Morte di Gesù

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
Disambig-dark.svg
Questa voce tratta unicamente gli aspetti teologici della morte di Gesù.
⇒  La voce passione di Gesù tratta il fatto della passione di Gesù, cioè i suoi aspetti storici generali, mentre crocifissione di Gesù descrive la crocifissione subita da Gesù.

Diego Velázquez, Gesù Cristo crocifisso (1632 ca.), olio su tela; Madrid, Museo del Prado
Virgolette aperte.png
Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture.
Virgolette chiuse.png
Virgolette aperte.png
La morte obbediente di Gesù è quindi il compendio, la quintessenza, il vertice ultimo e insuperabile della sua intera attività. Il significato salvifico di Gesù non investe dunque soltanto la sua morte. E tuttavia proprio in questa morte esso sperimenta la sua univocità e definitività ultime.
Virgolette chiuse.png
(Walter Kasper, 1975, p. 166)

La morte di Gesù, il Figlio di Dio, sulla croce appartiene al kerigma cristiano insieme all'incarnazione, alla passione e alla Risurrezione di Gesù. Essa è perciò uno degli evento fondamentali della storia della salvezza.

Nella Bibbia

Il Nuovo Testamento presenta una matura teologia della morte di Cristo[1].

Una morte annunziata dalle Scritture

Il disegno divino di salvezza, che prevedeva la messa a morte del "Servo Giusto" (cfr. Is 53,11; At 3,14) era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato (cfr. Is 53,11-12; Gv 8,34-36)[2].

San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere "ricevuto" (cfr. 1Cor 15,3), che "Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture" (1Cor 15,3; cfr. anche At 3,18; 7,52; 13,29; 26,22-23). La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente (cfr. Is 53,7-8; At 8,32-35). Gesù stesso, d'altronde, ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente (cfr. Mt 20,28). Dopo la sua risurrezione, poi, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture prima ai discepoli di Emmaus (Lc 24,25-27), e quindi agli stessi Apostoli (Lc 24,44-45).

Una morte assunta volontariamente

La morte di Gesù non è stata un caso:

Gesù è turbato dinanzi alla sua morte imminente (Gv 12,27; 13,21; Mc 14,33 e par.), così come si era turbato dinanzi al sepolcro di Lazzaro (Gv 11,33.38), ed supplica il Padre che lo preservi dalla morte (Eb 5,7; Lc 22,42; Gv 12,27). Ciononostante accetta il calice amaro che gli si avvicina (Mc 10,38; 14,30 e par.; Gv 18,11).

Per fare la volontà del Padre (Mc 14,36 e par.) Gesù è "obbediente sino alla morte" (Fil 2,8), poiché era necessario che egli "compisse le Scritture" (Mt 26,54), nella linea del servo annunziato da Isaia, del giusto annoverato tra i malfattori (Lc 22,37; cfr. Is 53,12).

Pilato non trova in lui nulla che meriti la sentenza capitale (Lc 23,15.22; At 3,13; 13,28), ma Gesù accetta che la sua morte abbia l'apparenza di un castigo richiesto dalla legge (Mt 26,66 e par.). E questo perché, "nato sotto la legge" (Gal 4,4) ed avendo preso "una carne simile alla carne di peccato" (Rm 8,3), era solidale con il suo popolo e con tutta il genere umano.

La sottomissione di Cristo al Padre corrisponde a una precisa volontà di Dio di Dio, che "lo fece peccato in nostro favore" (2Cor 5,21; cfr. Gal 3,13), in modo che il castigo meritato dal peccato umano ricadesse su di lui. In questa maniera, morendo, Cristo toglie ogni potere al peccato (Rm 6,10): benché innocente, assume sino alla fine la condizione dei peccatori, "gustando la morte" come tutti i peccatori (Eb 2,8-9; cfr. 1Ts 4,14; Rm 8,34) e discendendo con essi "agli inferi". Ma recandosi così "dai morti", egli apportava la buona novella che la vita sarebbe stata loro restituita (1Pt 3,19; 4,6).

La consegna che il Figlio fa di se stesso ripresenta l'amore del Padre per gli uomini, che Gesù "amò sino alla fine» (Gv 13,1), "perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici" (Gv 15,13). Così nella sofferenza e nella morte la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini (cfr. Eb 2,10.17-18; 4,15; 5,7-9). Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: "Nessuno mi toglie [la vita], ma la offro da me stesso" (Gv 10,18). Di qui la sovrana libertà del Figlio di Dio quando va liberamente verso la morte (cfr. Gv 18,4-6; Mt 26,53)[4].

Una morte per gli uomini peccatori

Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457-1459

La morte di Cristo ha in sé la fecondità del chicco di grano che, gettato nella terra, se muore produce molto frutto (Gv 12,24-32).

Anche se apparentemente la sua morte è un castigo del peccato, essa in realtà è un sacrificio espiatorio (Eb 9; cfr. Is 53,10). Cristo, realizzando alla lettera, ma in altro senso, la profezia involontaria di Caifa, muore "per il popolo" (Gv 11,50-51; 18,14) e non soltanto per il suo popolo, ma "per tutti gli uomini" (2Cor 5,14-15). Muore "per noi" (1Ts 5,10), mentre eravamo peccatori (Rm 5,6-8), dando in tal modo agli uomini il segno supremo del suo amore (Rm 5,7; Gv 15,13; 1Gv 4,10). L'espressione "per noi" non significa "al nostro posto", ma "a nostro beneficio"[5]; infatti, morendo "per i nostri peccati" (1Cor 15,3; 1Pt 3,18), Cristo ci riconcilia con Dio mediante la sua morte (Rm 5,10) cosicché possiamo ricevere l'eredità promessa (Eb 9,15-16). San Pietro può quindi formulare la fede apostolica nel disegno divino della salvezza invocando la predestinazione di Cristo, vero agnello pasquale (1Pt 1,18-20).

I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte (cfr. Rm 5,12; 1Cor 15,56). Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo (cfr. Fil 2,7), quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato (cfr. Rm 8,3), "colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio" (2Cor 5,21).

Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato (cfr. Gv 8,46), piuttosto, nell'amore redentore che sempre lo univa al Padre (cfr. Gv 8,29), egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato[6]. Avendolo reso così solidale con noi peccatori, "Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Rm 8,32) affinché noi fossimo "riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo" (Rm 5,10)[7]. "Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8). Gesù è cosciente di tutto questo, e afferma di "dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28)[8].

Il sacrificio del vero Agnello

La morte di Cristo ha due valenze contemporanee:

Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici (cfr. Eb 10,10). In esso si realizza un dialogo d'amore:

È l'amore sino alla fine (cfr. Gv 13,1) che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell'offerta della sua vita (cfr. Gal 2,20; Ef 5,2.25).

Il trionfo sulla morte

La morte di Cristo ha un'efficacia salvifica perché egli, affrontandola, ne trionfa.

Già durante la vita di Gesù trasparivano i segni di questa vittoria futura, quando richiamava i morti alla vita (Mt 9,18-25 e par.; Lc 7,14-15; Gv 11): nel regno di Dio che egli stava inaugurando la morte indietreggiava dinanzi a colui che è "la risurrezione e la vita" (Gv 11,25).

Ma soprattutto Cristo affronta la morte nel suo stesso regno, e la vince nel momento in cui essa credeva di vincerlo. Cristo penetra negli inferi da signore, "avendo ricevuto le chiavi della morte e dell'Ade" (Ap 1,18). Dio lo ha coronato di gloria (Eb 2,9) poiché egli ha sofferto la morte. Si è realizzata per lui la risurrezione dei morti annunziata dalle Scritture (1Cor 15,4); egli è diventato "il primogenito di tra i morti" (Col 1,18; Ap 1,5). Ora, "liberato da Dio dagli orrori dell'Ade" (At 2,24) e dalla corruzione infernale (At 2,31), è chiaro che la morte ha perso su di lui ogni potere (Rm 6,9); per ciò stesso, colui che aveva il potere della morte, cioè il demonio, si è visto ridotto all'impotenza (Eb 2,14).

La vittoria sulla morte muta il significato della stessa per gli uomini: Cristo vincitore illumina ormai "coloro che sedevano nell'ombra di morte" (Lc 1,79); egli li ha liberati da quella "legge del peccato e della morte" di cui fino allora erano schiavi (Rm 8,2; cfr. Eb 2,15).

Alla fine dei tempi, poi, il suo trionfo avrà una splendida consumazione nella risurrezione universale. Allora la morte sarà distrutta per sempre, "ingoiata nella vittoria" (1Cor 15,26.54-56). La morte e l'Ade dovranno allora restituire le loro prede, dopo di che saranno gettati con Satana nel lago di fuoco e di zolfo; questa è la seconda morte (Ap 20,10.13-14), e sarà il trionfo finale di Cristo.

Nella liturgia

La Sequenza di Pasqua canta il trionfo di Cristo sulla morte:

« La morte e la vita si affrontano in un duello prodigioso. Il Signore della vita morì; vivo, regna»

L'Antifona delle Lodi del Sabato Santo fa proclamare a Cristo: "O morte, sarò la tua morte; inferno, sarò il tuo morso".

E la Chiesa nel Vexilla Regis venera la croce cantando: "O crux, ave, spes unica!", "Ave, o croce, unica speranza!"[11].

Note
  1. Per questa sezione vedi Pierre Grelot (1971).
  2. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 601.
  3. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 599; il Catechismo precisa che il linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù (cfr. At 3,13) siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.
  4. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 609.
  5. Pierre Grelot (1971), c. 739.
  6. Si interpreta in questo senso l'invocazione che formula a nome nostro sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; cfr. Sal 22[21],1).
  7. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 603.
  8. Il termine "molti" non è restrittivo: esso oppone l'insieme dell'umanità all'unica persona del Redentore che si consegna per salvarla (cfr. Rm 5,18-19). La Chiesa, seguendo l'insegnamento apostolico (cfr. 2Cor 5,15; 1Gv 2,2), insegna che Cristo è morto per tutti senza eccezioni. Cfr. il dettato del Concilio di Quierzy dell'853: "Non vi è, non vi è stato, non vi sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto" (De libero arbitrio hominis et de praedestinatione, canone 4: DS 624.
  9. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 613.
  10. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 614.
  11. Aggiunta liturgica all'inno Vexilla Regis. Liturgia delle Ore, vol. II (Libreria Editrice Vaticana 1981), p. 366; vol. IV (Libreria Editrice Vaticana 1988), p. 1284.
Bibliografia
Voci correlate
Firma documento.png

Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 26 aprile 2011 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.