Ultima modifica il 28 mar 2016 alle 22:36

Terzo giorno

L'espressione terzo giorno compare negli annunci da parte di Gesù della sua morte e risurrezione di Gesù e nelle formulazioni del kerigma che si riferiscono allo stesso evento.

Si tratta di un riferimento solo apparentemente temporale, e più propriamente teologico: il significato si basa sull'esperienza che dopo tre giorni, o al terzo giorno, il giusto o Israele è salvato[1].

Substato veterotestamentario

Il substrato veterotestamentario dell'espressione è principalmente in Osea:

« Venite, ritorniamo al Signore:
egli ci ha straziato ed egli ci guarirà.
Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
Dopo due giorni ci ridarà la vita
e il terzo ci farà rialzare
e noi vivremo alla sua presenza. » (6,2)

L'esegesi spiega che in questo passo non si parla di morte e risurrezione, ma di malattia e guarigione. Annuncia tuttavia un intervento di salvezza di JHWH per il terzo giorno.

Un altro passo significativo si trova in Genesi 22,4: Abramo in cammino verso il Moria per sacrificare Isacco giunge in vista della sua destinazione "il terzo giorno": tale giorno sarà il giorno della liberazione di Abramo dal peso dell'obbedienza che gli è stata chiesta.

Nella storia di Giuseppe si dice che "al terzo giorno" Giuseppe propone la salvezza ai suoi fratelli.

La rivelazione del Sinai avviene al terzo giorno Es 19,11.16.

Il profeta Isaia viene mandato ad annunziare al re Ezechia che sarebbe guarito, e che il terzo giorno sarebbe salito al Tempio (2Re 20,5.8).

La regina Ester prega e digiuna, e il terzo giorno si presenta rivestita di abiti splendenti al re Assuero per chiedere la grazia della salvezza per il suo popolo condannato allo sterminio dal perfido Aman (Est 5,1).

Uso nel Nuovo Testamento

L'espressione compare poi letteralmente anche negli annunci della passione così come sono riportati in Matteo (16,21; 17,23; 20,19; cfr. 27,64) e in Luca (9,22; 18,33). Marco riporta invece l'espressione "dopo tre giorni" (8,31; 9,31; 10,34).

Lo stesso Cristo risorto usa poi l'espressione, sempre in riferimento alla sua risurrezione (Lc 24,7.46).

È riportata poi da San Paolo quando ripresenta al cap. 15 della Prima lettera ai Corinzi il kerigma (1Cor 15,4).

Appare poi anche in una proclamazione del kerigma da parte di Pietro (At 10,40).

Significato teologico

Si può dire che

« L'espressione dopo tre giorni sembra rifarsi alla concezione giudaica della salvezza del giusto perseguitato, dopo un breve periodo di tempo. Così veniva interpretato il detto enigmatico di Os 6,2 (..). Tale interpretazione sembrava confermata dalla storia di Giona, rimasto nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti (2,1). »
(Angelico Poppi, 1990, p. 225)

L'espressione "il terzo giorno" riportata da Matteo e da Luca è più vicina alla realtà storica rispetto al "dopo tre giorni" di Marco[2]. Tuttavia le due espressioni hanno lo stesso significato già nella letteratura giudaica[3]

Note
  1. Joachim Gnilka (1987), p.447s.
  2. Angelico Poppi (1990), p. 336.
  3. Joachim Gnilka (1987), p.448.
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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