Profezia di Virgilio

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Michelangelo, Sibilla Cumana nella Cappella Sistina (ca. 1510).

Con profezia di Virgilio si intende la quarta egloga del poeta latino (70-19 a.C.), composta nel 40 a.C., che la tradizione cristiana ha indicato come profetica quanto alla nascita e alla missione di Cristo. Secondo il testo Virgilio avrebbe ripreso un oracolo pronunciato dalla sibilla di Cuma, profetessa romana.

Citando una vergine senza attribuirgli un chiaro ruolo, descrive la nascita "dal cielo di una nuova progenie", un bambino "cara prole degli dei, alto rampollo di Giove", che instaura un periodo di pace per la società e per la natura, e sotto la cui guida scompaiono "le tracce della nostra colpa".

Il contesto storico immediato può riferirsi all'attesa, nel dominio romano del 40 a.C., della nascita di un bambino e di un connesso periodo di pace e benessere, ma secondo la tradizionale lettura cristiana del sensus plenior ("senso più pieno") la poesia può essere riferita alla nascita di Gesù.

Contesto storico

L'assassinio di Cesare nel 44 a.C. aveva dato inizio a una guerra civile per la conquista del potere che, in varie fasi, ha coinvolto diversi personaggi, in particolare Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) e Marco Antonio. La pace di Brindisi, stilata tra i due nel 40 a.C., lasciava sperare la fine della guerra e una ritrovata stabilità politica, anche se i disordini continuarono fino alla battaglia di Azio del 31 a.C. che vide emergere Augusto come unico imperatore romano.

Nel contesto della momentanea pace ritrovata, Virgilio compone una breve poesia (egloga), inclusa nelle sue Bucoliche, dove auspica la nascita di un bambino, iperbolicamente definito di origine divina (v. 15-16.49). Il poeta - neutralmente - non precisa se il bambino è figlio di Ottavio o Marco Antonio. Sotto al suo regno, dopo un periodo intermedio dove continueranno le violenze (v. 31-36), cesseranno infine le guerre civili (v. 13-14), la terra ritroverà la pace e vi sarà una piena armonia con la natura (v. 28-45).

Virgilio riprende inoltre la classica teoria delle età (oro, argento, bronzo, ferro) e auspica la fine dell'attuale età del ferro e una nuova età dell'oro (v. 8-9). Riprende anche lo schema storico degli etruschi che prevede dieci periodi, il nono dei quali, attuale, era segnato da Apollo (v. 10), e il decimo da Saturno (v. 6.). In tale visione della storia Virgilio riprenderebbe un precedente oracolo della sibilla di Cuma, il cui effettivo contenuto ci è però ignoto: avrebbe profetizzato solo un'età dell'oro o anche, con essa, la venuta di un bambino divino e pacificatore?

Testo

Latino[1] Traduzione[2]

1 Sicelides Musae, paulo maiora canamus.
2 non omnis arbusta iuvant humilesque myricae;
3 si canimus silvas, silvae sint consule dignae.

1. O Sicule Muse, alziamo un po' più alto il canto.
2 Gli olmi e i bassi tamarischi non piacciono a tutti.
3 Se cantiamo le selve, siano le selve degne di un console.

4 Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;
5 magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
6 iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,
7 iam nova progenies caelo demittitur alto.
8 tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
9 desinet ac toto surget gens aurea mundo,
10 casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo.
11 Teque adeo decus hoc aevi, te consule, inibit,
12 Pollio, et incipient magni procedere menses;
13 te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,
14 inrita perpetua solvent formidine terras.
15 ille deum vitam accipiet divisque videbit
16 permixtos heroas et ipse videbitur illis
17 pacatumque reget patriis virtutibus orbem.

4 Ora è giunta l'ultima età cantata dall'oracolo cumano;
5 inizia di nuovo [o grazie all'integro] una gran serie di secoli;
6 ecco ritorna anche la Vergine [Dike-Giustizia?], ritorna il regno di Saturno;
7 ormai discende già dal cielo una nuova progenie.
8 Sorridi benevola al Bambino nascente, con il quale cesserà l'età del ferro
9 e sorgerà quella dell'oro in tutto il mondo,
10 o casta Lucina [dea del parto], poiché già regna il tuo Apollo.
11 Questo evo glorioso avrà inizio durante il tuo consolato,
12 o Pollione [40 a.C.], quando i grandi mesi e cominceranno il loro corso.
13 Sotto la tua guida qualsiasi traccia rimasta della nostra colpa
14 svanirà, liberando la terra dalla sua perpetua paura.
15 Egli [il Bambino] riceverà vita divina e vedrà
16 gli eroi mescolati con gli dei, e sarà lui stesso visto da loro.
17 Ed egli dominerà un mondo reso pacifico dalla virtù del padre.


18 At tibi prima, puer, nullo munuscula cultu
19 errantis hederas passim cum baccare tellus
20 mixtaque ridenti colocasia fundet acantho.
21 ipsae lacte domum referent distenta capellae
22 ubera nec magnos metuent armenta leones;
23 ipsa tibi blandos fundent cunabula flores.
24 occidet et serpens et fallax herba veneni
25 occidet; Assyrium vulgo nascetur amomum.

La futura primavera dell'infanzia del Bambino
18 Intanto a te per primo, o Bambino, la terra non coltivata darà semplici offerte
19 di edere serpeggianti e di baccar,
20 di colocasie miste con il ridente acanto.
21 Le capre torneranno da sé a casa con le poppe gonfie di latte;
22 e i greggi non avranno paura dei potenti leoni.
23 Per te la culla produrrà tanti gai fiori.
24 II serpente morirà, e morirà l'erba traditrice del veleno,
25 mentre l'assiro amomo nascerà in ogni campo.


26 At simul heroum laudes et facta parentis
27 iam legere et quae sit poteris cognoscere virtus,
28 molli paulatim flavescet campus arista
29 incultisque rubens pendebit sentibus uva
30 et durae quercus sudabunt roscida mella.
31 Pauca tamen suberunt priscae vestigia fraudis,
32 quae temptare Thetin ratibus, quae cingere muris
33 oppida, quae iubeant telluri infindere sulcos.
34 alter erit tum Tiphys et altera quae vehat Argo
35 delectos heroas; erunt etiam altera bella
36 atque iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles.

La futura estate dell'educazione del Bambino
26 Appena potrai leggere le glorie degli eroi e le gesta del padre e
27 intendere cosa sia il valore,
28 il campo a poco a poco diverrà biondo di ondeggianti spighe,
29 e l'uva rossa penderà dai pruni selvatici,
30 e le due querce trasuderanno rugiadoso miele.
31 Sopravviveranno, però, pochi germi dell'antico peccato,
32 che indurranno a tentare il mare con navi, a cingere di mura
33 le città, e a fendere il terreno di solchi.
34 Ci sarà allora un altro Tifi e una seconda Argo a trasportare
35 scelti eroi; ci saranno anche nuove guerre,
36 e ancora una volta un grande Achille sarà inviato a Troia.


37 Hinc, ubi iam firmata virum te fecerit aetas,
38 cedet et ipse mari vector nec nautica pinus
39 mutabit merces; omnis feret omnia tellus.
40 non rastros patietur humus, non vinea falcem,
41 robustus quoque iam tauris iuga solvet arator;
42 nec varios discet mentiri lana colores,
43 ipse sed in pratis aries iam suave rubenti
44 murice, iam croceo mutabit vellera luto,
45 sponte sua sandyx pascentis vestiet agnos.
46 "Talia saecla" suis dixerunt "currite" fusis
47 concordes stabili fatorum numine Parcae.

La futura maturità del Bambino
37 Poi, quando gli anni avranno fatto di te un uomo forte,
38 anche il nocchiero lascerà il mare, e la nave costruita con pino
39 cesserà di trasportare merci. Ogni terra produrrà ogni cosa;
40 il suolo non patirà marre, né la vigna falci;
41 anche il robusto bifolco scioglierà il giogo ai tori.
42 Non si dovrà più imparare a tingere la lana con vari colori;
43 perché già da sé il montone nei prati cambierà il suo vello
44 in porpora di fuoco, o in giallo zafferano;
45 e spontaneamente gli agnelli pascenti si rivestiranno di vermiglio.
46 Le Parche, unanimi nel saldo volere dei fatti,
47 dissero ai loro fusi: «Affrettate quei tempi».


48 Adgredere o magnos—aderit iam tempus—honores,
49 cara deum suboles, magnum Iovis incrementum.
50 aspice convexo nutantem pondere mundum,
51 terrasque tractusque maris caelumque profundum;
52 aspice, venturo laetantur ut omnia saeclo.
53 O mihi tum longae maneat pars ultima vitae,
54 spiritus et quantum sat erit tua dicere facta:
55 non me carminibus vincat nec Thracius Orpheus
56 nec Linus, huic mater quamvis atque huic pater adsit,
57 Orphei Calliopea, Lino formosus Apollo.
58 Pan etiam, Arcadia mecum si iudice certet,
59 Pan etiam Arcadia dicat se iudice victum.
60 Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem;
61 matri longa decem tulerunt fastidia menses.
62 incipe, parve puer. qui non risere parenti,
63 nec deus hunc mensa dea nec dignata cubili est.

Il trionfo del Bambino
48 Entra nelle tue glorie, ormai è tempo,
49 o cara prole degli dei, alto rampollo di Giove!
50 Guarda il mondo tremare con la gran volta,
51 la terra e l'ampio mare e il profondo ciclo,
52 guarda come tutte le cose tripudiano del secolo che viene!
53 Che mi possa restare di una lunga vita l'ultima parte,
54 e tanta ispirazione che mi permetta di celebrare le tue gesta:
55 nel canto non mi vincerà né il Trace Orfeo,
56 né Lino, sebbene questi la madre assista e quello il padre,
57 Orfeo Calliopea, Lino il Bello Apollo.
58 Lo stesso Pan se, giudice l'Arcadia, lottasse con me,
59 lo stesso Pan, giudice l'Arcadia, si dichiarerebbe vinto.
60 Avanza, o Fanciullo, e riconosci tua madre col sorriso,
61 che dieci lunghi mesi portarono alle pene del parto.
62 Avanza, o Fanciullo, cui i genitori non hanno ancora sorriso,
63 che né dio ha onorato della sua mensa, né dea del suo talamo.

Interpretazione cristiana

La tradizione cristiana, con un ritardo di qualche secolo, ha visto nella egloga di Virgilio una profezia circa la venuta di Cristo. In effetti parla di una vergine (anche se non viene definita madre del bambino), di un bambino "cara prole degli dei, alto rampollo di Giove" (v. 49), che "riceverà vita divina e vedrà gli eroi mescolati con gli dei, e sarà lui stesso visto da loro" (v. 15-16), con il quale "qualsiasi traccia rimasta della nostra colpa svanirà, liberando la terra dalla sua perpetua paura" (v. 13-14). Anche se non vi è cenno a un sacrificio salvifico diretto, la morte in croce, nella poesia può essere facilmente vista la descrizione della missione del messia divino che cancella gli effetti del peccato originale.

La prima interpretazione cristiana si trova in Lattanzio (ca. 313):[3] anche se non parla della prima venuta (incarnazione) ma della seconda venuta di Gesù (Parusia) con toni idilliaci, scrive: "E allora ci saranno i tempi aurei che dissero i poeti, regnante Saturno. Il loro errore sta nell'avere descritto il futuro come se si stesse per avverare o si fosse già avverato [...]. Quando in realtà [negli ultimi tempi] sarà cancellata la religione degli empi e la terra sarà sottomessa a Dio, anche il nocchiero lascerà il mare [...]" (citazioni dei v. 38-45 dell'egloga frammisti a brani di Isaia).

La più antica e autorevole interpretazione cristiana del brano si trova in un discorso tenuto dall'imperatore Costantino di fronte a un'assemblea ecclesiastica, in un periodo imprecisato tra il 313 e il 325.[4] Il testo originale era forse in latino ma ci è pervenuto in greco. L'imperatore filocristiano, che attribuisce erroneamente il poema a Cicerone, scrive tra l'altro: "Il principe dei poeti italici [latini] dice: Ora una nuova progenie scende dall'alto del cielo (v. 7). E ancora in un altro passo delle Bucoliche: Muse sicule, cantiamo un poco più in alto (v. 1). Cosa è più chiaro? Aggiunge infatti: Viene l'ultima era della Cumana (v. 4), intendendo la sibilla cumana. E non è contento di questo, va oltre, come spinto a dare la sua testimonianza. Cosa dice? Nasce il nuovo ordine dei tempi. Ora torna la vergine, ora torna il regno di Saturno (v. 5-6). Chi è la vergine che torna? Forse non è colei che fu ripiena e gravida dello Spirito di Dio? Cosa ostacola infatti che colei che fu incinta per lo spirito di Dio fosse vergine e lo sia rimasta?". Costantino prosegue poi nell'esposizione e nel commento dell'egloga, identificando gli eroi con i santi, collegando "la nostra colpa" con il peccato originale introdotto dal serpente, e intendendo la pace ritrovata come frutto del sacrificio e della risurrezione del salvatore.

Agostino cita l'egloga in due occasioni, accogliendola come profezia della venuta di Cristo. In una lettera scritta dopo il 395 afferma: "All'infuori di Cristo Signore, non v'è affatto alcun altro al quale il genere umano possa rivolgere le seguenti espressioni: Se ancora rimangono tracce del nostro delitto, spariranno del tutto, sotto la tua guida, e libereranno la terra dalla continua paura. Queste espressioni Virgilio confessa d'averle copiate dall'oracolo di Cuma, cioè della Sibilla; questa profetessa, infatti, aveva probabilmente udito in spirito qualche presagio riguardante l'unico Salvatore e reputò suo dovere rivelarlo".[5] Similmente, nella Città di Dio (ca. 413-426), afferma: "I vostri oracoli, come tu stesso scrivi, lo [Gesù] hanno dichiarato santo e immortale. Di lui anche il più alto poeta [Virgilio] ha detto, certo con un discorso poetico perché nella persona vagamente accennata di un altro, ma con verità se a lui lo riferisci: Con la tua guida, se rimangono alcune tracce del nostro peccato, (i nuovi tempi) libereranno il mondo dalla vana perenne paura. Anche se non di peccati, ha parlato tuttavia di tracce di peccati, perché anche in uomini molto avanzati in virtù possono rimanere a causa della insufficienza della vita terrena. Esse saranno guarite soltanto da quel Salvatore, per il quale è stato formulato il verso citato. Virgilio, infatti, nel quarto verso dell'egloga dichiara che non è una sua affermazione personale quando dice: È giunta già l'ultima età dell'oracolo di Cuma. Da ciò appare indubbiamente che il fatto fu preannunciato dalla sibilla di Cuma".[6]

San Girolamo († 420) invece è più prudente: accennando a vari oracoli pagani, afferma fugacemente che "non possiamo dire che [Virgilio] Marone fosse un cristiano senza Cristo, che scrisse: Ecco ritorna anche la Vergine, ritorna il regno di Saturno; ormai discende già dal cielo una nuova progenie (v. 6-7) [...]. Queste sono cose puerili".[7]

Dante, nella sua Divina Commedia, fa dire al poeta latino Stazio (Publio Papinio Stazio, m. 96) mentre si rivolge a Virgilio che si convertì alla fede cristiana sulla base della sua profezia:

«

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: Secol si rinnova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova.

Per te poeta fui, per te cristiano.
ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,
a colorare stenderò la mano.

Già era 'l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza [cristiana], seminata
per li messaggi de l'etterno regno;

e la parola tua sopra toccata
si consonava à nuovi predicanti;
ond'io a visitarli presi usata. »

(Dante, Purgatorio, 22,67-81)

In epoca moderna, il motto Novus ordo seclorum presente nel sigillo nazionale statunitense e presente anche nelle banconote da un dollaro, è una ripresa a senso del v. 5 dell'egloga (saeclorum nascitur ordo).

In campo esegetico, il celebre statunitense cattolico Raymond Edward Brown, nel suo studio La nascita del Messia (1993, tradotto in italiano nel 2002), molto prudentemente evidenzia una somiglianza indiretta tra l'egloga e le aspettative messianiche diffuse nell'ambiente ebraico, in particolare sulla base di Isaia, ma non arriva a definire il testo come una vera e propria profezia cristiana.

Papa Benedetto XVI, nel suo studio dedicato a L'infanzia di Gesù (2012), cita la quarta egloga definendola "un testo che, come un presagio del mistero del parto verginale, ha fatto riflettere la cristianità fin dai primi tempi" (p. 66). Dopo una breve trattazione, conclude: "Si può forse dire che la figura della vergine e quella del bambino divino fanno, in qualche modo, parte delle immagini primordiali della speranza umana, che emergono in momenti di crisi e di attesa, senza che vi siano in prospettiva figure concrete" (p. 67).

Note
  1. Testo latino dal sito thelatinlibrary.com, online.
  2. Cf. Raymond E. Brown, La nascita del messia, tr. it. Cittadella, Assisi 2002 (2), pp. 771-773.
  3. Lattanzio, Divinae Institutiones 7,24 (PL 6,810, online).
  4. Costantino, Oratio ad sanctorum coetum, 19-20 (PL 8,455 ss, online); tr. inglese dal sito ccel.org, online. Il testo dell'orazione ci è pervenuto da una citazione dell'opera di Eusebio di Cesarea Vita di Costantino, non inclusa nella PG.
  5. Agostino, Lettera 258,5, online.
  6. Agostino, Città di Dio 10,27, online.
  7. Girolamo, Lettera 53, PL 22,544-545, online).
Bibliografia
Voci correlate