigionato nella Cittadella di Alessandria. Venne quindi inviato nei campi di prigionia tedeschi di Częstochowa e Beniaminów in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel, dove rimase due anni assieme ad altri soldati italiani. Qui compose La Favola di Natale, racconto musicato di un sogno di libertà nel suo Natale da prigioniero. In seguito descrisse il periodo di prigionia nel Diario clandestino.

Candido (1945-1957)

Dopo la guerra, Guareschi fece ritorno in Italia e fondò, con Giovanni Mosca e Giacinto "Giaci" Mondaini, una rivista indipendente con simpatie monarchiche, il Candido, settimanale del sabato. Condirettore della rivista con Giovanni Mosca fino al 1950, Guareschi rimase poi unico direttore fino al 1957, anno in cui gli subentrò Alessandro Minardi[3]. Nella rivista, insieme ad altre famose penne della satira italiana, curava numerose rubriche tra cui quella a firma "Il Forbiciastro", che spigolava nella cronaca spicciola italiana.

Guareschi era rimasto un irriducibile monarchico e non lo nascondeva. In occasione del [[Nascita della Repubblica Italiana|referendum istituzionale del 2 giugno 1946 sostenne apertamente la monarchia e denunciò i brogli che secondo lui avevano ribaltato l'esito del voto popolare.[4]

Oltre a fare satira, Guareschi denunciò gli omicidi politici compiuti dai partigiani comunisti nel cosiddetto "triangolo della morte"[5].

Nel 1948 uscì il primo romanzo su Don Camillo e Peppone. Fu il primo episodio di una saga ventennale in 346 puntate e 5 film conosciuta in tutto il mondo.

I "trinariciuti"

La terza narice è una trovata grafica di cui Guareschi spiega così il senso: Nel mio concetto base, la terza narice ha una sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l'accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello. Il quale cervello, lo si vede, appartiene oramai ad un altro secolo [...] Naturalmente la terza narice non è una strettissima prerogativa delle sinistre.[1]

La profonda fede cattolica, l'attaccamento alla monarchia e il fervente anticomunismo fecero di Guareschi uno dei più acuti critici del Partito Comunista Italiano. Famosissime le sue vignette intitolate Obbedienza cieca, pronta, assoluta, dove sbeffeggiava i militanti comunisti che lui definiva trinariciuti, i quali prendevano alla lettera le direttive che arrivavano dall'alto, nonostante i chiari errori di stampa, poi corretti con la frase Contrordine compagni!, che divenne proverbiale.

Per la celebre prima vignetta del compagno con tre narici, Togliatti lo insultò con l'appellativo di tre volte idiota moltiplicato per tre e definendolo l'uomo più cretino del mondo, durante un comizio a La Spezia.[5] Per tutta risposta, Guareschi scrisse su Candido di ritenerlo un ambito riconoscimento.[6]

Le elezioni del 1948 e il contributo di Guareschi

Nelle elezioni politiche del 1948 Guareschi s'impegnò moltissimo affinché fosse sconfitto il Fronte Democratico Popolare (alleanza PCI-PSI) che in un racconto definisce Fronte Pecorale Democratico. Molti slogan, come "Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no" e il manifesto con lo scheletro di un soldato dietro i reticolati russi, che dice 100.000 prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia. Mamma, votagli contro anche per me, furono coniati da lui.[7].

Anche dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, Guareschi non abbassò certo la sua penna: anzi criticò anche la Democrazia Cristiana, che a suo parere non seguiva i principi cui doveva ispirarsi.

I processi Einaudi e De Gasperi

Nel 1950 una vignetta pubblicata sul Candido (n. 25 del 18 giugno), disegnata da Carletto Manzoni, costò a Guareschi, all'epoca condirettore del settimanale, la prima condanna per vilipendio al Capo dello Stato, Luigi Einaudi[8]. La vignetta, intitolata Al Quirinale, raffigurava una doppia fila di bottiglie con, sul fondo, la figurina di un uomo col bastone, come un grande ufficiale che passava in rassegna due schiere di corazzieri (I corazzieri era la didascalia della vignetta). Candido aveva messo in risalto il fatto che Einaudi, sulle etichette del vino di sua produzione (un Nebbiolo), permetteva che venisse messa in evidenza la sua carica pubblica di "senatore". Condannato a otto mesi di carcere, l'esecuzione della condanna fu sospesa in quanto Guareschi era incensurato[9].

Nel 1954 Guareschi venne condannato per la seconda volta. Gli fu contestato il reato di diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi. Guareschi aveva pubblicato due presunte lettere del politico trentino risalenti al 1944. In una di esse si chiedeva agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi[10].

Secondo Guareschi le missive erano autentiche. Prima di pubblicarle, aveva sottoposto le lettere addirittura a una perizia calligrafica affidandosi a un'autorità in materia, il dottor Umberto Focaccia. Al processo affermò di aver agito in buona fede. Focaccia, perito dello stesso Tribunale di Milano, affermò in aula di avere effettuato un lungo, attento e scrupoloso esame di confronto con molti altri scritti sicuramente autentici del De Gasperi..., per poi dichiarare "in piena coscienza, di riconoscere per autentiche del De Gasperi la scrittura del testo e la firma di cui sopra"[11], con riguardo alla seconda lettera e di riconoscere per autentica anche la firma apposta in calce alla prima[12].

Sul piano probatorio, mentre la prima lettera era dattiloscritta e risultava autografa solamente nella firma, la seconda era integralmente autografa, risultava di pochi giorni successiva alla prima e a essa strettamente connessa, anche sotto il profilo contenutistico. Il fatto dunque che, a differenza del primo documento, fosse qui peritabile non solo una firma, ma un manoscritto, avrebbe potuto potentemente comprovare, o al contrario demolire, le tesi di Guareschi.

Da parte sua, lo statista trentino, che aveva dapprima concesso la più ampia facoltà di prova in ordine alla genuinità dei documenti in contestazione, in seguito si smentì a più riprese attraverso il proprio difensore, l'avvocato Delitala. A giudizio del penalista, non aveva infatti senso - questa la chiave di volta del processo - effettuare perizie sui documenti[13]. Delitala fece il possibile per eludere ogni verifica sulle lettere: ben più del giudizio di altri periti, affermò l'avvocato, rilevavano, sul piano processuale, il giuramento dello stesso De Gasperi e le prove - di cui una chiara, l'altra, di contro, equivocabile - fornite dai graduati inglesi che avevano sostenuto la tesi dell'onorevole democristiano[14]. Se il Tribunale proprio ritiene di non poterne fare a meno, faccia pure, ma una perizia - perorò Delitala, appellandosi alla coscienza dei magistrati milanesi - sconta pur sempre il rischio di un errore peritale[15], ma soprattutto l'avvocato di De Gasperi si oppose alla perizia per evitare ritardi nel processo che si svolgeva per direttissima.

Guareschi, di contro, mise argomentatamente in dubbio l'attendibilità delle dichiarazioni di provenienza britannica, facendo presente di essere sgradito al Governo inglese per la sua polemica sulla contesa di Trieste fra l'Italia e la Jugoslavia di Tito; evidenziò, ex adverso, che De Gasperi era un vecchio, fedele alleato degli angloamericani[16].

Il Tribunale di Milano non diede alcun peso a queste deduzioni e accogliendo senz'altro le richieste formulate dal difensore di De Gasperi non mostrò neppure alcuna curiosità per i documenti agli atti: negò a Guareschi l'effettuazione della perizia calligrafica e della perizia chimica; negò persino la possibilità di escutere le testimonianze potenzialmente favorevoli allo scrittore in ordine alla provenienza e all'attendibilità dei documenti attribuiti a De Gasperi, tra cui anche quelle di persone vicine allo stesso De Gasperi, come Giulio Andreotti[17]. La motivazione del Collegio giudicante in ordine alle perizie, fu la seguente: le richieste perizie chimiche e grafiche si appalesano del tutto inutili, essendo la causa sufficientemente istruita ai fini del decidere[17]. Il 15 aprile Guareschi fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere. Non presentò ricorso.

Prese la via della galera, così come, è lui stesso a dirlo, aveva preso quella del lager per non avere voluto collaborare con il fascismo e il nazionalsocialismo[18]. Commentando la condanna, il padre di don Camillo e Peppone si affidò a una citazione di dantesca memoria, "E il modo ancor mi offende"[19].

Dopo il primo processo, un altro collegio, che doveva pronunciarsi per il reato di falso, decise la distruzione del corpo del reato, cioè delle lettere originali[20]. Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato.

Nel 2014, studiando i documenti rimasti con l'esperta Nicole Ciacco, lo storico Mimmo Franzinelli ha concluso che le lettere furono sicuramente dei falsi (anche se probabilmente Guareschi ne fu completamente ingannato, così come Focaccia[21]). Lo confermano la presenza di errori grossolani: il protocollo indicato nella lettera del 12 gennaio 1944 (297/4/55) non corrispondeva ai criteri di protocollo della Segreteria di Stato Vaticana; il colonnello inglese Bonham Carter e il ministro della difesa britannico Harold Alexander avevano escluso categoricamente che quelle presunte lettere fossero mai pervenute agli inglesi; infine De Gasperi non lavorava più alla Segreteria Vaticana dal luglio 1943 ed è dunque impossibile che abbia protocollato lettere nel 1944.[22]

Già successivamente al processo l'ideatore della campagna diffamatoria verso De Gasperi e della produzione delle false lettere fu individuato nel tenente Enrico De Toma, di simpatie neofasciste[21], che riuscì a sfuggire all'arresto nel novembre 1954, scappando in sud America dall'aeroporto parigino di Orly.[23] De Gasperi era ormai morto lo stesso anno, poco dopo la fine del processo.

Il 26 maggio 1954 Guareschi venne recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma, dove rimase per 409 giorni. Lo scrittore uscì dal carcere il 4 luglio 1955[24]. Ottenne per buona condotta il beneficio della libertà vigilata per sei mesi, con l'obbligo di risiedere presso la sua abitazione di Roncole. Sempre per coerenza, rifiutò sempre di chiedere la grazia. Dalla nascita della Repubblica a tutto il XX secolo, Guareschi è stato il primo e unico giornalista italiano a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa.[25]

Nel 1956 la sua condizione fisica si era deteriorata e iniziò a trascorrere lunghi periodi al Kurhaus di Cademario in Svizzera per motivi di salute.

Dopo il Candido

Nel 1957 si ritirò da direttore del Candido, rimanendo tuttavia un collaboratore della rivista.

Nel giugno 1961 Guareschi fu colto da un infarto, da cui si riprese con fatica. Il 7 ottobre dello stesso anno uscì il quarto film della famosa saga di don Camillo: Don Camillo monsignore... ma non troppo. La storia era tratta dai romanzi di Guareschi; il film era prodotto dalla Cineriz di Angelo Rizzoli, che era anche editore del Candido. Lo scrittore sconfessò la sceneggiatura, giudicandola lontanissima dallo spirito del romanzo. Ne nacque una dura discussione con Rizzoli. Il dissidio non si ricompose: pertanto Guareschi decise di interrompere definitivamente la collaborazione al Candido[26]. Successivamente Rizzoli chiuse il settimanale.

Negli stessi anni Papa Giovanni XXIII chiese a Guareschi di collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Guareschi declinò cortesemente l'invito non ritenendosi degno di tale onore[27]. Prese una radicale posizione di contrarietà verso i governi di centrosinistra, ovvero verso quell'alleanza tra DC e PSI detta Centro-sinistra "organico" che, a partire dalla metà degli anni sessanta, doveva improntare per oltre un ventennio la politica italiana.

Guareschi accettò l'invito da parte di Nino Nutrizio a collaborare col suo quotidiano, il milanese La Notte.

Accettò anche la proposta di collaborare al Borghese di Mario Tedeschi con disegni e articoli. Tenne inoltre, per quattro anni e fino al 1966, una rubrica di critica televisiva intitolata Telecorrierino delle famiglie su Oggi. Realizzò anche, con l'aiuto di Gianna Preda, il film La Rabbia, diviso in due parti: la prima curata da Pier Paolo Pasolini, la seconda da Guareschi. Film molto particolare, fu essenzialmente un documentario in bianco e nero, montato con materiale di repertorio tratto dai cinegiornali e con fotografie su un preciso interrogativo: Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall'angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?. Il film venne travolto subito dalle polemiche, Pasolini ritirò la firma, il film fu rapidamente tolto dalla circolazione per poi essere dimenticato per decenni. Commenterà Guareschi: Se la figura del fesso l'avessi fatta io, quel film avrebbero fatto in modo di proiettarlo anche ai pinguini dell'Alaska.[28]

Nel 1968 gli fu riproposta la direzione del Candido da parte di Giorgio Pisanò, ma prima di poter ricominciare morì a Cervia a causa di un attacco cardiaco. I suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, furono disertati da tutte le autorità ufficiali del mondo politico e intellettuale. Unici personaggi di rilievo presenti per l'estremo saluto furono Nino Nutrizio, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari. Allo scrittore italiano tra i più venduti e letti al mondo la Rai dedicò pochi secondi, i giornali relegarono notizie e servizi nelle pagine interne, l'Unità scrisse di melanconico tramonto dello scrittore che non era mai nato. Unica voce controcorrente la Gazzetta di Parma: parlò di Italia meschina e vile.[29]

Guareschi è sepolto nel piccolo cimitero di Roncole Verdi.

Opere

La saga Mondo piccolo

Altre opere

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
Note
  1. dati della fondazione Mondadori
  2. La storia di Giovannino senza paura (1940-1943)
  3. Alberto e Carlotta Guareschi, «Giovannino Guareschi - Note Bibliografiche», in Giovannino Guareschi, Don Camillo, Guareschi. Opere, 1 Don Camillo, Rizzoli-Corriere della Sera, Milano 2014
  4. Vignette dedicate a Umberto II
  5. 5,0 5,1 Le duecento parole di Guareschi
  6. Ambito riconoscimento, dalla rubrica "Giro d'Italia"
  7. Gian Luigi Falabrino, I comunisti mangiano i bambini - La storia dello slogan politico, Vallardi, 1994, ISBN 88-11-90425-0
  8. Mario Bozzi Sentieri, Dal neofascismo alla nuova destra. Le riviste 1944-1994, Nuove Idee, Roma, p. 30.
  9. Vincenzo Pezzella, La diffamazione: responsabilità penale e civile, 2009, p. 564
  10. L'opera postuma "Chi sogna nuovi gerani", edita nel 1993 per i tipi della BUR, riporta numerosissimi stralci degli articoli di stampa del tempo e degli atti del processo che vide Guareschi condannato per la diffamazione dell'onorevole De Gasperi.
  11. Ibidem, p. 355.
  12. Ibidem, p. 344.
  13. Pagg. 425, 443, 445, op. cit.
  14. Ibidem p. 445.
  15. Ibidem, p. 445.
  16. Ibidem, p. 436.
  17. 17,0 17,1 Tesi di laurea sul processo a Guareschi di Sacha Emiliani.
  18. Ibidem p. 457.
  19. Ibidem, p. 455.
  20. Giovanni Lugaresi, La Voce di Romagna, 14 gennaio 2011.
  21. 21,0 21,1 Guareschi e De Gasperi, galantuomini contro
  22. Mimmo Franzinelli, Bombardate Roma!, Mondadori, Milano, 2014
  23. M. Franzinelli, Bombardate Roma!, Mondadori, Milano, 2014, pp. 122-130
  24. Mario Bozzi Sentieri, op.cit., pagg. 30-31.
  25. Sallusti rischia l'arresto e 14 mesi di carcere per un articolo scritto da un altro
  26. Egidio Bandini su Libero del 5 marzo 2014.
  27. Alessandro Gnocchi, Il catechismo secondo Guareschi, Milano Edizioni Piemme, 2003. ISBN 978-88-384-6595-6.
  28. Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, pp.266-267.
  29. Alberto Mazzuca, op.cit. pp. 340-341.
Bibliografia
  • Gian Franco Venè, Don Camillo, Peppone e il compromesso Storico, Sugarco, 1977
  • Beppe Gualazzini, Guareschi, Editore: Nuova, 1981
  • AA.VV., Giovannino Guareschi e il suo mondo, Antologia per le Medie di Cassinotti, Gilli, Editore: Airoldi (Atlas, Bg), 1991
  • Alberto e Carlotta Guareschi, Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia Giovannino Guareschi (dalle sue carte, riordinate dai figli), Editore: Rizzoli, Milano 1993
  • Alberto Guareschi e Carlotta Guareschi, Milano '36-'43: Guareschi e il Bertoldo, Editore: Rizzoli, Milano 1994
  • Alberto Guareschi e Carlotta Guareschi, Fantasie della Bionda, Editore: Rizzoli, Milano 1995
  • Alberto Guareschi e Carlotta Guareschi, La famiglia Guareschi. Racconti di una famiglia qualunque, 1939-1952. Editore: Rizzoli, Milano 2010.
  • Alberto Guareschi e Carlotta Guareschi, La famiglia Guareschi. Racconti di una famiglia qualunque II, 1952-1968, Editore: Rizzoli, Milano 2010.
  • Marco Ferrazzoli, Guareschi. L'eretico della risata, Costantino Marco, Cosenza, 2001, ISBN 8885350801
  • Giorgio Torelli, I baffi di Guareschi, Editore: Àncora, 2006, ISBN 9788851404055
  • Stefano Beltrami, Elena Bertoldi, Bicarbonato e mentine. Giovannino Guareschi, l'amico dei giorni difficili, Editore: GAM, 2007, ISBN 9788889044339
  • Guido Conti, Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore, Editore: Rizzoli, Milano 2008 ISBN 9788817019491
  • Giorgio Casamatti, Guido Conti, Giovannino Guareschi, nascita di un umorista. Bazar e la satira a Parma dal 1908 al 1937, Editore: MUP, Parma 2008
  • Riccardo F. Esposito, Don Camillo e Peppone. Cronache cinematografiche dalla Bassa Padana 1951-1965, Editore: Le Mani-Microart's, Recco 2008 ISBN 9788880124559.
  • Marco Ferrazzoli, Non solo Don Camillo, l'Uomo Libero, Arco, 2008
  • Paolo Gulisano, Quel cristiano di Guareschi. Un profilo del creatore di Don Camillo, Ancora, Milano 2008.
  • Giuliano Guareschi Montagna, Una vita per mio padre, Giovannino Guareschi su issuu.com, 1a ed., Diabasis, Reggio Emilia, 2009, ISBN 978-88-8103-545-8 URL consultato il 21-12-2018
  • Giuseppe Polimeni (a cura di), Camminare su e giù per l'alfabeto. L'italiano tra Peppone e don Camillo, Editore: Santa Caterina, Pavia, 2010
  • Ubaldo Giuliani-Balestrino, Il Carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi, Editore: Settimo Sigillo, 2010.
  • Mario Bussoni, A spasso con Don Camillo. Guida al mondo piccolo di Giovannino Guareschi, Editore: Mattioli, Fidenza 2010, ISBN 978-88-6261-127-5.
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Editore: Minerva, Bologna 2017. ISBN 978-88738818496.
Voci correlate
Collegamenti esterni