Sepolcro vuoto

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Antonio Brilla, Tre Marie al sepolcro (1889); Serralunga di Crea (Alessandria), Sacro Monte

Con l'espressione sepolcro vuoto o tomba vuota ci si riferisce al sepolcro di Cristo, rinvenuto vuoto, cioè senza il cadavere di Gesù, in conseguenza della Risurrezione, la mattina del primo giorno della settimana dopo la morte di Gesù. La scoperta fu effettuata dalle donne che si erano recate al sepolcro per ungere il cadavere di Gesù; dopo di loro ne furono testimoni Pietro e il discepolo che Gesù amava.

Il rinvenimento della tomba vuota ci è riferito da Matteo 28,1-8, Marco 16,1-8, Luca 24,1-12, Giovanni 20,1-10.

Matteo è l'unico evangelista a riferire dei soldati che presidiavano la tomba, del loro dialogo con le autorità giudaiche, e della diceria del trafugamento del cadavere (28,11-15; cfr. 27,62-66).

Caratteri principali dei racconti

Tutti e quattro gli evangelisti riportano la presenza di Maria di Magdala.

Il Vangelo secondo Giovanni tanta attenzione a quegli avvenimenti accaduti dopo la morte di Gesù, che noi usiamo chiamare «esperienze pasquali». Nell'attenzione ad esse si avverte un'evoluzione d'interesse:

Il Vangelo secondo Marco concentra l'attenzione alle esperienze pasquali solo sulle esperienze al sepolcro, e queste rimangono ancora predominanti in Matteo e in Luca[1]. Giovanni mostra nei racconti del sepolcro una varietà episodica notevole, e da quelli sviluppa un interesse prevalente alle «grandi» apparizioni di Gesù.

La visione degli esseri celesti

La visione degli angeli è tipica del gruppo femminile: li esseri celesti si fanno interpreti del senso dell'evento del sepolcro vuoto.

Articolazione dei racconti

La cappella edificata sul luogo del sepolcro di Cristo, all'interno della Basilica del Santo Sepolcro

In Giovanni la mattina del primo giorno della settimana si succedono quattro scene al sepolcro:

  1. Maria di Magdala va al sepolcro, vede la pietra rimossa, e va ad annunciare a Pietro e al discepolo prediletto che «hanno tolto il Signore e non sappiamo dove lo hanno posto» (Gv 20,1-2);
  2. i due discepoli corrono al sepolcro e vedono solo i panni sepolcrali, che fanno giungere alla fede il discepolo amato; poi se ne vanno senza altre iniziative (vv. 3-10);
  3. Maria, in pianto, si china anch'essa e vede nel sepolcro solo due angeli, con i quali accenna un breve dialogo (vv. 11-13);
  4. Maria è sorpresa dalla presenza di un nuovo protagonista, Gesù, il quale le rivela la sua nuova condizione e le affida un incarico, che ella subito svolge (vv. 14-18).

Ogni scena ha una sua propria modalità espressiva:

  • silenzio totale nella prima, con un messaggio indefinito, proveniente dal vuoto, che pure è provocante;
  • ancora silenzio nella seconda, dove il messaggio è dato dai panni sepolcrali;
  • incontro con gli angeli nella terza, ricevendone domande ma non messaggi;
  • incontro con Gesù nella quarta; Gesù interpella e suscita una reazione di totalità di vita.

Anche le reazioni sono discontinue:

  • timida e disorientata, eppure presente, nella prima scena (reazione di annuncio);
  • reazione parziale di fede e non di annuncio nella seconda;
  • assenza di reazione nella terza; è la scena più imperfetta, perché totalmente aperta e con un orientamento definito alla successiva;
  • reazione di fede equivalente e poi di annuncio perfetto nella quarta.

Il confronto con i sinottici mostra differenti prospettive: in questo racconto tutto è noto e tutto è nuovo.

  • I sinottici conoscono la Maddalena, ma mai sola e mai piangente.
  • Luca conosce l'andata dei discepoli al sepolcro, ma non sa nulla del discepolo amato e del suo cammino verso la fede.
  • Le figure del mondo celeste sono presenti in tutti i racconti sinottici del sepolcro vuoto, ma con una funzione ben più pronunciata che in Giovanni.
  • Matteo conosce un'apparizione di Gesù alle donne, ma il suo messaggio si limita a fare andare i «fratelli-discepoli» in Galilea, senza dire nulla di se stesso.

Nella seconda scena compaiono i panni mortuari, con funzione decisiva. Le esperienze del sepolcro vuoto ebbero solo le donne per protagoniste (Lc 24,12.24; Gv 20,3-10). Gli apostoli non ebbero funzione dominante. A differenza di Marco e Matteo, Luca e Giovanni seguono con più attenzione l'annuncio che le donne danno ai discepoli circa il sepolcro trovato vuoto, e narrano anche una sua conseguenza: Pietro (Lc 24,12) o Pietro e il discepolo amato (Gv 20,3-10) andarono anch'essi al sepolcro; qui però le prospettive dei due evangelisti si dividono:

  • Per Luca questo è il punto più oscuro di tutta l'esperienza pasquale: Pietro torna a casa (solo) stupito (v. 12)[2]. Gli "alcuni di noi" costatano solo l'assenza del cadavere, "ma lui non lo videro" (v. 24).
  • Per Giovanni non c'è molto di più, se si fissa l'attenzione sui Gv 20,9-10: i due avrebbero dovuto "sapere" la Scrittura, "che egli doveva risuscitare dai morti"; e poi tornano a casa senza che si ricordi una qualsiasi conseguenza della loro esperienza. Tuttavia il Gv 20,8 costituisce un certo climax, con la fede a cui giunge il discepolo amato; e questo risultato è presentato come frutto del suo "vedere". "Vedere" (horao) è in stretto rapporto con "credere", poiché il vedere che ha causato la fede aveva un oggetto: i "teli" visti dal prediletto (Gv 20,5) e constatati da Pietro, insieme al sudario (Gv 20,6-7).

Rimane perciò da capire meglio quanto viene detto dei teli e del sudario.

La posizione dei teli e del sudario

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Vide e credette.

Anzitutto è chiaro che nel sepolcro vi sono (almeno) due tipi di tessuto: i teli e il sudario.

I teli sono "giacenti": è evidente che il corpo che essi legavano, con gli aromi dentro (cf. Gv 19,40) non c'è più. È questa la prima intenzione dell'evangelista, ed è in sintonia con tutti i racconti del sepolcro vuoto. La specificazione che viene spesso suggerita, "afflosciati", "abbandonati", non ripiegati, in disordine, può essere lecita, soprattutto se vista in rapporto alla specificazione del sudario, che invece era "avvolto" (forse anche "piegato").

Del "sudario", "che era stato sulla testa" di Gesù, si dice che non è giacente con i teli, ma è "diversamente/altrove" (chorís), "in un (solo/stesso) luogo" (eis hena topon).

La visita dei discepoli al sepolcro ha quindi una testimonianza al servizio della fede pasquale, per la presenza dei panni sepolcrali. I teli, "giacenti", e il sudario, "avvolto": i primi non legano più, il secondo è stato fatto oggetto di un intervento deciso dal suo operatore. Ciò significa che Gesù non è più un cadavere senza vita, e che qualcuno ha voluto lasciare "in ordine" il panno che aveva avuto rapporto con la testa di Gesù. È dunque accaduto qualcosa che ha visto un trionfo della vita sulla morte.

Bisogna rilevare anche che nel sepolcro i panni sono separati dal corpo che ricoprivano: colui dunque che ha abbandonato i panni è tornato in una condizione di nudità che non ha più bisogno di essere schermata. Pochi versetti dopo l'evangelista coglierà nell'apparizione serale di Gesù agli apostoli un intervento che ripete l'atto creatore di Dio, che "soffia" sul primo uomo (Gv 20,22[3]), suggerendo che nella risurrezione di Gesù e nel dono che egli fa dello Spirito Santo avviene un intervento rinnovatore che ripete l'efficacia della creazione. Ma l'economia della creazione rinnovata è già significata nella condizione di Gesù, che mostra in sé stesso, anticipandola per tutta l'umanità, la condizione del pieno equilibrio della natura umana presente nella creazione.

Il confronto con i midrashim di Es 34 permette di stabilire una relazione del sudario con il velo che copriva il volto di Mosè dopo essere sceso dal Sinai. Il sudario presente con i teli e ripiegato suggerisce che colui che lo portava "sul capo" ora lo ha riposto in ordine (per sempre), avendo ripreso, dopo la pausa della sua permanenza nel regno dell'impotenza, il suo dialogo con Dio e con i fratelli.

Note
  1. Tutto l'episodio dei discepoli di Emmaus (vv. 13-35) si svolge sullo sfondo degli avvenimenti del sepolcro: è il terzo giorno ma, nonostante il sepolcro trovato vuoto dalle donne e dai discepoli che l'hanno verificato, i due discepoli del racconto non sanno darsene spiegazione.
  2. L'attendibilità di Lc 24,12 è testualmente molto discussa. Normalmente le edizioni critiche lo pongono nel testo, indicandone però l'insicurezza. La Synopsis Quattuor Evangeliorum di Kurt Aland lo porta solo in apparato. Il problema non sarebbe tanto importante, visto che il ricordo è ricuperato al Lc 24,24, se il v. 12 non contenesse il termine othonia, altrimenti ignoto ai sinottici. Ma a Giuseppe Ghiberti (articolo citato nei collegamenti esterni) sembra che i motivi per accettare il versetto siano rilevanti.
  3. Gesù alita (enephysesen) sugli apostoli, come aveva fatto Dio con Adamo (Gen 2,7). Giovanni usa lo stesso verbo, rarissimo (emphysao), che è usato dalla LXX nella traduzione dell'originale ebraico.
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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