Pasqua

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Questa voce tratta della festa ebraica prima e cristiana poi della Pasqua, nel suo aspetto biblico
⇒  Gli aspetti legati alla storia della Chiesa sono trattati in Pasqua (storia della Chiesa), e quelli liturgici in Pasqua (liturgia)
Piero della Francesca, La Risurrezione di Cristo, ca. 1420-1492. Nella festa cristiana di Pasqua si celebra questo grande evento

Pasqua è la festa cristiana nella quale si celebra il memoriale della risurrezione di Gesù; essa riunisce in tutti i luoghi i discepoli di Cristo nella comunione con il loro Signore, vero agnello di Dio; li associa alla sua morte ed alla sua risurrezione che li hanno liberati dal peccato e dalla morte.

La Pasqua cristiana ha le sue radici nell'omonima festa ebraica: questa commemorava l'esodo che aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù egiziana, e al tempo di Gesù radunava a Gerusalemme il popolo d'Israele per l'immolazione e la manducazione dell'agnello pasquale.

Vi è continuità dalla Pasqua ebraica a quella cristiana, ma si è cambiato piano, passando dall'antica alla nuova alleanza mediante la Pasqua di Gesù.

Il termine italiano "Pasqua" è ricalcato sul greco πάσχα, páscha presente nel Nuovo Testamento.

Nell'Antico Testamento

Il termine

Il termine ebraico per Pasqua è pesaḥ (in aramaico pisḥā)[1].

L'origine del termine è discussa. Taluni vi attribuiscono un'etimologia straniera, assira (pasahu, "placare") o egiziana (pa-sh, "il ricordo", oppure pe-sah, "il colpo"); ma nessuna di queste ipotesi si impone.[2]

La Bibbia collega il termine pesaḥ al vero pasaḥ, che significa sia "zoppicare", sia "eseguire una danza rituale attorno ad un sacrificio" (cfr. 1Re 18,21.26), sia, in senso figurato, "saltare", "passare", "risparmiare": in questo senso la Pasqua è il passaggio di YHWH che passò oltre le case degli israeliti, mentre colpiva quelle degli Egiziani (Es 12,13.23.27; cfr. Is 31,5).

Dai testi biblici emerge anche il significato di pesaḥ come "agnello sacrificato" (per la Pasqua), o più semplicemente "agnello pasquale". Ciò si evince chiaramente da una corretta traduzione dell'espressione pesah hu lyhwh ("è la Pasqua di YHWH") che appare in Es 12,11, dove il pronome hu (esso) è riferito al capo di bestiame minuto che doveva essere sacrificato per poi essere mangiato.[3]

Evoluzione

Nell'Antico Testamento si può scorgere uno sviluppo della festa, che è inizialmente una festa primaverile legata alla vita dei pastori, e che diviene poi un rito commemorativo della liberazione dalla schiavitù d'Egitto.

In un'altra direzione, la festa, inizialmente a dimensione familiare, giunge più tardi ad essere celebrata in maniera centralizzata nel Tempio di Gerusalemme.

I tempi più antichi: Pasqua primaverile, nomade e domestica

In origine la Pasqua è una festa di famiglia. La si celebra di notte, alla luna piena dell'equinozio di primavera, il quattordici del mese di abib o delle spighe (chiamato nisan dopo l'esilio babilonese). Si offre a YHWH un giovane animale, nato nell'anno, per attirare le benedizioni divine sul gregge. La vittima è un agnello o un capretto, maschio, senza difetto (Es 12,3-6); non se ne deve spezzare alcun osso (Es 12,46; Nm 99,12). Il suo sangue è posto, in segno di preservazione, all'ingresso di ogni casa (Es 12,7.22.23). La sua carne è mangiata nel corso di un pasto veloce, preso dai convitati in tenuta da viaggio (Es 12,8-11).

Questi tratti nomadi e domestici suggeriscono per la Pasqua un'origine antichissima: essa potrebbe essere il sacrificio che gli Israeliti chiedono al Faraone di poter andare a celebrare nel deserto (Es 3,18; 5,1-3); risalirebbe così a un tempo anteriore a Mosè e all'uscita dall'Egitto.

La storicizzazione dopo l'esodo

La festa primaverile legata alla vita dei nomadi acquista il suo significato definitivo in occasione dell'esodo.

La grande primavera di Israele è quella in cui Dio lo libera dal giogo egiziano mediante una serie di interventi provvidenziali, il più splendido dei quali si afferma nella decima piaga: lo sterminio dei primogeniti egiziani (Es 11,5; 12,12.29-30).[4]

Dal momento che la Pasqua coincide con la liberazione degli Israeliti, essa diventa il memoriale dell'esodo, che rimane da quel momento in poi l'avvenimento principale della storia del popolo d'Israele. La celebrazione della Pasqua ricorda che Dio ha colpito l'Egitto e ha risparmiato i suoi fedeli (Es 12,26-27; 13,8-10): da questo momento in poi questo sarà il senso della Pasqua.

Il collegamento con la festa degli azzimi

Col tempo alla Pasqua si salda un'altra festa, originariamente distinta, ma collegata per la sua data primaverile: quella degli Azzimi (Es 12,15-20). La Pasqua si celebra il 14 del mese; la celebrazione degli azzimi si fissa ai giorni dal 15 al 21.

Il rito dei pani non fermentati accompagna l'offerta delle primizie della messe (Lev 23,5-14; Dt 26,1); la eliminazione del lievito vecchio è un rito di purità e di rinnovamento annuale; si discute se abbia origine nomade o agricola. Qualunque sia l'origine,la tradizione israelitica ha collegato questo rito all'uscita dall'Egitto (Es 25,15; 34,18). Esso viene quindi ad evocare la fretta della partenza, così rapida che gli Israeliti hanno dovuto portar via la loro pasta prima che avesse fermentato (Es 12,34.39).

Nei calendari liturgici, Pasqua ed Azzimi sono ora distinti (Lev 23,5-8; cfr. Esd 6,19-22; 2Cr 35,17), ora confusi (Dt 16,1-8; 2Cr 30,1-13).

La centralizzazione al tempio di Gerusalemme

Tra le evoluzioni subite dalla Pasqua attraverso i secoli, la modifica più importante è l'innovazione introdotta dal Deuteronomio: essa trasforma l'antica celebrazione familiare in una festa del Tempio di Gerusalemme (Dt 16,10. Forse questa legislazione ha conosciuto sotto il re Ezechia un inizio di realizzazione (2Cr 30; cfr. Is 30,29); in ogni caso, essa diviene realtà sotto Giosia (2Re 23,21-23; 2Cr 35). La Pasqua si allinea in tal modo alla centralizzazione generale del culto; il suo rito si adatta ad essa:

Dopo l'esilio la Pasqua diventa la festa per eccellenza, la cui omissione comporterebbe per i Giudei una vera scomunica (Nm 9,13); tutti i circoncisi, ed essi soli, devono prendervi parte (Es 12,43-49); in caso di necessità, può essere ritardata di un mese (Nm 9,9-13; cfr. 2Cr 30,2-4).

Queste precisazioni della legislazione sacerdotale fissano una giurisprudenza ormai immutabile. Fuori di Gerusalemme la Pasqua è indubbiamente celebrata qua o là nella cornice familiare; così è certamente nella colonia giudaica di Elefantina, in Egitto, secondo quanto attestato da un documento dell'anno 419 a.C.. Ma l'immolazione dell'agnello è progressivamente eliminata da queste celebrazioni particolari, che ormai vengono eclissate dalla solennità di Gerusalemme.

La Pasqua è così diventata oggetto di uno dei grandi pellegrinaggi effettuati annualmente dagli israeliti.

La celebrazione della Pasqua nel corso della della storia d'Israele

Nelle Pasque annuali di Israele si attualizza la liberazione dell'esodo. Questo significato profondo della festa è avvertito con maggior intensità nelle tappe importanti della storia di Israele:

Significato

Commemorazione della prima liberazione e stimolo alla rilettura del presente

La festa di Pasqua ha anzitutto un carattere di commemorazione della prima liberazione, quella dalla schiavitù dell'Egitto. Questo è il suo significato fondamentale.

La commemorazione effettuata di anno in anno feconda però la rilettura della storia attuale di Israele, soprattutto quando il popolo subisce altre schiavitù:

Carattere sacrificale della Pasqua

Oltre al carattere commemorativo, l'immolazione dell'agnello pasquale ha anche carattere sacrificale[6]; in Es 12,26-27 si parla espressamente del "sacrificio della Pasqua per il Signore". In tale passo si adopera la parola zébhāḥ che indica un vero sacrificio; stessa cosa in 34,25, dove si parla della "vittima sacrificale della festa di Pasqua" (cfr. anche 23,18). Anche in Nm 9,7.13 si parla di una offerta di sacrificio: si usa la parola qorbān e il verbo qārabh nella forma hiphʿîl (hiqrîbh). Sap 18,9 poi, alludendo all'agnello pasquale, dice che "i figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto".

Nella tradizione più antica lo scannare la vittima toccava ai padri di famiglia (Es 12,3-6); solo quando essi non erano puri erano sostituiti in ciò dai leviti ({2Cr 30,17)[7]. Ma l'atto propriamente sacrificale, cioè quello di spargere il sangue della vittima intorno all'altare, era riservato ai sacerdoti (2Cr 29,22; Lev 1,11; 3,2.8). Nella celebrazione della Pasqua sotto Ezechia "i sacerdoti facevano aspersioni con il sangue che ricevevano dalle mani dei leviti" (2Cr 30,16); lo stesso avvenne nella Pasqua celebrata sotto Giosia (2Cr 35,11). C'è ragione di credere che questo fosse il rito ordinario; di fatto così lo descrive la Mišnāh.

La Pasqua nella rilettura del Targum

Nel giudaismo la Pasqua riveste un ricchissimo significato, reso esplicito dal Targum di Es 12,42: l'evento celebrato nella Pasqua, la liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto, evoca tre situazioni: il mondo tratto dal caos, Isacco sottratto al supplizio, l'umanità sottratta alla miseria del Messia atteso.

Queste prospettive trovano nella Bibbia molti punti d'appoggio:

Nel Nuovo Testamento

Il termine

Nel Nuovo Testamento il termine πάσχα, páscha significa per lo più la festa pasquale ebraica, e come tale appare in Mt 26,2; Mc 14,1; Lc 22,1; cfr. Lc 2,41; Gv 2,13.23; 6,4; 11,55; 12,1; 18,39; 19,14; At 12,4; Eb 11,28).

Altrove il termine indica talvolta la cena pasquale, come in Mt 26,18.19; Mc 14,16; Lc 22,8.9.13. Con il senso di cena pasquale, o meglio di agnello pasquale, si trova nell'espressione "mangiare la Pasqua", presente in Mt 27,17; Mc 14,12-14; Lc 22,11.15; Gv 18,28. Il senso di "agnello paquale" è invece esclusivo nell'espressione "immolare la Pasqua" di Mc 14,12 (cfr. Lc 22,7) e nel testo di 1Cor 5,7 sul Cristo-agnello.

Gesù e la Pasqua

Gesù, durante la sua vita, celebra la Pasqua giudaica. In occasione di varie celebrazioni pasquali pronunzia parole e compie atti che poco a poco ne mutano il senso:

Gli evangelisti hanno ben compreso le intenzioni di Gesù e, con sfumature diverse, le mettono in luce:

La Pasqua domenicale

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Domenica.

Crocifisso alla vigilia di un sabato (Mc 15,42 e par.; Gv 19,31), Gesù risorge l'indomani di questo stesso sabato: il primo giorno della settimana (Mc 16,2 e par.). In questo stesso primo giorno gli apostoli ritrovano il loro Signore risorto: egli appare loro nel corso di un pasto che ripete l'Ultima Cena (Lc 24,30.42-43; Mc 16,14; Gv 20,19-26; 21,1-14; At 1,4).

A radice di ciò le assemblee cristiane si riuniscono quindi il primo giorno della settimana per la frazione del pane (At 20,7; 1Cor 16,2). Questo giorno ricevette ben presto un nome nuovo: il giorno del Signore, dies Domini, la "domenica" (Ap 1,10). Esso ricorda ai cristiani la risurrezione di Cristo, li unisce a lui nella celebrazione dell'Eucaristia, li indirizza verso l'attesa della sua parusia (1Cor 11,26).

La Pasqua annuale

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Pasqua (liturgia).

Oltre alla Pasqua domenicale, c'è pure per i cristiani una celebrazione annuale che dà alla Pasqua giudaica un nuovo contenuto:

In questa notte pasquale che brilla ai loro occhi come il giorno, al fine di preparare il loro incontro nella santa cena Con l'agnello di Dio che porta e toglie i peccati del mondo, essi si riuniscono per una vigilia in cui il racconto dell'esodo è letto loro ad una nuova profondità (1Pt 1,13-21): battezzati, essi costituiscono il popolo di Dio in esilio (1,17), camminano con le reni succinte (1,13), liberi dal male, verso la terra promessa del regno dei cieli.

Poiché Cristo, loro vittima pasquale, è stato immolato, bisogna che essi celebrino la festa non con il vecchio fermento della cattiva condotta, ma con azzimi di purezza e di verità (1Cor 5,6-8). Con Cristo essi hanno vissuto personalmente il mistero di Pasqua morendo al peccato e risorgendo per una vita nuova (Rm 6,3-11; Col 2,12). Perciò la festa della risurrezione di Cristo diventa ben presto la data privilegiata del battesimo, risurrezione dei cristiani in cui rivive il mistero pasquale.

La controversia del II secolo sulla data della celebrazione della Pasqua lascia intatto questo senso profondo che sottolinea il superamento definitivo della festa giudaica.

La Pasqua escatologica

Per i cristiani il mistero pasquale terminerà con la morte, la risurrezione, l'incontro con il Signore. La Pasqua terrena prepara per essi questo ultimo "passaggio", questa Pasqua dell'al di là.

Di fatto il termine Pasqua non designa soltanto il mistero della morte e della risurrezione di Cristo, o il rito eucaristico settimanale o annuale, ma designa pure il banchetto celeste verso il quale noi tutti camminiamo.

L'Apocalisse innalza gli occhi dei discepoli verso l'agnello ancora segnato dal suo supplizio, ma vivo ed in piedi; rivestito di gloria, egli attira a sé i suoi martiri (Ap 5,6-12; 12,11). Secondo le sue stesse parole, Gesù ha veramente compiuto la Pasqua mediante l'oblazione eucaristica della sua morte, mediante la sua risurrezione, mediante il sacramento perpetuo del suo sacrificio, infine mediante la sua parusia (Lc 22,16), che deve riunire i suoi per la gioia del banchetto definitivo, nel regno del Padre suo (Mt 26,29).

Note
  1. Pasqua, in Vocabolario Treccani on line.
  2. Pierre-Émile Bonnard (1971) 856.
  3. Lo stesso significato appare anche nel Nuovo Testamento (cfr. Mc 14,12.14; Lc 22,15; 1Cor 5,7).
  4. All'avvenimento dello sterminio dei primogeniti degli egiziani la tradizione ebraica collegò in seguito l'immolazione dei primogeniti del gregge ed il riscatto dei primogeniti degli israeliti (Es 13,1-2.11-15; Nm 3,13; 8,17); tale accostamento rimane però secondario.
  5. Nei LXX tale versetto è numerato 38,8.
  6. Silverio Zedda (1952) 897.
  7. Per un altro esempio di oblazione di vittime che non venivano sgozzate dai sacerdoti cfr. Es 29,22.
Bibliografia
Voci correlate

Suggerimenti



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