Grande scisma

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1leftarrow.png Voce principale: Chiesa Ortodossa.
Gli apostoli Pietro, caro in particolare alla tradizione cattolica, e Paolo, fondatore delle chiese orientali: diversi per cultura e missione, ma accomunati dalla fede in Cristo, sono l'archetipo ideale della relazione tra cattolici e ortodossi.
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Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale.
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Con "grande scisma", o "scisma orientale", ci si riferisce convenzionalmente all'evento accaduto nel 1054 che ha portato alla separazione tra la Chiesa cattolica latina e quella ortodossa orientale. Ha conseguenze che perdurano tutt'ora, nonostante i numerosi tentativi di riunificazione, causando una divisione nella chiesa cristiana tra comunità che sono diverse per cultura, liturgia e tradizione, ma non quanto a teologia.

Antecedenti storici

La scissione tra chiesa cattolica e ortodossa si è consumata lentamente nei secoli, procedendo pari passo con l'affievolirsi dei legami politici e culturali tra le comunità dell'ex Impero romano d'Occidente (che aveva come fulcro il vescovo di Roma) e quelle dell'Impero bizantino d'Oriente (aventi come fulcro il vescovo di Costantinopoli-Bisanzio).

Nei primi secoli la sede di Roma non era guardata con sospetto dalle comunità orientali. La prima "ingerenza" romana storicamente documentata in oriente si ha con Clemente Romano (terzo papa tra l'88 e il 97) che scrive, verso la fine del suo pontificato, la sua prima lettera ai corinzi, dove esorta i presbiteri di quella comunità alla concordia e alla riconciliazione. Il più evidente esempio di intervento papale nelle questioni orientali si ha in occasione del Concilio di Calcedonia (451), che ha cercato di ricomporre i dissidi teologici circa la natura divina di Gesù (cf. monofisismo) che laceravano le chiese orientali. Il concilio accettò come dottrina ufficiale quella esposta da papa Leone I (440-461) nel cosiddetto Tomus ad Flavianum, lettera inviata nel 449 dal papa a Flaviano, vescovo di Costantinopoli.

È però con lo stesso concilio di Calcedonia del 451 che compare il germe della divisione. Il canone 28 infatti attribuisce alla sede episcopale di Costantinopoli, "nuova Roma", gli stessi onori e privilegi (ἴσα πρεσβεῖα, ísa presbeîa) che erano riservati alla sede romana.

ΚΗ´. Πανταχοῦ τοῖς τῶν ἁγίων Πατέρων ὅροις ἑπόμενοι, καὶ τὸν ἀρτίως ἀναγνωσθέντα κανόνα τῶν ἑκατὸν πεντήκοντα θεοφιλέστατων ἐπισκόπων, τῶν συναχθέντων ἐπὶ τοῦ τῆς εὐσεβοῦς μνήμης Μεγάλου Θεοδοσίου, τοῦ γενομένου βασιλέως ἐν τῇ βασιλίδι Κωνσταντινουπόλεως Νέᾳ Ῥώμῃ, γνωρίζοντες, τὰ αὐτὰ καὶ ἡμεῖς ὁρίζομέν τε καὶ ψηφιζόμεθα περὶ τῶν πρεσβείων τῆς ἁγιωτάτης ἐκκλησίας τῆς αὐτῆς Κωνσταντινουπόλεως Νέας Ῥώμης· καὶ γὰρ τῷ θρόνῳ τῆς πρεσβυτέρας Ῥώμης, διὰ τὸ βασιλεύειν τὴν πόλιν ἐκείνην, οἱ Πατέρες εἰκότως ἀποδεδώκασι τὰ πρεσβεῖα. Καὶ τῷ αὐτῷ σκοπῶ κινούμενοι οἱ ἑκατὸν πεντήκοντα θεοφιλέστατοι ἐπίσκοποι, τὰ ἴσα πρεσβεῖα ἀπένειμαν τῷ τῆς Νέας Ῥώμης ἁγιωτάτω θρόνῳ, εὐλόγως κρίναντες, τὴν βασιλείᾳ καὶ συγκλήτῳ τιμηθεῖσαν πόλιν, καὶ τῶν ἴσων ἀπολαύουσαν πρεσβείων τῇ πρεσβυτέρᾳ βασιλίδι Ῥώμῃ, καὶ ἐν τοῖς ἐκκλησιαστικοῖς ὡς ἐκείνην μεγαλύνεσθαι πράγμασι, δευτέραν μετ᾿ ἐκείνην ὑπάρχουσαν. Καὶ ὥστε τοὺς τῆς Ποντικῆς, καὶ τῆς Ἀσιανῆς, καὶ τῆς Θρακικῆς διοικήσεως μητροπολίτας μόνους, ἔτι δὲ καὶ τοὺς ἐν τοῖς βαρβαρικοῖς ἐπισκόπους τῶν προειρημένων διοικήσεων χειροτονεῖσθαι ὑπὸ τοῦ προειρημένου ἁγιωτάτου θρόνου τῆς κατὰ Κωνσταντινούπολιν ἁγιωτάτης ἐκκλησίας· δηλαδή ἑκάστου μητροπολίτου τῶν προειρημένων διοικήσεων μετὰ τῶν τῆς ἐπαρχίας ἐπισκόπων χειροτονοῦντος τοὺς τῆς ἐπαρχίας ἐπισκόπους, καθὼς τοῖς θείοις κανόσι διηγόρευται· χειροτονεῖσθαι δέ, καθὼς εἴρηται, τοὺς μητροπολίτας τῶν προειρημένων διοικήσεων παρὰ τοῦ Κωνσταντινουπόλεως ἀρχιεπισκόπου, ψηφισμάτων συμφώνων κατὰ τὸ ἔθος γινομένων, καὶ ἐπ᾿ αὐτὸν ἀναφερομένων.

28. Seguendo in tutto le disposizioni dei santi padri, preso atto del canone [III] or ora letto, dei 150 vescovi cari a Dio, che sotto Teodosio il Grande, di pia memoria, allora imperatore si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, nuova Roma, stabiliamo anche noi e decretiamo le stesse cose riguardo ai privilegi della stessa santissima chiesa di Costantinopoli, nuova Roma. Giustamente i padri concessero privilegi alla sede dell'antica Roma, perché la città era città imperiale. Per lo stesso motivo i 150 vescovi diletti da Dio concessero alla sede della santissima nuova Roma, onorata di avere l'imperatore e il senato, e che gode di privilegi uguali a quelli dell'antica città imperiale di Roma, eguali privilegi anche nel campo ecclesiastico e che fosse seconda dopo di quella. Di conseguenza, i soli metropoliti delle diocesi del Ponto, dell'Asia, della Tracia, ed inoltre i vescovi delle parti di queste diocesi poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla sacratissima sede della santissima chiesa di Costantinopoli. E’ chiaro che ciascun metropolita delle diocesi sopraddette potrà, con i vescovi della sua provincia, ordinare i vescovi della sua provincia, come prescrivono i sacri canoni; e che i metropoliti delle diocesi che abbiamo sopra elencato, dovranno essere consacrati dall'arcivescovo di Costantinopoli, a condizione, naturalmente, che siano stati eletti con voti concordi, secondo l'uso, e presentati a lui.

Come è evidente, il canone 28 non mette in discussione i privilegi della sede romana, nè motiva la "promozione" di quella di Costantinopoli con considerazioni teologiche. Si limita a prendere atto del fatto che la capitale dell'impero d'oriente era politicamente equivalente a quella d'occidente, e le attribuisce gli stessi onori ecclesiastici. Tale equiparazione va contestualizzata nel declino di Roma e dell'occidente, che culminerà nel 476 con la fine dell'impero.

I rapporti tra occidente cattolico e oriente ortodosso iniziano a logorarsi a partire dal IX secolo. In particolare, almeno dall'808 il monastero franco latino del monte degli ulivi a Gerusalemme recitava il Credo con l'aggiunta "procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)". Il patriarca Fozio (m. 893) nell'867 condannò l'aggiunta, non presente nella versione originale stabilita dal concilio di Costantinopoli, e nella cosiddetta Lettera sugli errori dei latini elenca gli altri punti di attrito tra le due tradizioni: il sabato di quaresima gli ortodossi non fanno digiuno (i cattolici sì), non è richiesto il celibato dei preti (per i cattolici sì), il pane eucaristico deve essere fermentato (azzimo per i cattolici), la cresima è un rito unico col battesimo somministrato dal presbitero (dal vescovo, e distinto dal battesimo, per i cattolici).[1] Anche se l'ostilità di Fozio ai latini non ebbe significative conseguenze date le sue alterne sfortune politiche ed ecclesiali, nei secoli seguenti le argomentazioni di Fozio divennero un tema ricorrente della libellistica orientale anti-cattolica. Inoltre dal tempo del patriarca Sergio II (999-1019) il nome del papa è omesso nelle celebrazioni liturgiche di Costantinopoli.

Scomuniche reciproche

La fedeltà ecclesiale al momento delle reciproche scomuniche (1054).

La scissione formale si consumò in seguito, col cosiddetto "grande scisma" o "scisma d'oriente". Nel 1053 il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario impose la chiusura delle chiese latine per l'uso dell'azzimo. Leone IX protestò, inutilmente, e il 16 luglio 1054 il cardinale latino Umberto di Silvacandida inviato a Costantinopoli scomunicò il patriarca Michele, lasciando la bolla sull'altare della basilica di Santa Sofia. La scomunica era personalmente rivolta al patriarca e ai suoi sostenitori, non all'intera chiesa orientale. Umberto anzi si rivolge "al glorioso imperatore, al clero, al senato e al popolo di questa città di Costantinopoli, e a tutta la chiesa cattolica",[2] additando loro il comportamento del patriarca. Inoltre la bolla di scomunica fu presentata dopo la morte di papa Leone (19 aprile), fatto che giuridicamente renderebbe l'atto invalido. Di rimando comunque il patriarca Michele scomunicò i messi papali (Umberto di Silvacandida, Federico di Lorena, Pietro di Amalfi), ma non il papa nè l'intera chiesa latina.

Il fatto che l'autorità dell'ambasciata latina fosse formalmente decaduta, che le scomuniche fossero personali, e che i rapporti greci e latini continuarono per un certo tempo come se nulla fosse accaduto (inclusa la vita liturgica di chiese e comunità latine a Costantinopoli), fa sì che diversi autori contemporanei vedano nella data del 16 luglio 1054 un punto di rottura nella cristianità meramente convenzionale.

Le crociate

La prima crociata, indetta da Papa Urbano II in occasione del concilio di Clermont (1095), fu la risposta occidentale a secoli di conquiste e devastazioni islamiche, unitamente al tentativo di liberare il santo sepolcro (distrutto dagli islamici nel 1009, ricostruito a partire dal 1048), e dietro formale invito di aiuto militare da parte dell'imperatore bizantino Alessio Comneno.

La conquista e il saccheggio di Costantinopoli in occasione della quarta crociata (1204).

Se dunque l'origine delle crociate è testimone di un certo legame tra oriente e occidente, la rottura storicamente evidente e significativa tra cattolici e ortodossi si ha con la quarta crociata. Il legittimo imperatore bizantino Alessio IV era stato imprigionato da suo fratello, Alessio III, che gli aveva usurpato il trono. Riuscito a fuggire, Alessio IV aveva contattato i crociati impegnati nell'assedio di Zara chiedendo aiuto per occupare il trono, promettendo in cambio aiuti economici e logistici ai crociati e la sottomissione alla chiesa di Roma. Costantinopoli fu presa dopo una blanda resistenza il 17 luglio 1203 e Alessio IV insediato sul trono. Una successiva rivolta di Alessio V, cugino dell'imperatore legittimo, lo portò al potere il 5 febbraio 1204, e il nuovo imperatore rifiutò di concedere ai crociati i benefici promessi. Questi allora conquistarono la città il 12 aprile 1204, saccheggiandola per 14 giorni, e dando vita infine all'effimero impero latino d'oriente. La sete di bottino dei soldati "cattolici" li portò a saccheggiare e distruggere chiese, conventi e monasteri. Secondo il resoconto dello storico bizantino Niceta Coniate (online en) nel seggio patriarcale della basilica di Santa Sofia fu insediata per scherno una prostituta.

Riconciliazioni

Lungo i secoli sono stati numerosi i tentativi di riunificazione tra oriente e occidente, grazie al fatto che nei territori ortodossi non sono mai mancati politici ed ecclesiastici che guardavano con favore all'occidente cattolico ("latinofroni"). La ciclicità di tali tentativi testimonia da un lato la facilità con cui erano risolvibili le dispute teologiche (in particolare il Filioque) ed ecclesiologiche (il primato del patriarcato di Roma), d'altro lato testimonia l'inerzia con cui clero e popolo ortodosso proseguiva nelle proprie tradizioni lontano da Roma.

Il concilio Lateranense IV (11-30 nov. 1215) prende atto della (forzata) riunificazione con la sede di Costantinopoli dopo la conquista del 1204: "Vogliamo favorire e onorare i greci che ai nostri giorni sono ritornati all'obbedienza della sede apostolica, rispettando i loro costumi e i loro riti" (DS 810). Riconosce anche che, dopo la sede patriacale di Roma, quella di Costantinopoli ha il primo posto, quella di Alessandria il secondo, Antiochia il terzo, Gerusalemme il quarto (DS 811).

L'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo, nella sua lettera a papa Gregorio X (6 luglio 1274), riconosce che lo Spirito Santo "procede dal padre e dal figlio" (DS 853), che "c'è una sola vera chiesa, santa, cattolica e apostolica" (DS 854), e che "la santa romana chiesa possiede il supremo e pieno primato e governo sopra tutta la chiesa cattolica [...]. A lei tutte le chiese sono soggette e i loro prelati le porgono obbedienza e riverenza. La pienezza della potesta si attua poi in lei in modo tale da mettere a parte della sua sollecitudine tutte le altre chiese; molte delle quali, e in modo particolare le patriarcali, la stessa chiesa romana ha onorato con diversi privilegi" (DS 861).

Il Concilio di Costantinopoli (1277), su pressione dell'imperatore, riconobbe formalmente la riunificazione con la Chiesa Cattolica e il primato del patriarca di Roma.

L'imperatore bizantino Giovanni V Paleologo, assediato dagli ottomani, nel 1357 aderì personalmente alla fede e alla chiesa latina, ricevendo l'eucaristia per mano di un legato papale, e nel 1369 si recò in pellegrinaggio a Roma.

Il più significativo tentativo di unione ebbe luogo in occasione del concilio di Firenze (1431-1447), che per la partecipazione di delegati di tutte le chiese orientali (incluso per un certo periodo l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo) fu realmente ecumenico. Il esso venne sancita l'unione con ortodossi (6 luglio 1439), armeni (22 novembre 1439), giacobiti e copti (4 feb. 1442), e infine siriaci, caldei e maroniti (7 agosto 1445). Quanto agli ortodossi, la bolla Laetentur caeli (6 luglio 1439) ribadisce la dottrina occidentale quanto al ruolo dello Spirito Santo ("è eternamente dal Padre e dal Figlio [...] e procede eternamente dall'uno e dall'altro", DS 1300), ammette per l'eucaristia l'uso da parte dei sacerdoti del pane azzimo o lievitato, "ciascuno secondo il rito della propria chiesa sia essa occidentale o orientale" (DS 1303), riconosce l'esistenza del purgatorio (DS 1304), afferma che "la santa chiesa apostolica e il romano pontefice hanno il primato su tutto l'universo", riconoscendo il secondo ruolo del patriarca di Costantinopoli, Alessandria terzo, Antiochia quarto, Gerusalemme quinto, "senza alcun pregiudizio per tutti i loro privilegi e diritti" (DS 1307-08). Al ritorno dei delegati nelle loro sedi però le rispettive chiese giudicarono i documenti firmati come troppo favorevoli alla posizione cattolica. Incurante dell'opposizione del clero e del popolo, l'imperatore Costantino XI Paleologo invitò il latinofrono Isidoro di Kiev a proclamare ufficialmente e solennemente l'unione delle due chiese, cosa che avvenne il 12 dicembre 1452 nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli. L'ennesima riunificazione formale ebbe fine con la caduta di Costantinopoli, conquistata dagli ottomani, il 29 maggio 1453.

Chiese uniate

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Chiese cattoliche di rito orientale.

Con Chiese uniate, o Chiese cattoliche di rito orientale, si intendono le chiese di rito e tradizione ortodossa, o monofisita o nestoriana che hanno accettato di tornare in piena comunione con la chiesa cattolica romana, mantenendo i propri riti, culti e tradizioni e una larga autonomia ecclesiastica. Complessivamente includono circa 20 milioni di fedeli, presenti in particolare in medio oriente, Europa orientale, India, Africa nord-orientale.

Nei confronti del dialogo cattolico-ortodosso, storicamente significative sono state le unioni di Brest (1595) e di Užhorod (1646)

La vita ecclesiale di queste chiese è normata dal Codice Canonico delle Chiese Orientali (1990), e il loro riferimento nella curia vaticana è la Congregazione per le Chiese Orientali.

Note
  1. Cf. voce Photius nella Catholic Encyclopedia.
  2. Will, Acta, p. 153.
Bibliografia
  • Alzati, G. (2007). "La chiesa ortodossa". In Filoramo, G. (a cura di). Cristianesimo. Laterza, Roma-Bari: 457-521.
  • Will, C. (1861). Acta et Scripta Quae de Controversiis Ecclesiae Graecae et Latinae Saeculo Undecimo Composita Extant, Leipzig & Marburg, online
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