Suscipe

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Nota di disambigua - Se stai cercando l'orazione Suscipe di Sant'Ignazio di Loyola presente nei suoi Esercizi Spirituali, vedi Suscipe, Domine, universam meam libertatem.

Suscipe è una parola latina che significa "accogli", "accetta", ma anche "sostieni", "sorreggi"[1]. È l'incipit latino di alcune preghiere e invocazioni della tradizione cristiana; tra di esse si ricordano in particolare le preghiera che iniziano con le parole "Suscipe me, Domine", "Suscipe, sancte Pater", "Suscipe, sancta Trinitas", "Sume, Domine, et suscipe".

Nella tradizione monastica

Attilio Selva, San Benedetto nell'atteggiamento del "Suscipe" al momento della morte, gruppo bronzeo, 1952, Abbazia di Montecassino

"Suscipe me, Domine" è l'inizio del Salmo 119[118],116:

(LA) (IT)
« Suscipe me secundum eloquium tuum, et vivam, et non confundas me ab exspectatione mea. » « Sostienimi secondo la tua promessa e vivrò, non deludere la mia speranza. »
(Versione di Tiziano Lorenzin, I Salmi, Milano 2008, p. 458 )

Questo versetto salmico è presente nella Regola benedettina nel contesto del capitolo LVIII in cui si tratta delle norme per l'accettazione dei candidati monaci nel monastero (De disciplina suscipiendorum fratrum) e precisamente al paragrafo 21 nella sezione in cui si descrive la professione monastica (paragrafi 17-29)[2].

In questo paragrafo il candidato viene chiamato "suscipiendus" (cioè colui che deve essere ammesso): dopo aver promesso pubblicamente stabilità, atteggiamento di conversione e obbedienza depone sull'altare il documento di petizione da lui firmato[3] e quindi intona il triplice canto del "Suscipe", con le braccia levate e a forma di croce[4].

Così commenta Giannoni questo particolare del rito della professione monastica:

« Nella tradizione monastica il suscipe (Sal 119,116), cantato tre volte durante la professione religiosa, esprime l'offerta di sé e l'accettazione della voce che invita a entrare in una comunione di vita fino alla monósis, la condizione del "mónos pròs mónon", del "solitario rivolto verso l'Unico che è termine e forma dell'esistenza del monaco, come verifica della condizione del Verbo presso Dio nell'eternità (Gv 1,1). »
(Paolo Giannoni, Gesù orante. Lectio divina sull'esperienza di Gesù, Milano 2000, 95.)

Nella Liturgia Eucaristica

Nella liturgia con l'uso del termine "suscipe" ci si riferisce abitualmente al momento dell'Offertorio durante il quale il sacerdote offre il pane.

L'uso del termine è proprio solo per quanto riguarda la celebrazione della Messa secondo il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal Beato Giovanni XXIII[5] in quanto effettivamente sono presenti due invocazioni che iniziano col "suscipe": "Súscipe, sancte Pater" al momento dell'offerta del pane, e "Súscipe, sancta Trínitas" alla fine del rito dell'offertorio prima dell' "orate fratres".

(LA) (IT)
« Súscipe, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus, hanc immaculátam hóstiam, quam ego indígnus fámulus tuus óffero tibi, Deo meo vivo et vero, pro innumerabílibus peccátis, et offensiónibus, et neglegéntiis meis, et pro ómnibus circumstántibus, sed et pro ómnibus fidélibus christiánis vivis atque defúnctis: ut mihi et illis profíciat ad salútem in vitam ætérnam. Amen.[6] » « Accetta, Padre santo, onnipotente eterno Iddio, questa ostia immacolata, che io, indegno servo tuo, offro a Te Dio mio vivo e vero, per gli innumerevoli peccati, offese e negligenze mie, e per tutti i circostanti, come pure per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti, affinché a me ed a loro torni di salvezza per la vita eterna. Amen. »
(LA) (IT)
« Súscipe, sancta Trínitas, hanc oblatiónem, quam tibi offérimus ob memóriam passiónis, resurrectiónis, et ascensiónis Jesu Christi, Dómini nostri, et in honórem beátæ Maríæ semper Vírginis, et beáti Joánnis Baptístæ, et sanctórum Apostolórum Petri et Páuli, et istórum, et ómnium Sanctórum: ut illis profíciat ad honórem, nobis autem ad salútem: et illi pro nobis intercédere dignéntur in cælis, quorum memóriam ágimus in terris. Per eúndem Christum Dóminum nostrum. Amen.[7] » « Accetta, o Santissima Trinità, questa offerta che ti facciamo in memoria della passione, risurrezione e ascensione di nostro Signore Gesù Cristo, e in onore della beata sempre Vergine Maria, di san Giovanni Battista, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, di questi [martiri le cui reliquie sono nell'Altare], e di tutti i Santi, affinché ad essi sia d'onore e a noi di salvezza, e si degnino d'intercedere per noi in Cielo, mentre noi facciamo memoria di loro in terra. Per il medesimo Cristo nostro Signore. Cosí sia. »

Queste due preghiere, di origine gallicana e poi affermatesi anche in ambiente germanico, facevano parte di numerose invocazioni chiamate "apologie" che iniziarono ad essere introdotte nella liturgia nel secolo IX e che diventarono numerose nel secolo XIII. In particolare il "Suscipe, Sancte Pater" è già presente nel Sacramentario di Metz (circa 870) mentre il "Suscipe, Sancta Trinitas" è posteriore[8].

Celebrazione della Messa secondo la forma extraordinaria del rito romano

Il Messale di Pio V ne conservò solo alcune oltre al "Suscipe, Sancte Pater" e al "Suscipe, Sancta Trinitas".[9]

Prosper Guéranger così commentò il "Suscipe, sancte Pater":

« Il sacerdote, ricevendo la patena ed offrendo l'ostia, pronuncia l'orazione: Suscipe, sancte Pater. Quest'orazione risale all'VIII o IX secolo. Per comprendere bene tutte le orazioni che seguono, è necessario aver sempre presente il Sacrificio, benché esso non sia ancora stato offerto. Così, in questa prima orazione, si parla dell'ostia che si presenta all'eterno Padre, benché quest'ostia non sia ancora l'Ostia divina. Quest'Ostia è senza macchia: immaculatam hostiam, v'è qui un'allusione alle vittime dell'Antico Testamento, che dovevano essere tutte scelte tra quelle senza alcuna macchia, perché erano figura di Gesù Cristo, il quale doveva un giorno apparirci come immaculatus.

In quest'orazione la mente del sacerdote va più lontano del momento presente: pensa all'Ostia che sarà sull'altare dopo la consacrazione, la quale è la sola vera Ostia. E per chi offre quest'Ostia? Noi qui vediamo quale vantaggio arrechi l'assistenza alla Santa Messa. Il sacerdote, infatti, offre l'Ostia non solo per se medesimo, ma anche per tutti quelli che gli stanno attorno: pro omnibus circumstantibus. Egli menziona ogni giorno "tutti i presenti". Inoltre, l'azione del Sacrificio della Messa si estende a tal punto che il sacerdote parla di tutti i fedeli, avendo cura di non ometter i defunti, dei quali fa menzione immediatamente dopo, dicendo: pro omnibus fidelibus christianis vivis atque defunctis, "per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti"; e questo perché la Messa non si propone solamente di dar gloria a Dio, ma anche di procurar il bene degli uomini. »

(Prosper Guéranger, Spiegazione della Santa Messa, 2009[10].)

L'enfasi che nella storia della liturgia fu data all'invocazione "Suscipe, sancte Pater", e le sue interpretazioni teologiche, arrivarono fino al punto che il pastore protestante Luther Reed potè affermare, polemicamente, che:

« la parte centrale dell'offertorio, il "Suscipe, sancte Pater" è una perfetta esposizione della dottrina romana del sacrificio della messa »
(Luther Reed, The Lutheran liturgy. A study of the common liturgy of the Lutheran Church in America, Philadelphia 1959, 78)

Nel Messale Romano promulgato da Paolo VI (1970) queste orazioni ("apologie") furono espunte per cui l'uso del termine "suscipe" per descrivere nella "forma ordinaria" del rito latino romano della messa il momento dell'offerta del pane è improprio[11].

Note
  1. Dizionario latino-italiano
  2. Questo è il testo in italiano e latino dei paragrafi 17-29 del capitolo LVIII della Regola benedettina:
    (LA) (IT)
    « Suscipiendus autem in oratorio coram omnibus promittat de stabilitate sua et conversatione morum suorum et oboedientia, coram Deo et sanctis eius, ut si aliquando aliter fecerit, ab eo se damnandum sciat quem irridit. De qua promissione sua faciat petitionem ad nomen sanctorum quorum reliquiae ibi sunt et abbatis praesentis. Quam petitionem manu sua scribat, aut certe, si non scit litteras, alter ab eo rogatus scribat et ille novicius signum faciat et manu sua eam super altare ponat. Quam dum imposuerit, incipiat ipse novicius mox hunc versum: Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et ne confundas me ab exspectatione mea. Quem versum omnis congregatio tertio respondeat, adiungentes Gloria Patri. Tunc ille frater novicius prosternatur singulorum pedibus ut orent pro eo, et iam ex illa die in congregatione reputetur. » « Al momento dell'ammissione faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di stabilità, conversione continua e obbedienza, al cospetto di Dio e di tutti i suoi santi, in modo da essere pienamente consapevole che, se un giorno dovesse comportarsi diversamente, sarà condannato da Colui del quale si fa giuoco. Di tale promessa stenda un documento sotto forma di domanda, rivolta ai Santi, le cui reliquie sono conservate nella chiesa, e all'abate presente. Scriva di suo pugno il suddetto documento o, se non è capace, lo faccia scrivere da un altro, dietro sua esplicita richiesta, e lo firmi con un segno, deponendolo poi sull'altare con le proprie mani. Una volta depositato il documento sull'altare, il novizio intoni subito il versetto: "Accoglimi, Signore, secondo la tua promessa e vivrò; e non deludermi nella mia speranza". Tutta la comunità ripeta per tre volte lo stesso versetto, aggiungendovi alla fine il Gloria. Poi il novizio si prostri ai piedi di ciascuno dei fratelli per chiedergli di pregare per lui e da quel giorno sia considerato come un membro della comunità. »
  3. « Benché la Regola non lo dica espressamente, da questo e da altri indizi (soprattutto da 59,2 e 8 in cui si dice di unire la "petitio" alla "oblatio", cioè il pane e il vino per l'Eucarestia), si deduce che la professione avveniva durante la Messa, al momento della presentazione dei doni: la tradizione benedettina è unanime su questo punto. In tal modo la professione monastica acquista la sua dimensione teologica piena: nel contesto eucaristico viene espresso pienamente il dono di se stesso che il monaco fa a Cristo e in unione al sacrificio di Cristo. »
    (Lorenzo Serra, Appunti sulla Regola di S. Benedetto, Fabriano 1980)
  4. L'ambiente eucaristico nel Suscipe come offerta totale di sé a Dio è sottolineato nella tradizione monastica anche dalla frequente interpretazione del "Transitus Benedicti" (la morte di San Benedetto così come narrata dal II Libro dei Dialoghi di San Gregorio Magno) come il definitivo "Suscipe" del monaco: Benedetto si fece portare dai suoi discepoli nell'oratorio, là si fortificò per il suo transito ricevendo come viatico il Corpo e il Sangue del Signore. I discepoli sostenevano tra le loro braccia il suo corpo debilitato; egli si tenne così ritto in piedi, con le mani levate al cielo, e nell'atto stesso di effondersi in preghiera, rese l'ultimo respiro. La descrizione della morte di San Benedetto secondo Gregorio si svolge in coro, davanti all'altare e presente la comunità, come una professione monastica. Benedetto riceve il Corpo e il Sangue del Signore. Si ferma davanti all'altare, sostenuto dai monaci, con le mani alzate verso il cielo, nel gesto del "suscipe" che evoca le braccia aperte del Signore crocifisso. Cfr. G. Bellardi (a cura di), La Regola di San Benedetto con San Gregorio Magno - Secondo libro dei dialoghi, Jaca Book, Milano 1975; Gregorio Magno, Vita di San Benedetto. Commentata da Adalbert de Vogüé, EDB, Bologna 2009.
  5. Missale Romanum ex Decreto Ss. Concilii Tridentini, ed. typ. 1962. Anche nel Rito Ambrosiano al momento dell'offertorio sono presenti quattro invocazioni "suscipe": "Suscipe, sancte Pater", "Suscipe, clementissime Pater", e due "Suscipe, sancta Trinitas". La sequenza del rito ambrosiano prevede che il diacono dopo aver porto al celebrante la patena con l'Ostia dice a bassa voce ("secrete"): "Suscipe, sancte Pater, omnipotens æterne Deus, hunc panem sanctum ut fiat Unigeniti tui Corpus, in nomine Patris croce, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen". Quindi posata l'Ostia sul corporale versa il vino nel calice dicendo: "De latere Christi exivit Sanguis" e poi benedice l'acqua che aggiungerà al vino dicendo: "et aqua pariter, in nomine Patris croce, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen". Il sacerdote solleva quindi il calice e prega: "Suscipe, clementissime Pater, hunc Calicem, vinum aqua mixtum, ut fiat Unigeniti tui Sanguinis, in nomine Patris , et Filii, et Spiritus Sancti. Amen". Riposto il calice sul corporale e coperto dalla Palla, il sacerdote a mani giunte e profondamente inchinato dice: "Omnipotens sempiterne Deus, ecc.", e continua, dopo essersi eretto e aver allargate le braccia: "Et suscipe, sancta Trinitas, hanc oblationem, quam tibi offerimus pro regimine, et custodia, atque unitate catholicæ Fidei: et pro veneratione quoque beatæ Dei Genitricis Mariæ, omniumque simul Sanctorum tuorum; et pro salute et incolumitate famulorum famularumque tuarum, et omnium, pro quibus clementiam tuam implorare polliciti sumus, et quorum quarumque eleemosynas suscepimus, et omnium fidelium Christianorum, tam vivorum, quam defunctorum: ut, te miserante, remissionem omnium peccatorum, et æternæ beatitudinis præmia, in tuis laudibus fideliter perseverando, percipere mereantur, ad gloriam et honorem nominis tui, Deus, misericordissime rerum conditor. Per Christum Dominum nostrum". (Quest'ultima invocazione la domenica ha questa forma: "Suscipe, sancta Trinitas, hanc oblationem, quam tibi offerimus in memoriam passionis, ressurrectionis, et ascensionis Domini nostri Jesu Christi: et in honorem omnium Sanctorum tuorum, qui tibi placuerunt ab initio mundi, et eorum, quorum hodie festivitas celebratur, et quorum hic nomina, et reliquiæ habentur: ut illis sit ad honorem, nobis autem ad salutem: ut illi omnes pro nobis intercedere dignentur in Cælis quorum memoriam facimus in terris. Per eundem Christum Dominum nostrum"). Infine a mani giunte continua con queste parole : "Et suscipe, sancta Trinitas, hanc oblationem, pro emundatione mea, ut mundes et purges me ab universis peccatorum maculis: quatenus tibi digne ministrare merear, Deus et clementissime Domine".
  6. Il Sacerdote la recita offrendo il pane dopo aver letto l'antifona d'Offertorio (anche con il popolo), e aver scoperto il calice.}}
  7. Il sacerdote la recita dopo l'offerta del calice, l'incensazione e il lavabo, quando ritornando nel mezzo dell'altare, si china e, a mani giunte, rinnova la sua offerta alla Santissima Trinità.
  8. Cfr. la voce Offertory nella Catholic Encyclopedia
  9. "Deus qui humanae substantiae", "Offerimus tibi, Domine", "In spiritu humilitatis", "Dirigatur, Domine, oratio mea", "Lavabo inter innocentes manus meas".
  10. Si tratta di una traduzione delle Suore Francescane dell'Immacolata della ristampa del 1985 (a cura dell'Association Saint-Jéróme ASBL, Avenue Van Volxem, 321, 1190 Bruxelles, Belgio) dell'edizione originale del 1906 (Explicatìon de la Sainte Messe)
  11. Parlando della scomparsa di queste preghiere dell'offertorio, Joseph Ratzinger scriveva: «Erano preghiere belle e profonde, ma si deve pur riconoscere che esse comportavano un certo grado di equivocabilità. Esse erano sempre formulate come anticipazione dell'evento vero e proprio del canone» (Il Dio vicino. L'eucaristia cuore della vita cristiana, Cinisello Balsamo 2003, 67-68).
Bibliografia
Voci correlate

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