Ite, missa est

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Una melodia gregoriana dell'Ite missa est

Ite missa est è l'antica espressione che conclude la Messa nel Rito Romano in lingua latina; i fedeli rispondono Deo gratias, "Rendiamo grazie a Dio".

Il Messale italiano di Rito romano traduce l'espressione "La Messa è finita, andate in pace" (non si dice in Rito ambrosiano che si limita a pronunciare Andiamo in pace con risposta dei fedeli nel nome di Cristo).

Con tutta probabilità la parola italiana Messa deriva da questa espressione. Di fatto la traduzione italiana considera missa come un sostantivo.

Storia

Tale formula di congedo è attestata per la prima volta nell'Ordo di Giovanni Archicantor[1] (680) e nell'Ordo Romanus[2].

Fino all'XI secolo si diceva l'Ite, missa est in ogni Messa, sia festiva che feriale. Da quel secolo, secondo l'autore del Micrologus[3], nei giorni di penitenza o quando seguivano altre ore canoniche, si cambia con Benedicamus Domino, "benediciamo il Signore, mentre nelle Messe per i defunti si usa Requiesca(n)t in pace, "Riposi(no) in pace".

Già nel IX secolo l'Ite, missa est si pronunciava o cantava[4] in un tono più solenne[5]. Dal X secolo si cominciano ad usare i tropi anche per l'Ite, missa est.

L'Ite, missa est era pronunciato rivolti al popolo, mentre il Benedicamus Domino e il Requiesca(n)t in pace venivano detti rivolti verso l'altare, dal diacono e dal sacerdote insieme.

Significato

Ite, missa est, Missa de Angelis

Sono state formulate varie ipotesi circa il significato dell'espressione latina Ite missa est.

Le prime due interpretazioni considerano la parola missa come forma verbale passiva del verbo mittere, "mandare"; il soggetto del verbo però rimane incerto, ed effettivamente sono possibili almeno due ipotesi.

Missa come congedo solenne

In questa prima interpretazione tradizionale l'espressione viene tradotta con "andatevene, è il congedo"[6].

Chi sostiene tale ipotesi argomenta[6] che il termine missa, invece del classico missio, sia adoperato già dal IV secolo, cioè nei primi tempi dell'uso del latino nella liturgia romana, nel senso originale con cui la parola si usava per la dismissione di adunanze pubbliche e di udienze solenni, imperiali e bizantine. In tal senso afferma Avito di Vienne († 523):

(LA) (IT)
« In ecclesiis platiisque sive praetoriis missa fieri pronuntiatur, cum populus ab observatione dimittitur. » « Nelle chiese e nei palazzi o nei pretori viene pronunciata la missa, quando il popolo viene congedato dalla vista. »
(Epistola 1: PL 59, 199 )

Tertulliano sembra alludere a tale senso quando scrive

(LA) (IT)
« post transacta solemnia dimissa plebe. » « congedato il popolo dopo le azioni solenni. »

Anche Sant'Agostino parla della missa, cioè del congedo, dei catecumeni:

(LA) (IT)
« Post sermonem fiat missa catechumenorum, manebunt fideles. » « Dopo la predica si congedino i catecumeni, i fedeli rimarranno »
(Sermones 49, 8 )

Anche nella Aeteriae peregrinatio[7] si trova il termine missa nel senso di congedo. Nello stesso tempo Florus spiega[8] che missa equivale a dimissio.

Missa come invio dell'assemblea

Un approfondimento teologico dell'interpretazione precedente vede nel congedo l'invio in missione del fedele che ha partecipato al rito, ovvero dell'intera assemblea. Spiega Papa Benedetto XVI che nel saluto "Ite, missa est"

« ci è dato di cogliere il rapporto tra la Messa celebrata e la missione cristiana nel mondo. Nell'antichità "missa" significava semplicemente "dimissione". Tuttavia essa ha trovato nell'uso cristiano un significato sempre più profondo. L'espressione "dimissione", in realtà, si trasforma in "missione". Questo saluto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa. Pertanto, è bene aiutare il popolo di Dio ad approfondire questa dimensione costitutiva della vita ecclesiale, traendone spunto dalla liturgia»

Missa come invio dell'Eucaristia agli assenti

Un'altra ipotesi che è stata formulata è che il soggetto possa essere l'Eucaristia, mandata, per mezzo dei diaconi, ai fedeli impossibilitati a partecipare alla celebrazione comune.

Questa seconda interpretazione appare abbastanza soddisfacente sul piano puramente linguistico, ma lo è un po' meno se si considera meglio il rito. È infatti evidente che l'invio dell'Eucaristia ai fedeli lontani resta un episodio del tutto marginale e incidentale rispetto allo svolgimento del rito stesso: di fatto potevano darsi casi in cui non vi fossero malati a cui mandare l'Eucaristia. Desta perciò una certa perplessità vedere una cerimonia religiosa importante come il sacrificio cristiano terminare liturgicamente con una comunicazione di carattere piuttosto banale e, tutto sommato, di nessuna importanza per i fedeli presenti.

Missa come offerta

È stata formulata un'ultima ipotesi[9], secondo cui le parole ite, missa est potrebbero indicare la fine della celebrazione stessa: ite, (hostia) missa est, "(la vittima) è stata offerta", cioè "il sacrificio è finito".

Questa interpretazione non soltanto appare più consona alla gravità della cerimonia compiuta, ma troverebbe anche una spiegazione linguistica pienamente soddisfacente. Se è vero che l'espressione non trova riscontro nella terminologia liturgica latina o greca, essa corrisponde invece esattamente alla terminologia punica: missa est non è altro, infatti, che la traduzione latina della parola molk, in latino "quod missum est". La stessa mancanza del soggetto latino sottolinea l’affinità del missa est con il punico molk, perché mentre in latino il verbo mittere ha un significato generico, che solo nell'accezione liturgica cristiana acquista una connotazione religiosa, nel punico la forma causativa ylk costituisce di per se stessa un termine tecnico del linguaggio religioso; cosicché il significato reale delle espressioni punica molk e di quella latina missa est è "il sacrificio è stato compiuto".

Note
  1. Edizione C. Silva-Tarouca, G. "Archicantor" di S. Pietro a Roma e l'Ordo Roomanus da lui composto, in Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Memorie, I, 1 (1923), p. 201.
  2. I, 21: PL 78, 948.
  3. PL 151, 1011
  4. Levita [..] elevata voce cantat, "Il levita canta a voce alta", così Smaragdus, In regulam S. Benedicti, 17: PL 102, 837.
  5. Solo in seguito invalse l'uso di usare per l'Ite, missa est il tono del Kyrie.
  6. 6,0 6,1 Pietro Siffrin (1951) 513.
  7. 25, 1; 29, 3, 5
  8. De expositione missae, 92: PL 119, 72.
  9. Giovanni Garbini, Dio della terra, Dio del cielo, Paideia, Brescia 2011, pp. 300-302, online sul blog di Matías Augé.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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